


Nel “Progetto per una pace perpetua”, Kant estende ai rapporti tra gli Stati la logica del patto che sottrae gli individui alla violenza dello stato di natura. La pace richiede repubbliche fondate su libertà, uguaglianza, rappresentanza e divisione dei poteri, unite in una federazione di Stati liberi. Ma la sovranità nazionale rende accidentato il cammino verso una Repubblica universale.
Parte prima di due.
Immanuel Kant (1724-1804) pubblicò il “Progetto per una pace perpetua” nell’ottobre 1795. Nella primavera di quell’anno era stata firmata la pace di Basilea, con cui Spagna, Olanda e Prussia riconoscevano alla Francia rivoluzionaria il ruolo di grande potenza europea.
Sull’onda dell’entusiasmo per un evento da lui auspicato, nella sua opera il filosofo di Königsberg (oggi Kaliningrad) parte da una premessa che condivide con Thomas Hobbes (1588-1679). Con l’autore del “Leviatano”, infatti, egli condivide l’idea che lo Stato nasca dall’esigenza di porre fine alla condizione naturale di violenza fra gli uomini, introducendo un elemento di carattere coattivo, una forza superiore rispetto agli individui che li costringa, anche loro malgrado, a rispettarsi reciprocamente.
Come Hobbes, Kant sostiene che lo Stato sia il frutto di un patto fra gli individui. Questi stipulano tra loro un contratto in cui convengono di convivere pacificamente sulla base di leggi che accettano tutti perché lo trovano vantaggioso e ragionevole.
Il “Progetto” ripropone lo stesso discorso al livello degli Stati: come gli individui si sono accordati fra di loro e hanno raggiunto la pace attraverso lo Stato, così gli Stati, quali “individui in grande”, dovranno accordarsi fra loro in una federazione per raggiungere la pace.
Ma la strada per arrivare a uno “Stato dei popoli”, come lo designa, o, con un’altra espressione, a “una Repubblica universale” è piena di ostacoli. Proprio perché gli Stati hanno già una loro sovranità, che esercitano sui cittadini, essi non sono disposti a rinunciare a tale sovranità per sottomettersi a un’autorità superiore.
Il discorso kantiano parte dal pessimismo per muoversi verso l’ottimismo: gli uomini come singoli individui, e gli Stati come individui in grande, nella condizione di natura, cioè nello stato di natura, tendono alla guerra reciproca; come all’interno degli individui nasce una forza che li porta a cooperare nello Stato, così all’interno dei popoli nasce una forza che li spinge alla cooperazione internazionale.
Si parte “da una considerazione antropologica, sulla natura dell’uomo, di tipo pessimistico, ma a mano a mano nel discorso di Kant si innesta un ottimismo che lo porta a sperare nella realizzazione di una pace perpetua” (Antonio Gargano, “Il Progetto per una pace perpetua di Kant”, Istituto italiano di studi filosofici, disponibile in PDF).
Prima di Kant, numerosi pensatori avevano affrontato la questione: da Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) fino all’abate di Saint-Pierre (1658-1743). Ma i loro progetti, centrati prevalentemente sulla necessità di eliminare le cause psicologiche delle guerre, come l’aggressività o l’espansionismo dei sovrani, quasi sempre culminano in un appello ai prìncipi.
Kant, invece, come è stato osservato, laicizza la diagnosi delle guerre: queste non dipendono dalle cattive intenzioni dei sovrani, ma da cause iscritte nella struttura sociale. È la struttura sociale dell’Antico Regime, dell’assolutismo, la matrice inesauribile di guerre.
Dopo questa premessa, Kant entra nel merito del progetto e adduce prima qualche piccola clausola preliminare, accessoria, per edificare la pace, poi identifica tre grandi condizioni per poter sperare nella pace perpetua: che ogni Stato abbia una struttura repubblicana; che si formi una federazione di liberi Stati; che si diffonda il diritto di ospitalità, cioè l’accettazione degli stranieri sul proprio territorio.
L’autore delle tre “Critiche” assume così alcuni principi fondamentali della Rivoluzione francese come prerequisiti per la pace perpetua: gli Stati non possono conquistare o acquistare altri Stati, a nessun titolo, neppure per eredità dinastica, dice Kant, e non si devono ingerire negli affari degli altri Stati.
Prima di tutto, la “repubblica”: non c’è speranza di pace perpetua se gli Stati non sono tutti repubblicani. Ed è molto interessante il suo concetto di repubblica.
Kant mette in secondo piano la tipologia classica delle forme di Stato, cioè monarchia, aristocrazia e democrazia: ci sono soltanto la repubblica e il dispotismo. Ma quali sono le caratteristiche della repubblica? Prima di tutto, la libertà: la libertà intesa però come coincidente con la legge, quindi non la libertà sfrenata dello stato di natura, ma la libertà di leggi accettate razionalmente.
Questa libertà si traduce in uguaglianza: le leggi sono un fatto razionale, valgono in maniera uguale per tutti, quindi la repubblica è contraddistinta da libertà e uguaglianza, uguaglianza del cittadino di fronte alla legge; di nuovo, i cardini della Rivoluzione francese.
Anzi, Kant fa un’affermazione paradossale e dice: tranne che per Dio, per il quale non si può applicare il concetto di dovere, non esiste nessuno, neppure un’entità angelica, che non si debba sottomettere alla legge. La legge è uguale per tutti nel senso più forte del termine. Questa è la repubblica. La repubblica è libertà ed è soggezione alla legge, soggezione che vale per tutti e quindi implica uguaglianza.
La terza caratteristica è molto importante: le repubbliche sono sempre rappresentative. Kant afferma: quando vediamo rapporti diretti tra il governo e le masse, con un’osmosi di qualunque tipo, ci troviamo di fronte a forme di dispotismo, non siamo di fronte a forme di repubblica.
La repubblica si fonda sulla rappresentatività. La repubblica implica che ci siano rappresentanti degli interessi dei vari settori della società, i quali, secondo regole che possono variare da repubblica a repubblica, gestiscono la rappresentanza per un certo periodo. Invece, quando c’è una presunta partecipazione diretta del popolo al potere, siamo di fronte a una forma di dispotismo.
Quindi, repubblica per Kant significa libertà, uguaglianza e rappresentanza. Il concetto di rappresentanza è legato a quello che è per lui veramente l’elemento distintivo delle repubbliche: la divisione dei poteri. Questo è un criterio superiore agli altri.
In conclusione: la repubblica c’è quando ci sono libertà, uguaglianza, rappresentanza, ma soprattutto la divisione dei poteri. Se i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario non sono divisi tra loro, non si ha repubblica.
L’esistenza di una repubblica non dipende dalla partecipazione di massa, dai consensi (il consenso è implicito, per Kant conta: la repubblica, non essendo dispotismo, implica il consenso dei cittadini; nella repubblica si è cittadini e non sudditi), ma il consenso non è il fatto principale. Il fatto principale “è la divisione dei poteri, cioè che chi fa le leggi non è la stessa persona che le mette in esecuzione e non è la stessa persona che ne controlla l’applicabilità e verifica che il cittadino si comporti in conformità alle leggi” [Gargano].
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Kant straordinariamente all\’avanguardia. Preconizza addirittura il populismo. Ho letto di un pensatore della Scuola di Francoforte che considerava libertà e uguaglianza insieme un ossimoro. Kant spiega bene che la Libertà deve essere soggetta alle leggi e che l\’uguaglianza è tale difronte alla Legge. Illuminante per una che non sa niente di filosofia. Grazie Michele. Buona giornata.
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Non trovo l’obiezione di Hegel, citata nel titolo.
Complimenti per l’articolo. Finalmente qualcuno che non travisa il testo di Kant. Kant era repubblicano, non democratico.