

La presa di posizione di Dario Amodei, con il suo rifiuto di cedere al ricatto della Casa Bianca — anche al costo di vedere la propria azienda, Anthropic, esclusa da circuiti vitali alla sua sopravvivenza — può essere letta in vari modi. C’è chi la liquida come teatro, e c’è chi, al contrario, eleva Amodei a campione dei diritti civili, l’uomo che non si è piegato, in nome di un principio.
Chi scrive non sa quale delle due letture sia più vicina alla verità. Ma forse esiste una terza possibilità: quella dell’imprenditore che sa leggere la stanza, che intuisce che alcune linee non sono solo morali ma strategiche, e decide di accettare un rischio immediato — persino una possibile catastrofe nel breve periodo — per posizionarsi su un orizzonte più lungo.
Non l’eroe, non il cinico. Ma l’uomo che capisce che, in certe fasi storiche, la neutralità è impossibile e che scegliere quando dire no può essere, insieme, un atto etico e un calcolo razionale. Così, mentre gran parte della Silicon Valley ha deciso di allinearsi con quello che appare come il cavallo vincente, ovvero l’amministrazione Trump, lui ha fatto la scelta opposta: prendere le distanze, diventare la mosca bianca.
È una scelta che espone. Che può costare contratti, relazioni, accesso. Ma è anche una scelta che, se il vento dovesse cambiare, potrebbe trasformarsi in un vantaggio strategico enorme. Unico.
E questa lettura mi sembra profondamente coerente. Si possono avere principi etici senza scivolare in gesti autodistruttivi. Ed è difficile non intravedere, nella scelta di Amodei, qualcosa che di suicida non ha nulla. È una scommessa. È una lettura del momento storico.
Il mondo va avanti, le amministrazioni passano, i cicli politici si chiudono. Trump non sarà per sempre. E potrebbe arrivare il giorno in cui chi ha spalancato le porte a un utilizzo della tecnologia funzionale all’erosione dei contrappesi democratici dovrà renderne conto — politicamente, economicamente, reputazionalmente.
La mossa di Amodei può essere letta come convinzione etica autentica — le sue argomentazioni su sorveglianza di massa e armi autonome hanno una coerenza interna solida — ma è anche, inevitabilmente, una decisione strategica. In gioco non c’è solo un contratto con il Pentagono. C’è il posizionamento di lungo periodo.
In questo contesto, dire no non è soltanto un gesto morale. È una scelta di campo. E forse, anche un investimento sul futuro.
Il paradosso Anthropic
Anthropic, come ha ben descritto Franz Russo, non è un attore “pacifista” esterno al sistema: Claude è impiegato dal Dipartimento della Difesa per intelligence, pianificazione operativa e cyber. Ma non è neanche un attore disposto a fare affari con chiunque: L’azienda ha rinunciato a centinaia di milioni di ricavi chiudendo l’accesso a entità cinesi legate al PCC.
Le due linee rosse dichiarate — sorveglianza domestica di massa e armi completamente autonome — tracciano un confine. Sul primo punto, la tesi è che la legge americana sia rimasta indietro rispetto alla capacità tecnica: oggi si possono acquistare legalmente enormi quantità di dati comportamentali senza mandato; un’AI “frontier” può assemblarli su scala in un profilo totale. È un rischio per le democrazie. Sul secondo punto, Amodei sostiene che i sistemi attuali non siano abbastanza affidabili per delegare la selezione e l’ingaggio di bersagli senza supervisione umana.
Qui si apre la frattura: accettare determinate richieste in un contesto politico percepito come volatile significherebbe esporsi a un rischio potenzialmente irreversibile. Se il ciclo politico cambia, chi è stato percepito come “fornitore di capacità di sorveglianza domestica” o “armi autonome” potrebbe pagare un costo elevato.
Calcolo etico o lungimiranza economica?
La scelta può essere entrambe le cose. Nel breve termine, rifiutare è rischioso: l’amministrazione reagisce; i contratti sfumano. Nel lungo periodo, però, il capitale reputazionale può essere un asset strategico, soprattutto se l’Europa accelera su difesa comune, procurement coordinato e standard etici per l’AI militare. In quel caso, presentarsi come azienda che ha tracciato confini chiari può aprire mercati.
L’Europa oggi è in ritardo e dipendente, ma non è detto che lo resti. Il riarmo e la possibile europeizzazione della NATO implicano investimenti massicci in capacità autonome — inclusa l’AI. In questo scenario, la “neutralità etica” diventa un vantaggio competitivo. Amodei, italiano alla guida di un’azienda statunitense, potrebbe anche leggere questo passaggio come una finestra di opportunità.
Una strada difficile, certo, irta di barriere, ma non impossibile, e poi ci sono molti fattori da considerare.
L’attrito tra Europa e Stati Uniti sulla regolazione tecnologica
Il primo è l’attrito crescente tra Europa e Stati Uniti sulla regolazione tecnologica. Washington mantiene una postura prevalentemente deregolatoria, mentre l’Unione Europea e il Regno Unito hanno adottato un approccio fondato su protezione dei dati, accountability e supervisione pubblica. L’AI Act europeo, il Digital Services Act e il Digital Markets Act hanno già aperto fronti significativi con le grandi piattaforme americane. Procedimenti sono stati avviati contro X per la gestione della disinformazione e dei contenuti illegali; in Germania, Francia e Irlanda le autorità hanno intensificato il controllo su privacy e algoritmi; in Italia e Spagna sono state aperte indagini su utilizzo dei dati e moderazione dei contenuti.
Non è solo una questione di multe o compliance. È una divergenza strutturale di filosofia politica: deregolazione e primato del mercato contro tutela dei diritti fondamentali e controllo pubblico delle infrastrutture digitali. Se questa frattura si approfondisce, le aziende percepite come troppo allineate alla linea deregolatoria americana potrebbero incontrare resistenze nei mercati europei della difesa e della sicurezza.
In questo quadro, un operatore che si presenti come compatibile con standard europei, rispettoso delle linee rosse su sorveglianza domestica e armi autonome, e disposto a sottoporsi a regole più stringenti potrebbe trovare spazio. Non è una strada facile — le barriere politiche, industriali e strategiche restano enormi — ma il terreno si sta muovendo. E in fasi di riallineamento, chi sceglie per tempo la propria collocazione può trovarsi, domani, dalla parte giusta della storia. Soprattutto se, anche negli USA, l’aria dovesse cambiare.
Il confronto implicito con Palantir
Il contesto rende la mossa ancora più interessante. Peter Thiel e Palantir hanno beneficiato per anni di due fattori decisivi: da un lato la relativa invisibilità di Thiel — e la scarsa consapevolezza pubblica delle sue teorie apertamente critiche nei confronti della democrazia liberale e della sua visione di una tecnocrazia guidata da élite tecnologiche — dall’altro l’unicità delle prestazioni di Palantir, percepita come insostituibile nei settori intelligence, difesa e sanità pubblica.
Finché questi due pilastri sono rimasti intatti, l’impero è stato solido: pochi hanno fatto domande e nessuno poteva davvero competere. L’azienda era percepita come necessaria, il fondatore come una figura potente ma defilata.
Ma ora lo scenario è mutato. L’esposizione politica è aumentata, il nome di Thiel è comparso ripetutamente nei file di Epstein in merito alla Brexit, alla sfiducia al governo di Theresa May, al lobbying di Epstein con Ehud Barak per far firmare contratti per Palantir, e l’opinione pubblica ha iniziato a interrogarsi sul rapporto tra potere tecnologico e influenza politica, tra piattaforme private e interferenze nelle politiche di Stati sovrani. E soprattutto stanno emergendo alternative.
L’“inevitabilità” di Palantir non è più tale. E quando un fornitore strategico smette di essere invisibile e viene percepito come ideologicamente schierato, il rischio diventa una componente rilevante: incide sulle gare pubbliche, orienta decisioni, modifica gli equilibri di mercato.
C’è poi un elemento che, in questo quadro, assume un peso rilevante. Nel 2025 un contratto da 250 milioni di sterline tra governo britannico e Palantir fu facilitato da Peter Mandelson quando era ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti. Oggi Mandelson è accusato di aver passato dossier governatici riservati a Jeffrey Epstein tra il 2008 e il 2010. È emersa la sua vicinanza a Epstein, a Thiel e a figure dell’oligarchia russa, tra cui Oleg Deripaska.
Nel Regno Unito, i contratti pubblici con Palantir sono da tempo politicamente controversi e l’ultimo, firmato con la mediazione di Mandelson è sotto scrutinio. Non a caso, la lotta contro Palantir è uno dei cavalli di battaglia dei Verdi, che hanno recentemente conquistato il seggio di Gorton and Denton battendo sia Reform UK sia il Labour. Le pressioni sul governo britannico per rivedere gli accordi con Palantir sono destinate a intensificarsi. E potrebbe non essere l’unico paese. Insomma, se i governi iniziano a imporre standard più stringenti, allora un competitor capace di presentarsi come etico potrebbe trovarsi davanti un’autostrada.
Teatro? Furbizia? Etica? Solo il tempo potrà dirlo.
Quel che è certo è che quella di Amodei è una scommessa ad alto rischio e al tempo stesso un atto politico. Significa prendere posizione sul modo in cui il potere tecnologico verrà esercitato e anche, forse, limitato.

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Un ottimo quadro di sintesi, l’etica che si impone contro comportamenti pericolosi, vedi le derive trumpiane, ma ancor più verso chi dell’etica non sa che farsene, vedi Cina, Russia et similia. La deterrenza assume altri aspetti e priorità, il nucleare più utile nel generare energia per l’IA che per costruire bombe.
Per l’Europa potrebbe aprirsi un’opportunità cercando di avvicinare aziende come Anthropic, però entrambe le parti dovrebbero fare attenzione perché le aziende americane come quest’ultima che rifiutano la piena collaborazione col governo americano e poi trovano un’altra strada fuori dai confini nazionali con potenziali concorrenti diretti, si scontrerebbero inevitabilmente con le reazioni e le successive decisioni non certamente a favore da parte del suddetto governo americano, soprattutto se a guida Maga e vicino alla politica nazionalista e vendicativa verso chi oppone in stile Trump. E in questo senso anche l’Europa potrebbe subire le conseguenze ritrovandosi a quel punto con un contratto rimasto sospeso dal possibile ritiro dell’azienda coinvolta e un’opportunità sfumata, perdendo ancora più terreno ed eventuale crescita economica.
Secondo me è meglio che l’Europa e i Paesi europei principali si concentrino ad agevolare e finanziare lo sviluppo di aziende in settori innovativi e alto livello di tecnologia in piena autonomia, senza affidarsi ad altre estere soggette a legislazione interna differente e dipendenti da possibili ricatti del governo di turno.
Lucidissima analisi che evidenzia anche un aspetto lasciato sotto traccia: se alcuni player (fornitori, supporter, amichetti, ecc….) si stanno interrogando sul futuro post trumpiano…..Ne vedremo delle belle
Brava! Analisi perfetta, a mio giudizio. La storia non è finita