
Qualche mese fa, durante un talk show televisivo, Tommaso Cerno ha interrotto Mirella Serri con una battuta fulminante:
“Ma tu fai la storica o la wedding planner?”
La Serri stava commentando il matrimonio di Jeff Bezos a Venezia lo scorso giugno con un fervore quasi rituale, soffermandosi sulla mancanza di discrezione, l’eccesso di esposizione, e il cattivo gusto. Più che un’analisi, sembrava una requisitoria estetica, con al centro non la disuguaglianza ma l’arredamento, il trucco, il tulle. Il problema non era quindi il denaro in sé, ma l’assenza di filtri, la violazione di un codice implicito che impone al privilegio di non mostrarsi.
Che il matrimonio di Bezos fosse pacchiano può anche darsi, ma l’enfasi con cui è stato commentato appare sproporzionata. In fondo era solo un matrimonio tra miliardari americani: perché ha suscitato un tale fervore tra editorialisti, docenti e opinionisti? Forse non era lo sfarzo a disturbare, ma il fatto che non avesse cercato di “nobilitarsi” attraverso il filtro della sobrietà europea. L’assenza di understatement, in certi ambienti, è percepita non come una scelta stilistica, ma come una forma di barbarie.
Ed è qui che si rivela un meccanismo culturale profondo. In Italia, la discrezione non è solo un valore, ma un dovere simbolico. Un rituale borghese che trasforma il privilegio in moderazione apparente, il denaro in “buon gusto”, la ricchezza in sobrietà. In altre parole: una forma di cosplay.
Questo codice non è nuovo, né legato a una sola ideologia. Cattolicesimo, comunismo e borghesia colta lo hanno promosso in modi diversi, ma convergenti: il cattolicesimo ha sacralizzato la modestia; il comunismo ha fatto della sobrietà un atto di coerenza ideologica; la borghesia ha imparato e insegnato ad esercitare il privilegio solo in forma indiretta. Con il tempo, infatti, la buona borghesia ha finito per assomigliare all’aristocrazia che un tempo disprezzava: sobria, trattenuta, giudicante. Non si mostra: si lascia intuire.
A completare il quadro, l’aristocrazia decaduta ha mantenuto un capitale simbolico fatto di portamento, silenzio e buon gusto ereditato. E proprio per questo detesta visceralmente il parvenu, il ricco arrivato dopo, quello che magari ha costruito un impero, ma non ha “imparato le regole”.
Negli Stati Uniti, dove una vera e propria aristocrazia non esiste, il ruolo di guardiano dell’eleganza sociale è svolto dal cosiddetto Old Money: famiglie silenziosamente ricche, educate nei college privati, affezionate all’understatement. Case ampie ma sobrie, arredate con pareti neutre, libri antichi, mobili ereditati, arte di valore esposta con nonchalance. Nessuna ostentazione. L’abbigliamento segue la stessa regola: niente loghi, talvolta perfino trasandato, oppure impeccabile ma invisibilmente costoso.
Il codice è chiaro: chi mostra ciò che possiede, non appartiene al club.
Più ancora degli oggetti, a contare sono i segnali culturali: il modo di parlare, di viaggiare, di riferirsi a ciò che si conosce senza bisogno di spiegarlo. È una “grammatica sociale” che distingue l’iniziato da chi cerca di imitare.
Sul versante progressista dell’élite si colloca il radical chic: colto, benestante, impegnato, trasforma il privilegio in superiorità morale. Non si limita a usare l’understatement: lo estremizza, lo teatralizza, se ne traveste. Il lusso si camuffa in disinteresse, il rango si finge sciatteria. Già Montaigne, secoli fa, faceva notare nei Saggi che il desiderio di apparire poveri è spesso vanitoso quanto quello di sembrare ricchi: entrambe sono maschere, strategie di scena.
Il gusto minimalista esiste, e non va sempre letto in chiave simbolica. C’è chi si veste in modo sobrio, mangia con moderazione, arreda in toni neutri non per strategia sociale, ma per inclinazione personale: se non guarda come vestono gli altri, se non cerca di comunicare nulla, è semplicemente un gusto interiorizzato.
Diverso è il caso del radical chic. Là dove l’understatement diventa intenzionale, il gesto non è neutro: è cosplay ideologico. Non si tratta di gusto, ma di narrazione del proprio privilegio in forma negata.
Basta guardare i figli delle élite americane nei college della Ivy League, o certi ambienti accademici europei: travestiti da pezzenti con aria impegnata, difendono gli oppressi dal giardino della biblioteca gotica o dalla casa delle vacanze a Cape Cod. Il privilegio non viene negato, ma sublimato nella teatralità dell’apparente indifferenza. Come se vestirsi in modo umile diventasse un importante gesto etico – ma solo quando si fa dall’alto di un capitale simbolico già accumulato.
Bezos non è intollerabile perché è miliardario. Lo è perché non finge di non esserlo. È ricco, e non ha interesse a mascherarlo. È un personaggio non performativo in un mondo che ha fatto della finzione la sua lingua madre. La sua eccentricità non sta nello sfarzo, ma nel rifiuto del travestimento – ed è proprio questo strappo alla liturgia del privilegio a trasformarlo in scandalo.
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