

C’è un modo di suonare sicuro, c’è un modo di usare i trucchi e c’è il modo in cui mi piace suonare, che è quello pericoloso, in cui si rischia di sbagliare per creare qualcosa che non si è mai creato prima.
Dave Brubeck
Dave Brubeck pronuncia queste parole come una dichiarazione di poetica e come una presa di posizione etica. Il rischio è un motore creativo, la possibilità dell’errore diventa condizione necessaria per l’invenzione. In questa frase si concentra l’intero suo percorso artistico, dal pianoforte classicheggiante degli esordi fino alle arrampicate ritmiche che lo rendono uno dei jazzisti più riconoscibili del Novecento.
“Pensa che Duke Ellington non abbia ascoltato Debussy? Louis Armstrong ama l’opera, lo sapete? Nominatemi un pianista jazz che non sia stato influenzato dalla musica europea!”
Brubeck insiste su questo punto con una naturalezza disarmante, smontando ogni confine artificiale tra generi e culture. La sua formazione classica, affinata anche sotto la guida di Darius Milhaud, permea ogni sua composizione: le armonie, le forme, emergono costantemente, senza mai soffocare lo swing. È proprio questa sintesi, così fluida e priva di complessi, a diventare uno dei cardini del suo linguaggio.
Arrivano cronache cupe dal mondo, immagini di morte. L’America sfiorisce, come una pianta senza più acqua da bere, la sua democrazia si secca lentamente e tristemente. La fine degli anni 50 e l’inizio dei 60 sono stati certamente anni di grandi tensioni, si pensi alla guerra fredda, ma l’America usciva dal maccartismo e allora si riscopriva felice, dinamica, piena di iniziativa. Dave Brubeck non a caso regala musiche piene di vita, gioiose in dischi memorabili tra cui ricordiamo Time Out (1959), Time Further Out (1961) o Jazz Impressions of Eurasia, lavori che testimoniano una sensibilità rara e uno stile immediatamente riconoscibile.
Il Dave Brubeck Quartet, con Paul Desmond al sax contralto, Eugene Wright al contrabbasso e Joe Morello alla batteria, rappresenta una delle formazioni più longeve e amate del jazz moderno. Take Five, firmata proprio da Desmond, scorre come un mantra ipnotico in 5/4 e diventa un successo planetario, un fatto quasi inaudito per un brano jazz strumentale in tempo dispari. Blue Rondo à la Turk, Three to Get Ready, Unsquare Dance raccontano lo stesso coraggio: tempi asimmetrici che diventano sorprendentemente popolari.
Intanto il dialogo con la musica classica del grande pianista si fa sempre più evidente: Brubeck utilizza appunto tempi dispari come Bela Bartók, struttura i brani con rigore formale, ma lascia spazio all’improvvisazione più autentica. Joe Morello racconta spesso di Brubeck intento a costruire composizioni come piccoli laboratori ritmici, senza mai perdere il piacere del gioco. C’è metodo e matematica, come spesso accade con la musica.
Si respira l’atmosfera della seconda metà degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta con il desiderio di ritrovare una spensieratezza dissolta con la guerra. Brubeck suona anche nei college americani, riempie teatri, partecipa a tournée mondiali come ambasciatore culturale degli Stati Uniti. Durante una storica tournée del Dipartimento di Stato in Europa e Asia, porta il jazz oltre cortina, dimostrando che la musica comunica dove la politica fallisce.
La sua musica offre sorrisi e atmosfere di condivisione, spontaneità jazzistica unita a una costruzione raffinata e mai elitaria.
Tra funambolici tempi dispari e altre acrobazie, il suono scorre fluido, senza intellettualismi, ma anche senza cadere nella superficialità del facile successo. La sua popolarità nasce da qui, dall’equilibrio perfetto tra sperimentazione e accessibilità, tra rigore e calore umano.
Dave Brubeck ama evidentemente la vita e la vita lo ricambia con 92 anni sul pianeta Terra. Bianco in un jazz prevalentemente nero, spezza barriere non solo musicali ma anche sociali. Rifiuta di esibirsi in locali che discriminano i musicisti afroamericani, difende Eugene Wright quando viene contestato per il colore della pelle, prende posizione pubblicamente contro il razzismo in un’America allora profondamente divisa. Come lo è oggi, ma allora con molte più prospettive.
La sua eredità è grande. Brubeck dimostra che il jazz può dialogare con la musica colta senza perdere anima, che il successo popolare non è nemico della complessità, e il rischio è una forma di onestà artistica.
Oggi il suo nome rimane sinonimo di libertà creativa, di curiosità intellettuale e di gioia condivisa. Ogni volta che Take Five riparte, ogni volta che un giovane musicista osa un tempo dispari senza paura, Brubeck è ancora lì, vivo, presente, necessario.
Dave Brubeck lascia qualcosa di essenziale: una musica capace di continuare ad accompagnare il mondo, anche quando il mondo sembra perdere il ritmo, raccontando un’America di cui sentiamo una nostalgia struggente, mentre assistiamo al suo violento declino. Cliccate qui per scoprire un’antologia originale cucinata dal sottoscritto delle sue musiche.
Discografia Dave Brubeck Quartet
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