

Con questo articolo comincia la collaborazione di Alessandro Verdoliva con InOltre. Analista geopolitico e internazionale AIAIG e presidente di The Delphi Institute, è autore di Contropotere e collaboratore in ambito di diritto internazionale presso Università di Bologna. Si occupa di geopolitica strutturale, diritto internazionale e forecasting strategico. Benvenuto Alessandro.
Prima parte
Ogni analisi dovrebbe reggersi su una solida domanda di studio; invece, nel caso di Israele, prima avviene l’affermazione e solo dopo la domanda. La vera domanda non è “perché Israele attua determinati comportamenti?”; la vera domanda dovrebbe essere: “come si comporterebbe qualsiasi soggetto internazionale sottoposto alle stesse contingenze storiche di Israele in un ordinamento internazionale anarchico?”. Da questo ritorno al rigore analitico prende forma questo breve articolo.
Introduzione: il rifiuto dell’eccezionalismo morale
L’analisi contemporanea su Israele è inquinata da un grave vizio metodologico originario: la premessa, esplicita o latente, è che lo Stato ebraico sia un’anomalia storica, una deviazione dai valori universali o un’eccezione morale. Questa visione, dominante nei circoli intellettuali post-modernisti, ha contaminato la letteratura scientifica e giuridica. Israele è trattato in modo speciale? Assolutamente sì, ma esattamente nel modo opposto a quello inteso nella narrazione dominante.
Lo scopo di questo studio è dimostrare che, applicando il principio del ceteris paribus (a parità di condizioni), Israele opera secondo le medesime logiche di sopravvivenza, sicurezza e potenza che governano qualunque Stato in un sistema anarchico. Non è Israele a essere “eccezionale”, ma la situazione strutturale in cui si colloca; di riflesso, è la percezione occidentale a risultare distorta.
Geografia e vincoli materiali: il fattore spazio
Occorre partire dalle condizioni materiali per comprendere se Israele sia uno Stato “normale”; a tal fine è necessario chiarire dove questo soggetto è collocato. A differenza delle grandi potenze protette da ampie linee difensive, Israele soffre di un’assoluta assenza di profondità strategica.
La profondità strategica non è un requisito universale: ne hanno bisogno solo quei soggetti caratterizzati da specifiche condizioni. La necessità di profondità strategica dipende dal peso specifico di un soggetto geopolitico: essere un egemone, detenere grandi risorse, possedere un valore simbolico. Queste tre categorie definiscono quali attori abbiano una necessità vitale di profondità strategica.
È evidente che soggetti come il Lussemburgo, privi di peso strategico, di risorse e di un ruolo egemonico, non presentano alcuna necessità vitale di profondità strategica. Israele, al contrario, pur povero di risorse minerarie e ancora immaturo per ergersi a egemone, possiede un valore simbolico: la sacralità totemica dello spazio che occupa.
Questo spazio ha un valore geopolitico definibile come “discorsivo” o “immateriale”. È il valore simbolico a forgiare la retorica anti-israeliana, non le questioni umanitarie legate ai conflitti che vi si sono succeduti. Nessun valore simbolico è attribuito alle terre abitate dai curdi; nessun valore simbolico è attribuito ai curdi stessi. Gli ebrei, invece, detengono un elevato valore simbolico nel secolare conflitto religioso.
La posta in gioco è immateriale, ma per ampie componenti del mondo musulmano — dai Fratelli Musulmani agli sciiti — tale posta è centrale, e intorno ad essa ruota l’intera macchina della comunicazione politica. Israele, dunque, necessita di profondità strategica; allo stesso tempo, dispone di un territorio minuscolo e stretto, in cui la distanza tra le linee nemiche e i centri densamente popolati è ridotta a pochi chilometri.
Questa vulnerabilità ha plasmato la dottrina di sicurezza nazionale fin dalle origini: laddove lo spazio manca, si interviene sul tempo o sullo spazio altrui. Ne deriva una politica che può apparire aggressiva, ma che è in realtà fisiologica alla condizione di qualsiasi soggetto caratterizzato da elevatissimo peso strategico e nulla profondità territoriale.
Uno dei primi a comprendere questo vincolo strutturale, e a formalizzarne la dottrina, fu David Ben-Gurion: non disponendo di spazio per assorbire le ripetute aggressioni dei vicini, Israele doveva strutturarsi per portare il conflitto sul campo avverso.
Il concetto di “confini difendibili” trova la sua formulazione più autorevole nel discorso di Yitzhak Rabin alla Knesset del 5 ottobre 1995, nel quale la Valle del Giordano veniva indicata come margine di sicurezza imprescindibile per compensare l’assenza di profondità territoriale. Questa visione si salda storicamente al principio strategico di Ben-Gurion, documentato negli archivi di sicurezza fin dagli anni Cinquanta, secondo cui l’esiguità dello spazio difensivo impone la proiezione della guerra nel territorio nemico per evitare l’annientamento immediato.
Come confermano le analisi di Efraim Inbar e Charles D. Freilich (Oxford University Press, 2018), esiste una continuità strutturale tra queste radici storiche e la dottrina contemporanea: la sicurezza nazionale di Israele si fonda su una sintesi di deterrenza credibile, superiorità operativa e azione preventiva, elementi che compensano la vulnerabilità geografica.
L’azione preventiva, scarsamente tollerata dalla dottrina giuridica, trova la propria razionalità in questo frame strategico: se non è possibile ottenere profondità in termini di spazio fisico, essa deve essere acquisita in termini temporali, anticipando il nemico prima che colpisca, poiché un attacco riuscito comprometterebbe l’esistenza stessa dello Stato.
Razionalità strategica in un sistema anarchico
In politica internazionale, la condotta degli Stati non è determinata da astrazioni etiche, ma dai vincoli del sistema. Seguendo i modelli di Morgenthau, Bull, Waltz e Mearsheimer, gli attori rispondono alle minacce strutturali con strategie che, isolate dal contesto, possono apparire discutibili, ma che risultano pienamente razionali se analizzate come strumenti di sopravvivenza.
Questo sistema interpretativo ha senso solo se inserito nel realismo del diritto internazionale. Il comportamento di Israele risulterebbe altrimenti incomprensibile senza una conoscenza preliminare delle caratteristiche dell’ordinamento internazionale e della natura della cosiddetta “società anarchica”.
In un sistema privo di un’autorità superiore in grado di garantire l’incolumità dei singoli soggetti, l’accumulo di potenza, la deterrenza e la difesa preventiva non rappresentano opzioni ideologiche, ma imperativi categorici volti a evitare l’estinzione.
Non esiste oggi un’altra democrazia i cui vicini non avanzino richieste di concessioni politiche o territoriali, bensì invochino esplicitamente la distruzione totale dello Stato in virtù della sua composizione etnica.
L’esposizione a una minaccia esistenziale permanente — dai razzi di Gaza agli arsenali di Hezbollah — rende la sicurezza una necessità empirica. In tale contesto, la risposta militare costituisce l’esercizio del diritto-dovere di protezione dei civili. Come stabilito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, la legittima difesa è un diritto inalienabile contro attacchi armati, statuali o ibridi.
Negare questo diritto a Israele significa negare il principio di realtà che governa ogni Stato sovrano e applicare, ancora una volta, un parametro speciale esclusivamente allo Stato ebraico.
Il peccato storico
Un ulteriore marchio attribuito a Israele è quello del colonialismo. Anche accettando le ragioni strategiche, resta un altro peccato, più radicale: l’esistenza stessa. Anche in questo caso, l’interpretazione terzomondista, ripresa dal discorso woke e post-modernista, utilizza categorie selettive per descrivere come anormale ciò che è strutturalmente normale.
La narrativa post-moderna legge l’azione israeliana attraverso la lente della “colonialità”, ignorando che Israele rappresenta, al contrario, un esito del processo di decolonizzazione e che opera in un contesto di minacce senza equivalenti in Occidente. Si omette inoltre che il Medio Oriente e la regione MENA non sono mai stati oggetto di colonialismo occidentale, bensì di colonialismo arabo.
Quando si parla impropriamente di colonialismo, ci si riferisce in realtà ai regimi amministrativi mandatari sotto l’egida della Società delle Nazioni, che costituiscono una categoria storica e giuridica distinta dal colonialismo propriamente detto.
Un ulteriore elemento sistematicamente rimosso riguarda la dimensione cronologica ed etnica. Al di là della natività degli ebrei in Medio Oriente e nel Levante meridionale — le lingue semitiche sono native della regione, non dell’Europa orientale — è spesso ignorato che lo stesso Corano riconosce tale continuità storica.
I principali insediamenti israeliani, come Tel Aviv, non furono fondati durante il mandato britannico, bensì sotto l’Impero ottomano. Viene inoltre rimosso il fatto che gran parte delle terre fu acquistata legalmente dal Fondo della Diaspora, e non sottratta con la forza, come frequentemente sostenuto.
Infine, tutti gli Stati sorti dai mandati franco-britannici sono entità politiche create ex novo. La tradizione istituzionale arabo-musulmana non conosce la forma dello Stato-nazione, bensì quella della Ummah e del Califfato. Le categorie di Stato e di nazione sono categorie occidentali attraverso cui si tenta di interpretare realtà storiche differenti, spesso senza comprenderle.
Se dunque Israele, nato dalle ceneri del mandato britannico, viene definito uno Stato coloniale creato dagli europei, la medesima definizione dovrebbe applicarsi al Libano, all’Iraq, alla Siria e alla Giordania. In un’analisi coerente e razionale non possono esistere figli di un dio minore: se la legittimità di Israele viene messa in discussione, lo stesso criterio deve valere per i suoi vicini.

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Eccellente articolo.
La drammatica assenza di profondità strategica di Israele l’ho illustrata in questo post:
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2017/09/24/peduel-139/
Egregio Dott. Verdoliva trovo il suo articolo molto accurato e puntuale, soprattutto nella parte in cui rende evidente l’incoerenza ed il doppio standard nel valutare sia l’atteggiamento (e la militarizzazione) di Israele nei confronti dei nemici, che da sempre la circondano e che vorrebbero annientarla, ma anche in riferimento al suo riconoscimento come entità statuale che molti negano in quanto risultato di una politica coloniale ed usurpatrice.
Vorrei esprimere un pensiero riguardo all’assenza della profondità strategica. Io credo che tale peculiare condizione abbia determinato, nei primi anni ’60, la volontà di dotarsi di un arsenale nucleare e di perseguire la strada della “dottrina dell’ambiguità” per massimizzare l’effetto deterrente di “ultima spiaggia”, situazione che nel 1973 (guerra dello Yom Kippur) credo sia stata ad una passo dall’attuazione
All’inizio della guerra del Kippur, Kissinger aveva deciso che Israele doveva “sanguinare un po’”, e a questo scopo aveva bloccato una fornitura di armi. Golda Meir permise allora che trapelasse l’informazione che aveva dato ordine di tenere pronte le armi atomiche nel caso si fosse messa male. La fornitura fu immediatamente sbloccata. Ho ricordato questo episodio con relativo link all’articolo dettagliato in coda questo post:
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2014/08/21/ci-fosse-ancora-un-begin/