
Parte seconda – Qui la prima parte
Dicevamo che la digitalizzazione, la diffusione dei pagamenti elettronici e l’avvento delle criptovalute hanno indotto le autorità europee a intraprendere un lungo e articolato percorso che, nel 2029, dovrebbe concludersi con l’introduzione dell’euro digitale.
Dopo una fase di studio e preparazione, durata dal 2023 al 2025 – che ha visto coinvolti la BCE e l’Eurosistema (composto dalla BCE e dalle banche centrali nazionali) – il Parlamento e il Consiglio europeo dovranno emanare la normativa sull’euro digitale nel corso del 2026.
Se è vero che senza il Bitcoin non si sarebbe, probabilmente, prospettato l’euro digitale, è anche vero che la scelta della sua adozione è prerogativa delle autorità politiche, che dovranno approntare il quadro normativo di riferimento.
Una base legale per la nuova moneta digitale
A tal proposito, rimane centrale l’esigenza di garantire una forte base legale per l’emissione dell’euro digitale. L’art. 133 del Trattato sul funzionamento dell’UE offre la possibilità di dare corso legale alla nuova moneta che, in tal modo e per tale aspetto, sarebbe del tutto equivalente alle banconote, per via dell’obbligo di accettazione come mezzo di pagamento.
È ovvio che ciò presupponga l’esistenza di un’infrastruttura tecnologica, in questo caso pubblica, che ne supporti l’utilizzo diffuso nell’area dell’unione monetaria. E questo è uno dei tanti aspetti tecnici oggetto di approfondimento e di sperimentazione da parte della BCE.
L’euro digitale non è il Bitcoin
Emerge già un dato utile per sgombrare il campo rispetto a un possibile, pernicioso equivoco: l’euro digitale non avrà nulla a che spartire sia con le criptovalute non garantite (come Bitcoin o Ether), sia con le stablecoin che (almeno contrattualmente) garantiscono la convertibilità in una moneta avente corso legale (come, ad esempio, Tether), perché sarà una moneta digitale emessa e garantita dall’Eurosistema, avente corso legale.
L’unico aspetto comune sarà quello tecnologico: per l’utilizzo dell’euro digitale l’utente dovrà, infatti, dotarsi di un wallet digitale (in questo caso) presso un intermediario vigilato dall’Eurosistema.
Come funzionerebbe
In poche parole, si dovrebbe costituire un portafoglio in euro digitali tramite l’intermediario scelto, che potrebbe essere anche la propria banca o l’ufficio postale. Si potrebbero, quindi, effettuare ricariche di euro digitali mediante un conto bancario collegato oppure depositando contante.
A questo punto si avrà la possibilità di effettuare pagamenti sicuri e istantanei in euro digitali, con lo smartphone o una smart card.
Vista la natura di strumento di pagamento e al fine di evitare un rischioso – per l’economia – problema di disintermediazione bancaria, sarà previsto un limite alla detenzione di euro digitali di circa 3 mila euro, e i relativi portafogli non saranno remunerati o lo saranno in misura inferiore rispetto ai tradizionali depositi bancari.
Un’importante novità, rispetto a ogni forma di pagamento digitale in essere, sarebbe quella della funzionalità offline. L’euro digitale potrebbe consentire di effettuare pagamenti anche in caso di connessione ballerina o assente, sia presso negozi fisici, sia nel caso di pagamenti da persona a persona.
I pagamenti offline avrebbero un livello di privacy equivalente a quello del contante; privacy che, nei pagamenti online, non sarebbe mai inferiore a quella dei pagamenti digitali. In entrambi i casi, poi, il vantaggio sarebbe che l’Eurosistema, a differenza degli operatori privati che gestiscono i pagamenti digitali, non avrebbe alcun interesse a trattare i dati delle transazioni degli utenti per finalità commerciali.
L’obiettivo dell’inclusione finanziaria
La facilità di accesso all’euro digitale, che verrebbe a configurarsi come un bene pubblico alla pari delle banconote e delle monete, è al centro dell’attenzione della BCE.
Il tema, più in generale, è quello dell’inclusione finanziaria; questione emersa pesantemente durante la pandemia, quando molte persone, non potendo muoversi e nel timore dell’uso del contante, hanno sensibilmente incrementato il ricorso ai pagamenti elettronici. Cosa che non ha potuto fare chi non ha un conto bancario su cui appoggiare le carte di debito e/o di credito o non gode dell’accesso alla rete.
Le difficoltà per queste persone – anziani, migranti o individui in povertà estrema – non hanno solo riguardato i problemi nell’effettuare acquisti o nel ricevere pagamenti, ma soprattutto il fatto che, essendo spesso questi soggetti destinatari di forme di aiuto diretto da parte dello Stato, l’autorità pubblica non ha potuto utilizzare nei loro confronti la forma di pagamento elettronica più efficiente, come i bonifici.
Per cercare di colmare tale gap di inclusione, l’app dell’euro digitale dovrà garantire una facile accessibilità – come prevede la normativa europea in materia – in modo che chiunque possa apprendere rapidamente come utilizzarla.
Non solo. Forse ancora più importante, nell’intento di tenere conto delle esigenze degli utenti vulnerabili, l’accesso ai servizi di base dell’euro digitale dovrà essere disponibile anche per coloro che, per diversi motivi, non dispongono di un conto bancario.
Questo è quanto emerge dalla proposta di regolamento relativo all’istituzione dell’euro digitale presentata dalla Commissione europea. Secondo tale proposta, le banche incaricate della distribuzione dell’euro digitale sarebbero tenute a fornire gratuitamente servizi di pagamento di base in euro digitali, quando richiesti dalla clientela.
L’euro digitale dovrebbe, in tal modo, soddisfare le esigenze di tutti, in particolare di quella fetta della popolazione che – anche per diffidenza – non intrattiene rapporti con le banche, ma che potrebbe essere coinvolta perché utilizza la rete.
Per questo è necessario che la sua distribuzione sia il più capillare possibile e utilizzi canali distributivi nuovi rispetto agli attuali schemi d’intermediazione finanziaria. Ciò faciliterà i governi nel raggiungere target di popolazione specifici per esigenze ben precise.
Ora, sia ben chiaro: come ribadito dalla BCE, l’euro digitale non sostituirà le banconote che continueranno a circolare e ad assolvere, principalmente, la funzione di riserva di valore, oltre che di fonte di sicurezza. Lo schema vedrà la coesistenza delle due monete, dalle caratteristiche diverse, in un rapporto di complementarietà.
L’euro digitale non sarebbe soggetto al rischio d’insolvenza
Come precisa Emilio Barucci (nel suo Euro digitale, edito da Egea), l’euro digitale potrebbe consentire la realizzazione della proposta del Premio Nobel per l’economia James Tobin di una “deposited currency”, “una moneta custodita sotto forma di deposito (della banca centrale) che rappresenti un mezzo di scambio con la convenienza dei depositi e la sicurezza della moneta”.
Quest’aspetto non è di poco conto e richiede un approfondimento circa la differenza che esiste tra “moneta di banca centrale” e “moneta bancaria”.
Quando effettuiamo un pagamento digitale – tramite carta, app su smartphone, bonifico – non facciamo che trasferire le banconote che abbiamo depositato in banca nella sfera digitale. Alla base c’è sempre il deposito in custodia delle banconote presso un soggetto privato che non è la banca centrale.
Lo stesso Barucci sottolinea come tale passaggio sia importante, ma spesso sottovalutato, perché “le banconote sono moneta di banca centrale nel senso che sono una passività della banca centrale e il loro valore, cioè a dire la possibilità di comprare un bene o un servizio, è garantito dalla stessa, che si prende cura di preservarne il potere di acquisto tenendo sotto controllo l’inflazione”. Non per niente, quella della banca centrale è l’unica moneta a corso legale.
Nel momento in cui depositiamo il nostro denaro sul conto di una banca non si tratta più di moneta di banca centrale perché “essa viene iscritta nel bilancio di un operatore privato e, in quanto tale, diventa una sua passività e il suo valore dipende dalla sua solidità”. Ciò significa che, se la banca fallisse, i depositanti correrebbero il rischio di non avere più indietro il loro denaro.
È evidente che tale evenienza non concerne il valore delle banconote, che rimarrebbe intatto, ma ha a che fare con la situazione economico-finanziaria della singola banca. Solo chi non deposita le banconote è immune da tale rischio, anche se ne correrà altri.
È per questo motivo che la BCE e Bankitalia vigilano, istituzionalmente, sulla solidità degli intermediari, ed esiste un fondo interbancario che garantisce i depositi, in caso di liquidazione di una banca aderente, fino a 100 mila euro. Anche se remota, la possibilità del cosiddetto bank run (corsa agli sportelli) esiste sempre.
L’euro digitale ovvierebbe alla radice al rischio d’insolvenza – ripetiamo, circostanza poco considerata in funzione della sua bassa probabilità – consentendo a cittadini e imprese europee di aprire conti direttamente presso la BCE ed effettuare, in tutta sicurezza, pagamenti in moneta della banca centrale.
Il ruolo degli intermediari sarebbe, infatti, quello necessario, in virtù della normativa antiriciclaggio, di identificazione della persona fisica o dell’impresa cui attribuire la proprietà di una moneta digitale di banca centrale, sulla base di un sistema account-based, oltre che quello della gestione operativa e dell’offerta di servizi aggiuntivi.
Una scelta strategica per l’Europa
L’euro digitale non è solo l’ultimo tassello dell’evoluzione monetaria, ma può costituire anche un pezzo importante di storia geopolitica per l’Europa.
Per i cittadini europei e italiani potrebbe essere un’importante conquista di indipendenza, visto che oggi circa il 70 per cento delle transazioni con carte in Europa è gestito da operatori stranieri (Visa, Mastercard, PayPal, Apple Pay e altri). La riduzione della dipendenza da operatori extra-UE determinerebbe una maggiore autonomia, garantendo la sovranità dei sistemi di pagamento europei.
Ciò senza contare che l’euro digitale potrebbe fare da argine alla “minaccia” derivante dall’emissione di nuove criptovalute o stablecoin, promosse, ad esempio, con estrema disinvoltura dall’amministrazione Trump. Lo stesso presidente si è spinto al punto da creare, con la propria famiglia, in completa assenza di scrupoli, un vero e proprio business nel settore delle criptovalute, con la piattaforma World Liberty Financial.
Insomma, l’introduzione dell’euro digitale può considerarsi anche una scelta strategica, con l’obiettivo di rendere l’Europa indipendente da altre regioni e da operatori esterni per quanto riguarda il delicato settore dei sistemi di pagamento.
Un passo importante verso una maggiore coesione interna, che consentirà di aumentare la rilevanza geopolitica dell’Europa in una situazione internazionale così delicata.
Chissà se l’euro digitale, con le nuove peculiarità tecnologiche e le sue implicazioni socio-politiche, potrà scalfire la millenaria aura di maligno e il sospetto che da sempre circondano il denaro e il mondo che lo amministra. A dire il vero, i primi commenti sui social non lasciano ben sperare.

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Giusto sganciarsi dai sistemi di pagamento stranieri, anche per questioni di costo del servizio dei medesimi.
Sarebbe anche auspicabile creare dei dispositivi disponibili per il pagamento offline separati dagli smartphone, che si affidano alla rete mobile e sono gestiti da imprese private, e staccati anche dai possibili servizi offerti e prelievo digitale dalle banche.
Un portafoglio vero digitale, in formato tipo chiavetta USB, token fisico o qualcosa del genere con possibilità di conoscere il credito posseduto.
Non so se sarà davvero possibile farlo.
Già durante la pandemia osservavo che sarebbe stata necessaria una moneta digitale “pubblica” perché le banche, che sono istituzioni private, non possono beneficiare delle transazioni se il cittadino è obbligato a utilizzare pagamenti digitali. E quindi renderli obbligatori configurava un’iniquità verso i cittadini. Per garantire pagamenti digitali equi deve esistere una moneta digitale a costo zero, come quella di carta, per chi non volesse avere un conto in banca, che dato che è un servizio fornito da privati con fini di lucro non può essere obbligatorio. Questo aprirebbe anche una concorrenza virtuosa degli istituti privati: se scelgo di avere un conto corrente e affronto un costo devo pagare per veri servizi, e non un canone, dato che sono io, correntista, a prestare soldi alla banca.