
Guardiamo con preoccupato interesse il groviglio di eventi di portata strategica che, negli ultimi giorni e ore, confondono ancora di più lo scenario della sicurezza e della stabilità globale.
Gli Stati Uniti d’America hanno arrestato il dittatore venezuelano Nicolás Maduro, con un’operazione di forze speciali (facilitata, nella sua precisa esecuzione, dalle attività preparatorie delle operazioni coperte della CIA e dalla probabile collaborazione di alte cariche governative e degli apparati di sicurezza), adducendo la necessità di condurre un’operazione di polizia internazionale contro un (presunto) narcotrafficante, pur lasciando il “regime” ancora perfettamente funzionante.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America e i suoi più stretti collaboratori reiterano una posizione assertiva (aggressiva) sulla necessità di ottenere la “Groenlandia” dalla Danimarca per ragioni cruciali di sicurezza nazionale. Sette Paesi europei, inclusa la Danimarca, respingono con una comunicazione ferma e misurata la dialettica roboante e aggressiva del Presidente degli Stati Uniti.
La Repubblica Islamica dell’Iran è scossa dall’interno da proteste popolari, che sembrano sempre più radicate e persistenti, nonostante la brutale repressione del regime, contrarie al sistema, all’establishment religioso radicale e al governo totalitario del Paese. Appare sempre più vicina un’operazione di supporto diretto al “regime change” da parte degli Stati Uniti, con l’appoggio sul terreno dello Stato di Israele.
Taiwan percepisce la pressione strategica cinese, anche manifestata da esercitazioni aereo-navali condotte contemporaneamente in tutte e quattro le direzioni geografiche, a mo’ di aggiramento. Il Presidente Xi Jinping, nella sua ultima dichiarazione su Taiwan risalente allo scorso 31 dicembre 2025 (messaggio di Capodanno per il 2026), rinnova l’impegno per la “riunificazione”, presentata come inevitabile. Ha infatti affermato che le persone su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan “condividono un legame di sangue e di parentela” e che “la riunificazione della nostra madrepatria è inarrestabile”.
La guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina non si concluderà a breve, tantomeno con un trattato traballante e incerto, basato sugli accordi mercantilistici e transazionali che taluni attori non coinvolti nel conflitto continuano a sbandierare come possibili. I Paesi cosiddetti volenterosi, in un formato allargato, concordano sull’invio di un contingente di peacekeeper, una volta firmato qualsiasi accordo di cessate il fuoco.
Il bandolo della matassa
Lungi da me dal voler assurgere al ruolo di raffinato diplomatico, capace di individuare una soluzione adatta alla gestione della questione strategica ed estremamente divisiva della Groenlandia, minacciata dalle non celate intenzioni di “acquisizione” espresse dall’Amministrazione americana. Ma il bandolo della matassa è proprio qui.
È stata interessante, in termini di principio, l’idea di schierare un contingente europeo, anche di dimensioni esigue, sull’isola contesa, con l’intento di proiettare forze a titolo dimostrativo o di “deterrence by presence”, ahimè, nei confronti del fu alleato americano.
La proposta del presidente Macron, che ha fatto parlare di sé su testate giornalistiche nazionali e internazionali, è stata una lodevole iniziativa, così come lo è la più recente, decisa ma attenta dichiarazione di intenti a favore della Groenlandia, a cui si è già fatto cenno.
Ma il valore della proposta, dal mio punto di vista, si ferma alle buone intenzioni, che sono politiche e dunque certamente significative, ma non sufficienti a distogliere il POTUS dal suo intento espansionista, isolazionista, mercantilista e transazionale. Queste quattro parole, pur sembrandolo, non sono in contraddizione tra loro. Sono l’essenza del progetto politico di questa amministrazione americana.
Se l’Unione europea fosse dotata di propria autonomia strategica (cioè politica e militare, oltre a processi decisionali snelli e rapidi), dovrebbe poter schierare i propri assetti per dare un segnale di deterrenza credibile. Per il momento non è così.
Ha ragione il primo ministro ungherese: si tratta di una questione da risolvere all’interno della NATO.
Ma non nel senso che lui immagina.
Il dilemma strategico
Cosa succederebbe se, in seno all’Alleanza Atlantica, venisse formulata una proposta di intervento militare di “riassicurazione”, tesa a garantire, attraverso la presenza di assetti NATO a fini addestrativi, una maggiore sicurezza nel territorio autonomo groenlandese (come avviene nei Paesi baltici e in Polonia)? Tale mossa spingerebbe Washington in un angolo, alle prese con un dilemma strategico.
La questione potrebbe essere affrontata con una richiesta in sede di Consiglio Atlantico, da parte della Danimarca, di convocazione urgente del Consiglio per questioni afferenti alla sicurezza nazionale e all’Alleanza stessa (coerentemente con l’art. 4 del Trattato di Washington), ponendo sul tavolo la richiesta delle menzionate reassurance measures, in modalità enhanced forward presence, da schierare sul territorio autonomo della Groenlandia, sotto il comando e il controllo del Comandante Supremo (SACEUR, generale a quattro stelle americano) che non risponde agli ordini di Washington ma del NATO Atlantic Council (NAC), emanati attraverso una Initiating Directive (NID) per l’avvio della messa in atto dei piani di difesa e una Execution Directive (NED) che autorizza la loro esecuzione/attivazione, e del Comandante del Joint Force Command Norfolk (anch’egli generale a quattro stelle americano).
Così facendo, il dilemma strategico è tutto di fronte all’Amministrazione americana, che dovrebbe scegliere se:
• Accondiscendere alla richiesta danese e degli Alleati, di fatto chiudendo la questione relativa all’acquisizione della giurisdizione politica, territoriale e, in particolare, economica del territorio autonomo. La posizione europea, espressa dalla dichiarazione di solidarietà firmata dai sette Paesi europei, sarebbe vincente.
• Opporsi, sino a negare, la richiesta danese sull’iniziativa di schieramento degli assetti, provocando, con ogni probabilità, una crisi politica irreversibile dell’Alleanza Atlantica, assumendosene la responsabilità politica di fronte al mondo, al Congresso e al popolo americano. Una sconfitta politica catastrofica del Presidente degli Stati Uniti, con conseguenze inimmaginabili. La posizione europea all’interno dell’Alleanza sarebbe, paradossalmente, ancora più forte e, nell’immediato, potrebbe consentirle di disporre delle articolazioni di comando e controllo NATO già in essere (ma alimentate da personale dei 32 Alleati) necessarie per impiantare una struttura di difesa europea.
Così come sopra delineato, è uno scacco matto strategico.
Negli ultimi giorni a Bruxelles, il NAC della NATO e i rappresentanti dei 27 Paesi dell’Unione europea hanno ricevuto un aggiornamento – separato – sulla situazione.
L’Alleanza si sta muovendo in forma collaborativa e propositiva proprio nella direzione di un significativo rafforzamento delle forze NATO in Groenlandia, per dimostrare che l’Alleanza:
• prende sul serio il contrasto alle attività cinesi e russe nell’Artico;
• non intende assistere inerte alla messa in atto della soluzione transazionale e mercantilista, attualmente in discussione, da parte di Washington;
• offre un segnale di rassicurazione politica, di attenzione alle diverse preoccupazioni di alcuni Alleati (gli USA e la Danimarca) e di un proattivo impegno a risolverle.
Sul lato dell’Unione europea, la discussione verte in modo interessato sulla questione della Groenlandia, per individuare azioni efficaci e tese a dimostrare agli Stati Uniti che l’impegno finanziario per la sicurezza dell’Artico sta aumentando, ad esempio valutando un consistente incremento della spesa nell’ambito del prossimo bilancio.
Cosa ci attende
All’inizio del nuovo anno, le nazioni democratiche del mondo si trovano ad affrontare una forza destabilizzante esterna proveniente da una direzione inaspettata, mentre:
• l’Ucraina continua a resistere in prima linea nella lotta per la sopravvivenza contro l’imperialismo russo, sostenuta principalmente dall’Unione europea e da Paesi partner;
• l’Iran è in fiamme, alle prese con una furiosa e criminale repressione della dittatura religiosa;
• il Venezuela è in una fase di transizione auspicabilmente post-dittatoriale, dopo l’epoca infausta e depressiva di Nicolás Maduro.
Nessuno dimentichi che l’Ucraina rappresenta il fronte aperto e sanguinante nella lotta dell’Occidente libero (o di quel che ne rimane) per il futuro della democrazia liberale e per il diritto dei popoli ad autodeterminarsi.
Per vincere questa battaglia, la comunità internazionale delle democrazie liberali deve rimanere mobilitata per sviluppare e rendere più efficace e rapida una strategia unitaria che unisca i diversi sforzi in un insieme coerente e coordinato di politiche e azioni, per respingere l’aggressione multidominio e “omnicapacitiva” della Federazione Russa.
Ma è necessario neutralizzare l’effetto dirompente e disturbante delle forze centrifughe all’interno dell’Alleanza Atlantica, che mirano al suo dissolvimento, attaccando il Centro di Gravità della NATO, che, da una prospettiva di valori e principi, deve essere inteso non solo come un punto focale strategico politico-militare, ma anche come la fonte principale di forza morale, legittimità e coesione dell’Alleanza.
Il Centro di Gravità della NATO è quindi rappresentato dalla convergenza politica intorno ai valori democratici condivisi e ai principi di difesa collettiva (unità, coesione e solidarietà), per proteggere la credibilità e l’efficacia strategica dell’Alleanza.
Ed è allora, in questa prospettiva, che penso sia giunto il momento di porre il “maggiorente” politico, strategico e militare della NATO di fronte a dilemmi strategici di così ampia portata, che il suo cabinet non è in grado di risolvere facilmente, anche alla luce dei necessari passaggi di approvazione da parte del Congresso, a cui ogni scelta relativa alla NATO è soggetta secondo la legislazione americana.
Sarebbe dunque in grado Washington di affrontare la competizione strategica multidominio e di impiegare tutti gli strumenti di potere nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, senza dover contare sull’appoggio dell’Alleanza Atlantica, se questa dovesse essere messa a rischio o disarticolata?
Ecco perché il caso Groenlandia è, dal mio punto di vista, la vera sfida strategica fra gli Stati Uniti d’America, gli Stati europei membri dell’Unione europea e i membri dell’Alleanza Atlantica, con Pechino e Mosca (un po’ meno) alla finestra.

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Soluzione potenzialmente più che brillante, ma con un punto fortemente critico: che probabilità oggettive vi sono nel formare una massa sufficientemente critica di membri NATO tale da mettere gli Stati Uniti colle spalle al muro? ovvero costringerli ad uscire allo scoperto?
Personalmente, sarei più che contento nel vedere questa opzione perseguita con successo, ma al contempo la reputo purtroppo poco probabile. Essa potrebbe poi sortire un effetto controproducente, evidenziando fratture possibilmente serie all’interno dell’Alleanza quando sono già evidenti divergenze per interessi spesso non convergenti.
Peccato infine che nello Spazio X del giorno 12 gennaio non vi sia stato modo di discutere anche della Groenlandia oltre che di Venezuela e Iran. Tutti e tre gli argomenti – peraltro non gli unici in un momento così delicato e complesso per il mondo intero – hanno un denominatore comune, assai probematico da inquadrare per quanto attiene a mosse e fini: Trump, impegnato pesantemente su due fronti, quello interno e quello internazionale, che secondo me non possono essere disgiunti. Tutto ciò contribuisce a rendere ancor più difficile fare previsioni sull’evoluzione dello scenario mondiale.
E se fosse tutto un bluff??
Sig. Greco cerco di spiegarmi, dato che io sono ancor meno esperto di lei.
Rilevo che forse il biondocrinato capo MAGA voglia alzare un gran polverone sulla Groenlandia per portare UE+NATO ad una pianificazione di ampio respiro per militarizzare un’aera che nei prossimi anni diventerà strategicamente critica (il disgelo della calotta artica aprirebbe nuove rotte polari e rendere fattibile lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio), in un momento particolarmente critico per la stessa UE (vedasi guerra in Ucraina). Magari sono ottimista e voglio vedere un Trump che stimola e tira per la giacchetta il bradipo UE ad iniziare a considerare una strategia di lungo periodo, che potrebbe coincidere con l’aumento delle spese militari a patto di acquistare il made in USA.