4 pensieri su “Venezuela, restituzione democratica o un’operazione di riassetto proprietario?

  1. Il cinismo di una realpolitik la cui agenda viene dettata dal ritorno economico, massimizzare il profitto è l’unica cosa che conta veramente per il capo MAGA.

    Chi verrà dopo di lui non credo che possa voler tornare indietro, la strada sembra segnata!!

  2. (Daniela Martino)

    La cattura di Nicolás Maduro rappresenta un terremoto geopolitico di portata storica. Credo fermamente che questo “dopo-Maduro” segni una discontinuità senza precedenti, dove la priorità assoluta non può essere — e non è — la democrazia immediata, bensì una stabilità pragmatica sotto stretto controllo esterno. Siamo di fronte a una “finestra di opportunità” straordinaria, ma il successo di questa transizione non si misurerà dalla rapidità con cui si tornerà alle urne, bensì dalla solidità con cui si ricostruiranno le fondamenta dello Stato. Senza un ripristino dell’istituzionalizzazione e della gestione trasparente delle risorse, ogni futuro voto rischia di essere un esercizio vacuo. La vera sfida risiede nella creazione di un quadro legale e normativo cristallino, nella lotta senza quartiere alla corruzione endemica e nella gestione trasparente delle immense riserve petrolifere. Solo così il Venezuela potrà tornare a essere un terreno attraente per gli investitori stranieri, arginando l’emorragia migratoria che continua a svuotare il Paese. In quest’ottica, il rapporto tattico instaurato da Washington con l’attuale presidente ad interim Delcy Rodríguez — inizialmente ostile (“solo Maduro è il presidente”) e poi rapidamente conciliante sotto minaccia diretta di Trump (“se non fai ciò che è giusto pagherai un prezzo più alto di Maduro”) — non rappresenta un endorsement ideologico del chavismo residuo, bensì una scelta di realismo estremo. Questa opzione garantisce una “continuità d’ordine” minimale, evita il collasso totale o un vuoto di potere ingestibile, e permette agli USA di imporre subito il riallineamento energetico (accesso al petrolio, stop alle vendite verso Cina/Iran) senza dover inviare truppe permanenti sul terreno. Paradossalmente, il mancato rientro (al momento) di Edmundo González e María Corina Machado dall’esilio europeo costituisce un elemento più complesso da gestire rispetto a una transizione pilotata dall’interno dell’apparato esistente. Trump ha snobbato pubblicamente Machado (definendola priva di “supporto e rispetto” sufficiente in Venezuela) e ha scelto di lavorare con Rodríguez per mantenere un minimo di struttura statale e militare fedele, privilegiando l’ordine immediato sulla legittimità democratica del 2024. Dobbiamo essere onesti: il Venezuela non sta percorrendo, al 9 gennaio 2026, un sentiero verso la democrazia liberale. La priorità della Casa Bianca è la messa in sicurezza economica (petrolio, debito, investimenti USA) e, soprattutto, l’estromissione delle potenze ostili (Cina, Iran, Russia, Cuba). La riduzione della loro influenza — già in corso con minacce di ulteriori sanzioni e sequestri di tanker — è il vero obiettivo strategico di questa operazione. Il destino dei prigionieri politici rimane una ferita aperta e un’urgenza morale (alcuni rilasci sono iniziati), ma è evidente che la prima fase del piano statunitense miri alla stabilizzazione coercitiva. Solo dopo aver normalizzato il sistema economico e geopolitico, si potranno gettare le basi per “garanzie future” che consentano libere e trasparenti elezioni. La mia visione della transizione si articola in un processo sequenziale, dove la democrazia liberale viene momentaneamente posticipata per salvaguardare l’ordine globale e regionale: Fase di Stabilizzazione (in corso): Consolidamento dell’ordine interno sotto Rodríguez (con apparato chavista depurato ma non smantellato), riallineamento internazionale immediato (allontanamento dell’asse Teheran-L’Avana-Pechino-Mosca), accesso USA alle risorse petrolifere, stop al flusso di droga e migranti.
    Fase di Riforma (da avviare): Ricostruzione delle infrastrutture (con investimenti americani), ripristino graduale della libertà di espressione e di stampa, smantellamento delle reti repressive, consultazioni con l’opposizione per una transizione negoziata.
    Fase Elettorale (ultima): Consultazioni libere e trasparenti, solo dopo aver creato le condizioni minime di sicurezza e legittimità.
    In questa delicata architettura, il ruolo del Congresso statunitense, del Dipartimento di Stato e degli alleati regionali (Colombia, Brasile, forse UE) sarà fondamentale. Non per imporre un modello precostituito, ma per vigilare affinché questa finestra di opportunità non si richiuda, trasformando la “continuità d’ordine” in una perpetuazione mascherata del sistema autoritario. Il rischio è reale: se Rodríguez non consegna progressivamente il potere, o se l’opposizione non trova un canale di dialogo, il Venezuela potrebbe rimanere intrappolato per un altro decennio nell’oscurità. La storia giudicherà se questa mossa audace di Trump sarà ricordata come un atto di “imperialismo” o come, io credo, l’unico realismo possibile per liberare un Paese ostaggio di un regime criminale e fallimentare. Al momento, la bilancia pende verso la stabilità forzata — e, per il bene del Venezuela, dobbiamo augurarci che funzioni.

    1. Esatto. Se la caduta di un regime – auto- o etero-prodotta che sia – non è *immediatamente* seguita dall’installazione di un potere più che solido, si va incontro a un disastro immane: lo abbiamo visto in Afghanistan dopo il ritiro dell’Unione Sovietica, e lo abbiamo rivisto in Somalia dopo la caduta di Siad Barre: caos, signori della guerra, guerra infinita di tutti contro tutti, carneficina e collasso finale. La scelta di Trump non sarà né la più democratica, né la più morale, ma era l’unica politicamente possibile. Mettere a governare, in un momento di burrascosa transizione come questo, una persona senza alcuna esperienza di governo, avrebbe rappresentato l’anticamera del disastro.

  3. Il limite delle democrazie è pensare che dall’altra parte il soggetto autoritario rispetti sempre le regole e agisca come le predette. Non è così (a volte non avviene nemmeno tra democrazie), subdolamente interferiscono politicamente e con l’informazione nei sistemi istituzionali delle democrazie, fanno investimenti e comprano governi nei Paesi arretrati ma strategici dal punto di vista energetico e globale, finanziano e alimentano conflitti locali e regionali per aumentare la propria sfera d’influenza e accaparrarsi risorse. Ciò che facevano le potenze occidentali nei secoli precedenti in parte, ma che hanno smesso di fare per i propri sensi di colpa e la distruzione che hanno portato le guerre mondiali. Ma alcuni attori non vi hanno mai veramente rinunciato, vedere la Russia; e altri che oggi pensano di avere la forza e le risorse per farlo, come la Cina, l’Iran e alleati.
    Così facendo le democrazie non hanno reso effettiva e obbligatoria la necessità di un ordine del diritto internazionale perché altri soggetti non ne sono pienamente coinvolti e lo sfruttano in base all’opportunità. Senza forza militare e controllo per il rispetto delle regole, nessun ordine e nessun diritto è possibile. Questi sono stati gli errori delle democrazie pensando di aver fatto superare al mondo quelle fasi di conquista, guerra e colonie, quando altri soggetti continuano ignorando ciò. E’ tempo di agire a questo punto.

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