
In un’intervista rilasciata nel 1996 alla poetessa israeliana Helit Yeshurun, il principale poeta palestinese Mahmoud Darwish disse: “Sai perché noi palestinesi siamo famosi? Perché voi siete il nostro nemico. L’interesse per la questione palestinese deriva dall’interesse per la questione ebraica. Se fossimo in guerra con il Pakistan, nessuno avrebbe sentito parlare di me”.
A quasi trent’anni di distanza, quelle parole risultano essere più attuali che mai. Le morti palestinesi indignano l’opinione pubblica solo se il responsabile è israeliano, mentre non suscitano la stessa reazione se avvengono per mano dei paesi arabi. Lo dimostra il fatto che pochissimi si ricordano le migliaia di palestinesi che hanno perso la vita nella guerra civile in Siria.
Mentre per la guerra a Gaza il Ministero della Salute di Hamas fornisce ogni giorno cifre discutibili, nel caso siriano è più difficile reperire dei dati aggiornati. Nel luglio 2020, il Syrian Network for Human Rights (SNHR) stimava che dal marzo 2011 fino a quel momento erano 3.196 i rifugiati palestinesi in Siria uccisi dall’esercito di Assad, di cui 491 erano morti a causa delle torture subite. Il totale dei morti includeva anche 352 bambini e 312 donne.
Alcune fonti hanno sostenuto che le cifre reali siano ancora più alte: secondo il BESA Center for Strategic Studies dell’Università Bar-Ilan, dal 2011 al 2018 sarebbero stati 3.840 i palestinesi uccisi nel corso della guerra civile siriana. Questi numeri, che il BESA Center aveva ripreso da un report dell’AGPS (Action Group for Palestinians in Syria), erano quattro volte più alti del numero di tutti i palestinesi uccisi durante la Prima Intifada, che ha avuto luogo dal 1987 al 1993.
Se dopo il 7 ottobre Israele ha subìto innumerevoli attacchi dall’opinione pubblica mondiale con l’accusa di affamare e privare di aiuti alimentari la popolazione di Gaza, il mondo è rimasto molto più indifferente quando le truppe siriane hanno messo sotto assedio il campo profughi di Yarmouk, a pochi chilometri da Damasco e al quale le forze di Assad hanno bloccato per anni i rifornimenti di cibo e acqua. Secondo l’UNRWA, nel 2011 vivevano circa 160.000 rifugiati palestinesi a Yarmouk, ma nel 2015 erano scesi a 18.000, e nel settembre 2024 vi sarebbero rimaste poco più di 8.000 persone.
Non sono state solo le truppe fedeli al regime di Assad ad uccidere i palestinesi in Siria: già nel 2012, la Reuters riportava che i ribelli siriani si erano scontrati con terroristi affiliati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, uccidendone almeno una decina solo all’inizio di novembre. E quando, nel 2015, Yarmouk venne in gran parte occupata dall’ISIS, il quotidiano Haaretz stimò che più di 1.000 palestinesi erano stati uccisi dai terroristi dello Stato Islamico.
Nonostante abbia fatto torturare e uccidere migliaia di palestinesi, i crimini di Assad sono stati spesso minimizzati dai propal occidentali. Alessandro Di Battista, che dopo il 7 ottobre ha definito gli israeliani “bestie di Satana” e il sionismo “cancro dell’umanità”, nell’ottobre 2016 ha detto nel programma Politics di Rai 3 che “se Assad è un dittatore lo decideranno i cittadini siriani”. Mentre Francesca Albanese, come riportato dal sito The New Arab, dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024 ha commentato positivamente un tweet che difendeva il dittatore siriano, salvo poi fare marcia indietro per le critiche ricevute.
Alessandro Orsini è arrivato persino a giustificare l’intervento militare russo in Siria, nonostante abbia provocato la morte di numerosi civili (6.969 dal 2015 al 2024, di cui il 44% donne e bambini secondo l’SNHR): in un editoriale uscito nel febbraio 2018 sul quotidiano Il Gazzettino, ha scritto che “Putin vuole unità e pace”, mentre gli Stati Uniti “lottano per smembrare la Siria e prolungare la guerra”.
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