

Parafrasando leggermente Ennio Flaiano, oggi la situazione politica in Italia forse non è grave, ma sicuramente non è seria. Lo dimostra il polverone sollevato sulla legge di Bilancio da Bankitalia, grandi quotidiani nazionali, leader dell’opposizione in cerca d’autore. “Amicus Plato, sed magis amica veritas”, recita una celebre locuzione latina. Tanto più per chi scrive, che non ha nessuna simpatia per l’attuale governo Meloni. In ogni caso, come sanno i filosofi analisti, la verità di una asserzione richiede completezza di dati, fatti, informazioni. In un articolo pubblicato su Open il 10 novembre (di cui sono debitrici queste note), Franco Bechis si è preso la briga di raccontare proprio i dati e i fatti che smentiscono la narrazione mainstream sulla “manovra Giorgetti”.
Cominciamo col ricordare che il più grande sconto Irpef di cui hanno beneficiato anche i redditi alti porta la firma di Mario Draghi e la data del dicembre 2021, quando fu approvata la legge di Bilancio 2022. Come è noto, adesso è stata abbassata di due punti l’aliquota del 35 per cento per i redditi tra 28mila e 50mila euro lordi (2.400 euro netti mensili circa). Mentre il beneficio massimo di 440 euro lordi è stato esteso fino ai 200mila euro lordi di reddito (poco meno di 8mila euro netti al mese).
Nel 2021 le aliquote ritoccate furono tre. La prima, quella del 41 per cento, fu cancellata. La seconda, quella del 38 per cento sui redditi fra 28 e 50mila euro, fu abbassata di tre punti. La terza aliquota, quella del 27 per cento per i redditi tra 15 e 28mila euro lordi, fu ridotta di due punti. Il beneficio fiscale massimo fu allora quasi il doppio di quello odierno: 765 euro. E ne beneficiarono senza alcun limite anche i redditi più alti, perfino quelli milionari.
Che la manovra Draghi fosse soprattutto a beneficio dei “ricchi” quattro anni fa non lo disse nessun partito. Anzi, proprio chi oggi protesta contro lo sconto di 440 euro concesso ai “ricchi” fino a 200mila euro, all’epoca votò in Parlamento lo sconto di 765 euro ai milionari. Lo fece il Partito democratico, lo fece il Movimento 5 Stelle, lo fece Italia Viva di Matteo Renzi, lo fecero pure Forza Italia, la Lega e i centristi dell’epoca. A votare contro furono solo FdI di Giorgia Meloni (ma senza contestare lo sconto Irpef), e Nicola Fratoianni oltre ai fuoriusciti dal M5S indispettiti dal via libera di Beppe Grillo a Draghi.
Non protestò lo sconto Irpef ai milionari nemmeno la Cgil. Maurizio Landini fece uno sciopero generale contro la manovra come quello annunciato oggi. Lo fece di giovedì (il 16 dicembre 2021) e non di venerdì, e soprattutto lo fece cinque giorni prima che fosse inserito con un maxiemendamento alla manovra proprio quello sconto Irpef sui redditi poveri e sui redditi ricchissimi. Landini dopo preferì rivendersi che lo sconto ai primi era merito del suo sciopero generale, e chiuse gli occhi sul secondo. Né una parola di critica venne spesa da Bankitalia, probabilmente imbarazzata da una polemica contro un ex Governatore come Draghi.
Ieri come oggi, tuttavia, non è vero che l’abbassamento delle aliquote abbia premiato e premi soprattutto i redditi alti. Per un motivo semplice: il numero degli italiani che al fisco dichiara redditi alti è esiguo. Fra 28 e 50mila euro ci sono infatti circa nove milioni di contribuenti. Sopra i 50mila euro sono circa tre milioni, e la maggioranza (2,3 milioni) dichiara redditi fra 50 e 100mila euro lordi. A guadagnare oltre 200mila euro lordi ci sono in tutto 145.832 italiani, lo 0,34 per cento dei contribuenti. Quindi ieri come oggi la platea più estesa interessata dagli sconti Irpef era ed è quella con redditi medi o medio-bassi (fra mille e 2.400 euro netti al mese).
È evidente, infine, che la dichiarazione Irpef non è lo specchio della realtà del Paese. Ed è altrettanto chiaro che i veri ricchi d’Italia non sono quelli che presentano la loro dichiarazione dei redditi sopra i 200mila euro. Fra i veri “ricchi” c’è una buona percentuale di evasori, un esercito di elusori e un altro significativo esercito di chi non è tenuto a fare la dichiarazione dei redditi, perché non percepisce stipendio, ma rendita da capitale tassata in altri modi.
E anche a livelli bassi o medi è difficile distinguere chi è più benestante da chi non lo è. Sta peggio chi guadagna 1.500 euro al mese ma vive in provincia ed abita nella casa di proprietà, o chi ne guadagna 2.400 ma vive in una grande città e deve pagare un affitto? Bechis ha ragione: le dichiarazioni Irpef rispecchiano solo una parte della nostra realtà sociale.
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