

La caduta dei vertici della Bbc non è solo una notizia di cronaca, è il simbolo di un crollo più ampio: quello dell’autorità morale e culturale di un’istituzione che per decenni ha incarnato l’equilibrio, la competenza, la distanza critica.
Ma le dimissioni della direttrice delle news Deborah Turness e del direttore generale Tim Davie, a causa dello scandalo legato a un servizio su Donald Trump, non sono che il culmine di uno sfaldamento che affonda le radici nel clima tossico del post Brexit.
Ed è qui che, al di là del merito delle accuse di pregiudizio su temi divisivi come Trump, Gaza e i diritti LGBTQ+, che occorre fare un passo indietro, e inquadrare lo scenario del declino.
Sconcerta (ma non troppo) che sia stato proprio Boris Johnson a cavalcare l’indignazione suscitata dal rapporto dello standards adviser della Bbc, Michael Prescott, sul discusso documentario di Panorama, accusato di aver manipolato ad arte un discorso di Trump. Con la consueta abilità nel fiutare il vento, l’ex premier si è rapidamente autoproclamato difensore dell’imparzialità, tuonando contro la “propaganda mascherata da giornalismo”. Ma è un paradosso amaro: fu proprio sotto il suo governo che la Bbc iniziò a essere sistematicamente delegittimata, ridotta da istituzione nazionale a bersaglio politico.
Il risultato è stata una lenta ma inesorabile pressione politica che ha cambiato i toni, i volti, i linguaggi. Il timore di apparire schierati si è tradotto in un equilibrio artefatto, in cui ogni fatto deve essere compensato da un “contro-fatto”, anche se privo di fondamento. È la logica del both-sidesism, la finta imparzialità che mette sullo stesso piano verità e manipolazione.
In questo clima, anche il servizio incriminato su Trump diventa una cartina di tornasole. Era fazioso o semplicemente il nuovo giornalismo della post-verità che vediamo ovunque? Domanda che oggi, nel Regno Unito come altrove, non ha più risposte nette. Perché le redazioni sono sotto assedio, divise tra la necessità di raccontare il reale e la paura di urtare le suscettibilità politiche e culturali. Trump, Gaza, i diritti LGBTQ+: ogni tema scotta, ogni parola può essere usata come arma, ogni silenzio può essere sospettato. Tutto diventa narrazione.
Ma è stato proprio durante il mandato di Boris Johnson, la Bbc attraversò i suoi giorni più bui e vide l’emorragia dei migliori giornalisti. Il clima era avvelenato, e le redazioni si muovevano con il freno a mano tirato. La priorità non era più informare con rigore, ma evitare di urtare il potere. Una stagione fatta di silenzi, pressioni e di una linea editoriale sempre più prudente, quasi ansiolitica, soprattutto su temi sensibili per Downing Street.
Nel 2021, Andrew Marr – volto storico del giornalismo politico britannico – si dimise dichiarando che non poteva più esprimersi liberamente all’interno dell’emittente. L’anno successivo fu il turno di Emily Maitlis (la giornalista, famosa per la sua intervista al Principe Andrew su Jeffrey Epstein), protagonista di un monologo virale in cui accusava il governo di aver diffuso disinformazione durante la pandemia e impedire di parlare della Brexit. Il suo addio fu accompagnato da accuse dirette alla leadership della Bbc: colpevole, secondo lei, di non aver difeso i giornalisti dalle interferenze politiche.
Altre figure lasciarono la Bbc in quei giorni: impossibile parlare di Dominic Cummings, political advisor di Boris Johnson, e poi il mantra di redazione: Never say Brexit. Non si poteva criticare la Brexit.
Poi, nel 2023, Richard Sharp, un ex banchiere, nominato presidente della Bbc da Johnson, finì al centro di un’inchiesta per aver facilitato un prestito personale da 800.000 sterline proprio a Johnson. La sua posizione diventò insostenibile, e anche lui fu costretto alle dimissioni. Un caso che rivelò senza ambiguità quanto fossero porose e compromesse le barriere tra il potere politico e la governance del servizio pubblico.
Tutti segnali di un lento declino. Non solo delle persone, ma anche dell’autonomia. Dell’ambizione editoriale di una Bbc che, schiacciata tra il fuoco incrociato della politica e la paura di perdere legittimità, ha smesso di fare ciò per cui era nata: informare con coraggio, senza chiedere permesso. Da lì in poi, il passo verso l’omologazione è stato breve. Oggi l’emittente appare sempre più simile a molte altre voci del panorama globale, intrappolata nel grande circo delle narrazioni fluide, dove conta più la direzione del vento che la solidità dei fatti, più l’effetto sul pubblico che l’adesione al reale. Si calibra tutto: linguaggio, priorità, frame. Si costruiscono narrative. In base a cosa fa più rumore, più click, più consenso. Si montano i discorsi dei politici, come è avvenuto con Trump; si realizzano documentari con attori, come è accaduto in Siria; si pubblicano notizie e dati non confermati, come è avvenuto per Gaza.
Va da sé che, se rompi un meccanismo così, come fece Johnson tra il 2019 e il 2022, non puoi poi stracciarti le vesti quando quel meccanismo inceppato inizia a girare nella direzione opposta a quella che volevi. Se va a sinistra invece che a destra. È il classico boomerang. Un autogol che colpisce proprio ciò che un tempo era il vanto del sistema britannico: una stampa pubblica libera, competente, solida. Invece, ora, anche lì si naviga a vista nel caleidoscopio delle narrazioni di convenienza.
Ma il problema va anche oltre. Perché la Bbc non è una testata qualsiasi. È un’istituzione che era stata concepita per essere impermeabile alle derive del mercato e alle pressioni del potere. Ente pubblico, non commerciale, non lottizzato: la sua forza sta proprio in questa architettura unica, pensata per garantire l’indipendenza editoriale in un sistema democratico. Il canone versato dai cittadini, la distanza dai partiti, la missione di servizio pubblico. Una voce che non debba compiacere né vendere, ma raccontare.
È questo il valore oggi messo in discussione. Ed è anche ciò che ne fa uno dei pilastri della democrazia britannica. Una garanzia: che ci sia sempre almeno una fonte capace di raccontare il potere senza farsene strumento. Il declino della Bbc, quindi, non è solo un problema interno. È il sintomo di qualcosa di più profondo: l’erosione della fiducia nelle istituzioni, il logoramento dello spazio pubblico, la perdita di quella “terza via” informativa che non si appiattisce né sul governo né sull’opposizione, né sulla propaganda né sulla caccia al click.
Per l’ente, poi, non si tratta soltanto di una questione etica o culturale, ma anche di un problema economico. Gran parte delle sue entrate proviene dalla vendita di contenuti all’estero, dai diritti di trasmissione e dalle collaborazioni internazionali. In altre parole, la Bbc dipende economicamente dalla credibilità.
Se quella reputazione si incrina, l’intero modello rischia di franare. Perché un ente pubblico che perde credibilità non solo fatica a difendere la propria missione, ma diventa anche meno competitivo, meno finanziabile, meno sostenibile. Un declino editoriale può facilmente trasformarsi in una crisi economica a catena. Un indebolimento che incide sulla capacità stessa dell’ente di esistere secondo le proprie regole.
E se salta la Bbc, non ne nasce un’altra. Perché il suo modello non è replicabile. Quello che si perde è un equilibrio faticosamente costruito tra indipendenza, responsabilità pubblica e autorevolezza editoriale. E ricostruirlo – in un’epoca che premia velocità, polarizzazione e rumore – potrebbe essere semplicemente impossibile.
Ecco perché ciò che è successo non riguarda solo la Bbc, ma anche l’equilibrio democratico di un Paese che, rischiando di perdere l’autonomia del suo principale organo di informazione pubblica, rischia di perdere un pezzo della propria spina dorsale.
Ascolta l’intervento di Alessandra Libutti su Radio Radicale

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E’ proprio il segno di questi tempi. Auspicavamo un’Italia più britannica dal lato dell’autorevolezza del loro mondo politico e giornalistico e invece ci ritroviamo una Gran Bretagna più italiana. La perdita di credibilità e il degrado delle istituzioni sono evidenti e sono il sintomo delle crisi interne che stanno affrontando ora anche altri Paesi importanti in Europa.
Detto bene: responsabilità pubblica e autorevolezza. Le piaghe dei media di oggi: perdita di credibilità e declino di audience. Non a caso il fiorire di nuove testate digitali e Blog indipendenti ne sono la prova. Spesso i media non colgono cosa pensa realmente la gente o forse hanno paura o poco coraggio per raccontare. Da qui nascono implicazioni incontrollabili . Il problema è poi anche che pochi sono in grado di analizzare le fonti di informazioni così parzializzate. Ed ecco il prevalere di fake senza controllo che nessuno è in grado di combattere. O peggio diventare organo di propaganda governativa. Persa l’autorevolezza il giocattolo si rompe