


Tra biografie sorvegliate, scomuniche culturali e prati all’inglese posati sul fango, il politically correct diventa un dispositivo di controllo: non giudica più le opere, ma pretende fedine esistenziali perfette, trasformando ogni anomalia in colpa da espellere.
L’architettura mentale di Melio* e Capovilla* è la manutenzione ordinaria di una biografia conforme; suona come una casa che scricchiola, un cedimento strutturale in cui si avverte distintamente il legno che cede sotto il peso di un’impalcatura troppo vecchia.
Siamo dentro il perimetro recintato di una villetta a schiera in un quartiere residenziale dove il politically correct è stato piantato con la precisione clinica di un manto erboso da golf: tutto è di un verde così soffice e così squisito e così privo di spine e così maniacalmente curato da indurre a una forma di paralisi motoria preventiva.
Il problema, quell’aberrazione sotterranea alla Blue Velvet che nessuno ti spiega all’ingresso, è che sotto quel prato all’inglese, così perfetto da sembrare una simulazione, c’è un meccanismo di controllo granulare, un protocollo di isolamento e verifica biografica che trasforma il “personale è politico” in un mandato di perquisizione a tempo indeterminato.
Funziona come un check-in aeroportuale applicato all’anima. Prima di calpestare il prato e accedere al dibattito pubblico, devi esibire la fedina penale della tua presenza: non contano le tue opere, conta la coerenza statistica della tua intera esistenza.
Se il vissuto presenta una crepa, una macchia di sangue non lavata, se l’immagine pubblica non combacia millimetricamente con la foto segnaletica archiviata nei server della tribù, il meccanismo di espulsione si innesca con il distacco asettico di un software che rimuove un file corrotto.
Non è censura; tecnicamente è gestione della coerenza estetica. È il sacrificio dell’anomalia per salvaguardare il colpo d’occhio del quartiere.
Le carriere vengono recise con la stessa impassibile efficienza con cui si potano le siepi, in una sorta di chirurgia sociale dove chi tiene in mano le forbici è sinceramente convinto di preservare la cultura dall’imbarbarimento.
In questo Politically Circus, Melio e Capovilla non discutono: officiano. Quando Capovilla definisce i veneziani una “metastasi” perché il corpo elettorale ha rifiutato la sua sceneggiatura, non sta facendo critica, sta dichiarando l’incompatibilità biologica tra il popolo e la propria visione del mondo.
Capovilla agisce da guardiano notturno di corsia tra i canali, che usa il lessico dell’oncologia come un’arma: poiché nella sua visione il malato, Venezia, ha scelto una cura sbagliata votando contro i suoi precetti, il passante paramedico, all’anagrafe Pete Castiglione, ne certifica il decesso e ne decreta l’abbandono.
Se i veneziani osano contraddirlo, la cura si risolve in dimissioni immediate siglate dallo sputo del tesserato tradito, pronto a migrare verso un’altra città dove, in qualche angolo, troverà un nuovo popolo da sottoporre al suo triage.
Quando Melio invoca il boicottaggio, sta applicando la logica del contabile che scopre un ammanco nel bilancio delle proprie certezze: se l’idolo non genera il profitto identitario previsto, va disinstallato.
La loro è la vigliaccheria di chi non tollera l’insubordinazione di chi è stato assunto come garante del culto. La scomunica è l’unica arma di un’élite che ha smarrito la capacità di negoziare.
Il “personale è politico” è il bisturi che hanno usato per lobotomizzare il dissenso, trasformandolo in un ufficio di sorveglianza interna. Hanno saldato l’opera alla persona con il vincolo della foto segnaletica, convinti che se strappi l’immagine, cancelli anche l’uomo.
Ma l’idolo che smette di recitare la parte, De Luca che si rifiuta di allineare la propria biografia alle aspettative, gli elettori di Venezia che rifiutano di farsi comparsa nel tableau vivant del lutto estetico, produce un’implosione atroce.
Nel vuoto pneumatico che segue la rottura del patto, il pubblico rimane lì, con i moduli di autocertificazione in mano, a fissare un prato che improvvisamente rivela la sua natura di plastica posata sul fango.
Non c’è profondità nella loro rabbia, c’è solo il terrore di un mondo che, una volta eliminata la fototessera dal registro, continua ostinatamente a girare.
La loro scomunica si infrange contro il vetro della teca che hanno costruito attorno a se stessi, convinti di proteggere il mondo mentre, molto più prosaicamente, stanno solo cercando di soffocare l’evidenza che, sotto quel manto d’erba, qualunque cosa ci abbiano sepolto viva, sta graffiando il coperchio mentre loro continuano a falciare il prato.
*(Iacopo Melio è attivista per i diritti civili, scrittore e consigliere regionale del Partito Democratico in Toscana; Pierpaolo Capovilla è un musicista e figura storicamente collocata nell’immaginario della sinistra culturale e antagonista n.d.r.)
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