

Il termine «islamofobia», nato per contrastare generalizzazioni e discriminazioni contro i musulmani, è divenuto uno strumento per impedire la critica dell’islam e delle sue scritture. Un ricatto culturale che confonde la tutela delle persone con l’immunità delle idee e finisce per danneggiare proprio i musulmani più esposti alle prescrizioni della sharia.
La genesi del termine “islamofobia” abbraccia quasi un secolo. All’inizio del ’900 alcuni francesi, come funzionari ed etnologi, avevano menzionato questa parola per evitare o limitare i giudizi negativi rivolti ai nordafricani, in epoca coloniale.
In seguito, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, la parola venne usata da Edward Said in alcuni suoi scritti. In quella fase il termine islamofobia veniva accostato all’antisemitismo e veniva tracciato un percorso comune in cui l’Occidente era colpevole di aver prodotto e sviluppato due razzismi simili, fatti di cliché e di stereotipi degradanti.
Negli anni ’90, poi, la parola comparve nel dibattito culturale britannico, ma anche in ambienti vicini alla Fratellanza musulmana, e venne accostata ai termini di xenofobia e omofobia.
All’inizio l’embrione della parola “islamofobia” era quindi benevolo e anche legittimo, perché intendeva evitare le false generalizzazioni oppure i luoghi comuni sui musulmani, proprio per proteggere la persona di fede islamica da possibili discriminazioni o, peggio ancora, da eventuali violenze fisiche.
Reduci dagli orrori dell’antisemitismo e ora attenti anche al cittadino omosessuale o di origini straniere, quella prima accezione restava ancora autentica e senza secondi fini. Mirava esclusivamente alla protezione della persona.
In un secondo momento, invece, la parola “islamofobia” cambia connotazione e viene utilizzata come una vera e propria arma per bloccare il dissenso oppure la critica alla religione stessa nei suoi punti più controversi.
A causa dell’opera di propaganda della rete dei Fratelli musulmani, così come di alcuni ambienti culturali o politici particolarmente compiacenti nei confronti dell’islam, si è creata questa etichetta dell’islamofobia in tutto l’Occidente per zittire qualsiasi dibattito, un tempo aperto, sulle religioni.
Il risultato è stato un vero e proprio paradosso: nel momento in cui il dibattito pubblico omette la critica alla violenza domestica del marito musulmano contro la moglie musulmana (possibilità presente nel Corano al versetto 34 del capitolo 4), non solo non si esercita più la propria libertà d’espressione, ma addirittura si alimenta la violenza stessa contro una persona di fede islamica, andando quindi a seppellire l’intento iniziale di proteggere l’individuo.
Nell’attuale situazione paradossale che si è creata, la persona che teme l’etichetta di islamofobo si blocca di fronte all’approfondimento della religione islamica oppure si autocensura, danneggia i musulmani che continuano a vivere le ripercussioni più negative dell’islam, ma viene vista come una persona “amica dei musulmani”, rispettosa e civile.
Al contrario, chi critica la religione dell’islam, fornendo anche un percorso di approfondimento delle scritture non facile e immediato, viene censurato dall’etichetta dell’islamofobia e viene vissuto come persona che vuole diffondere odio contro i musulmani.
Si tratta quindi di una vera e propria trappola in cui gran parte della società occidentale sembra caduta, in parte per debolezza intellettuale, in parte per ipocrisia.
Dai comunicati delle istituzioni europee laiche e cristiane ai più sprezzanti commenti su un social network qualsiasi, è sempre il grido all’islamofobia a invalidare la legittima ispezione delle scritture islamiche.
Il fenomeno, esploso negli ultimi decenni, ha confuso talmente tanto i cittadini da gettare la società nel silenzio o nel disagio intellettuale, società che nei confronti del cristianesimo o delle figure considerate sacre dal cristianesimo non si era mai posta troppi scrupoli.
Si può inoltre affermare che oggi il blocco del dissenso innescato dall’etichetta di islamofobia coincida con alcuni punti della sharia, la legge islamica secondo la quale esistono diversi reati, come la blasfemia contro Maometto, la messa in discussione della parola di Allah, l’eresia e l’apostasia, tutti reati punibili con la morte.
Non è infatti un caso che noti scrittori, registi o fumettisti siano già stati uccisi o siano stati vittime di tentato omicidio. Alcuni vivono sotto protezione, altri sono costantemente minacciati di morte.
Si pensi a Theo Van Gogh, il regista ucciso per il proprio film Submission; Salman Rushdie, che, oltre ad aver perso un occhio, vive con la fatwa di condanna a morte pendente su di sé dal 1989.
Ayaan Hirsi Ali, Ibn Warraq e Magdi Cristiano Allam sono altri nomi noti di persone che hanno perso la libertà.
Nell’attentato contro Charlie Hebdo furono assassinate dodici persone, tra le quali alcuni dei principali disegnatori e membri della redazione, per avere difeso anche attraverso la satira la libertà di criticare la religione.
Purtroppo, per quanto esistano molti musulmani disinteressati rispetto alla diffusione dell’islam, l’obiettivo della dottrina islamica non è cambiato e resta l’imposizione della sharia anche sugli occidentali.
Che avvenga con armi da fuoco o che avvenga con l’arma dell’islamofobia, l’intento è stato ed è ancora oggi bloccare la sana e legittima critica delle scritture religiose.
C’è tuttavia una buona notizia (l’unica): alcuni cittadini occidentali si sono resi conto della formulazione sbagliata della parola, in particolare rispetto a quel suffisso -fobia.
Anche i meno esperti di scritture islamiche hanno capito che, dopo un eventuale attentato terroristico, per esempio, non provano nessuna fobia intesa come paura irrazionale di un pericolo inesistente. Piuttosto, hanno ragionevolmente paura di un fatto che ha provocato vittime. Nulla di più razionale.
E dopo aver osservato fatti preoccupanti, alcuni di questi cittadini comuni hanno scelto di non farsi fermare dalla falsa accusa dell’islamofobia e hanno intrapreso un cammino di approfondimento delle scritture.
Grazie a questo percorso, talvolta impegnativo, si sta facendo strada nel dibattito pubblico una parte di popolazione che ha compreso il fattore di svolta centrale: criticare il concetto di martirio insegnato ai bambini musulmani equivale a proteggere quei bambini, molto più di quanto non faccia l’islam stesso.
Criticare la possibilità di sposare una bambina equivale a proteggere la vita di quella bambina, così come criticare la già menzionata violenza domestica equivale a proteggere la donna musulmana.
Lo stesso vale per l’obbligo del velo oppure per la poligamia o, ancora, per il divieto per la donna musulmana di sposare un cristiano o un ebreo.
Risulta quindi altrettanto paradossale la falsa accusa di discriminazione generica dei musulmani, come se la polarizzazione fosse il medievale “noi contro di loro” oppure “infedeli contro musulmani”.
La realtà è che lo scrutinio critico dei testi ufficiali si occupa, nella stragrande maggioranza dei casi, dei musulmani stessi come prime vittime dell’islam: c’è nella popolazione musulmana chi è omosessuale ed è condannato a morte dalle scritture stesse, chi non vuole combattere e potrebbe essere ricattato o minacciato e punito dai combattenti, chi vorrebbe non aderire alla sharia in toto, chi vorrebbe non indossare il velo e andare al mare con un costume da bagno e non con il burkini.
È soltanto in un secondo momento che l’islam si rivela incompatibile anche con i cosiddetti “infedeli”, cioè gli occidentali e i propri valori di democrazia, laicità e uguaglianza fra uomo e donna.
Infine, va notato anche l’importantissimo crollo della falsa equivalenza fra antisemitismo e islamofobia.
Durante il percorso di sviluppo dell’antisemitismo il popolo ebraico viene associato a menzogne, cliché, stereotipi retrogradi che non hanno nulla a che fare con le scritture bibliche.
Alla fine del percorso alcune persone ebree vengono discriminate davvero e anche aggredite fisicamente in qualità di esponenti del popolo ebraico “colpevole” nella sua totalità di qualche menzogna.
Tutti questi tratti particolari dell’antisemitismo non si riscontrano nella critica all’islam.
Primo, perché il percorso non prevede l’invenzione di menzogne, ma prevede l’ispezione dei testi considerati sacri dall’islam.
La critica dell’Islam, quando resta rivolta ai testi, alle dottrine e alle pratiche, non attribuisce ai musulmani una colpa collettiva. Ciò non significa negare l’esistenza di discriminazioni e aggressioni antimusulmane, ma impedire che vengano confuse con la legittima critica religiosa e politica.
Anche escludendo la parola fobia e considerando solo una paura razionale, l’equivalenza fra antisemitismo e islamofobia non regge: l’antisemitismo inventa una minaccia etnica o un complotto globale; una paura razionale, quando c’è, nasce da atti e norme, non dal fatto di essere musulmani.
In definitiva, l’accusa dell’islamofobia crolla sia all’occhio meno attento a queste dinamiche (ma dotato di buon senso), sia allo studioso più esperto che non cede all’autocensura.
Oggi la parola resta forse esclusiva di chi non ha davvero intenzione di proteggere i musulmani e di chi non è interessato genuinamente alle loro condizioni di vita sotto la sharia.
E questa forma di politicamente corretto, alla fine, parla più della propria ipocrisia che della propria onestà intellettuale.
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