
È un luogo comune dire che al Festival di Sanremo non è mai passata la grande musica italiana. Ma è falso, e sarebbe facile dimostrarlo: basta ricordare capolavori come “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno e “4 marzo 1943” di Lucio Dalla.
Un altro luogo comune è che a Sanremo le belle canzoni arrivino agli ultimi posti in classifica e vincano sempre le più brutte. Falso pure questo, perché nell’Albo d’oro del Festival ci sono autentici capolavori (“Canzone per te” di Sergio Endrigo, “Luce (Tramonti a Nord Est)” di Elisa, per fare due esempi di epoche diverse) e tanti ottimi brani che ancora oggi canticchiamo, e che comunque hanno dato lustro alla musica italiana.
Però qualcosa di vero c’è. A vincere il Festival spesso sono stati pezzi mediocri, trainati dalla popolarità del cantante, dalla sua qualità vocale, da un ritornello accattivante, dalla potenza della casa discografica.
Ma mediocre non è ancora sinonimo di “brutto”. Le brutte canzoni sono un’altra cosa. Mediocre può essere considerata la leggendaria “Fiumi di parole” dei Jalisse, che poi, alla fin fine, non era niente male, e pure molto orecchiabile; oppure la celebre “In tutti i luoghi, in tutti i laghi” di Valerio Scanu (chi ne ricorda il titolo?), che però, al di là del verso surreale, era una ballad più che decente. E in fondo nemmeno “Vorrei avere il becco” di Povia era poi da buttare via.
“Brutta” significa qualcosa di diverso: una canzone fuori contesto, pretenziosa ma inconcludente, odiosa e dimenticabile, imbarazzante nel testo, nella musica o in entrambe.
Ci siamo divertiti a fare una classifica delle sei peggiori canzoni vincitrici di Sanremo. Ovviamente in base al gusto dell’autore, quindi del tutto opinabile. Si fa per scherzare, e per aprire il dibattito.
Ragazza del Sud (Gilda) – 1975. Nel cuore della grande crisi di Sanremo degli anni ’70, la vittoria va a un brano che canta i tormenti di una ragazza meridionale, tutta messa la domenica e velo in testa, piena di sensi di colpa per aver dato il primo bacio “ma non sai a chi”. Un ammasso di luoghi comuni surreali, tanto più in piena rivoluzione sessuale, del tipo: “Rimani a ricamare / il tuo nome sul lenzuolo / spiando alla finestra / col primo batticuore”, roba che in confronto Rosanna Fratello in “Sono una donna, non sono una santa” è Erica Jong in persona. Per non parlare della musica, tragica imitazione dei ritmi folk all’epoca di gran moda. Un pezzo “cringe”, come direbbero oggi i giovani, caduto ovviamente nel dimenticatoio.
Colpo di fulmine (Lola Ponce – Giò Di Tonno) – 2008. Si conferma ancora una volta il vecchio adagio secondo cui i brani da musical ben di rado funzionano come canzoni isolate. Una coppia improbabile, l’argentina Lola Ponce, dalla fisicità prorompente, e un ex “Nuova Proposta” che del Tonno eponimo incarna anche il carisma e l’espressività, si esibisce in un duetto a gran voce (e per questo vincente), di cui ci si dimentica subito dopo l’esecuzione. Zero emozione, zero orecchiabilità, melodia piatta, un testo che, slegato dai riferimenti storici (doveva far parte di un’opera rock dedicata a Pia de’ Tolomei), è totalmente privo di senso. Che la firma sia di una cantautrice come Gianna Nannini peggiora le cose.
Non mi avete fatto niente (Ermal Meta e Fabrizio Moro) – 2018. Tra le tante colpe del terrorismo internazionale, c’è anche quella di aver dato l’ispirazione a questa agghiacciante lagna, che ricatta moralmente gli ascoltatori facendo l’elenco delle stragi commesse in giro per il mondo in un brano dal ritmo ossessivo e opprimente, dalla linea melodica molto simile a quella della canzone mononota presa in giro da Elio e le Storie Tese. L’inno alla vita che continua dopo i massacri è contraddetto dalla cupezza savonaroliana del testo, ricco di perle del tipo: “E questo corpo enorme / che noi chiamiamo Terra / ferito nei suoi organi / dall’Asia all’Inghilterra”. L’ennesima crudeltà provocata dall’Isis.
Balorda nostalgia (Olly) – 2025. Arrivi a Sanremo da sconosciuto, ma con una forte casa discografica alle spalle, e al primo colpo sbanchi il casinò con un brano dalla musica pietosa e dal testo ancora peggio, cantato di malavoglia con un filo di voce, per giunta roca, senza nemmeno la cattiveria ostentata, ma almeno vitale, dei trapper. La storia, originalissima, è il lamento di un ragazzo lasciato dalla ragazza, e ascoltando versi come “Ti cerco ancora in casa quando mi prude la schiena / E metto ancora un piatto in più quando apparecchio a cena” dobbiamo ammettere che la tipa, quando ha fatto i bagagli, ci ha visto lungo. A paragone Marco Carta e Valerio Scanu sono i nuovi Dalla e De Gregori.
Sentimento (Avion Travel) – 2000. In un’edizione in cui la vittoria era destinata alla degnissima e grintosa canzone di Irene Grandi, scritta da Vasco Rossi, “La tua ragazza sempre”, il conduttore Fabio Fazio e la giuria “di qualità” organizzano un golpe e portano al successo questo brano, tutto suoni misteriosi e raffinati e testo incomprensibile (una perla: “Diceva Ulisse chi m’o ffafà / la strana idea che c’ho di libertà”), opera del gruppo capitanato da Peppe Servillo, che all’epoca era il fratello più famoso. Con l’idea malcelata di imitare “Caruso” di Dalla, il pezzo si rivela confuso e temerario, francamente inascoltabile, ma fa tanto “intellettuale che emenda Sanremo dai suoi peccati”, cioè dalle canzoni popolari e orecchiabili. Sparito nel nulla.
Chi non lavora non fa l’amore (Adriano Celentano) – 1972. Sono passati quattro anni dal 1968, e Celentano porta al Festival un apologo reazionario, in cui un operaio che sciopera è punito dalla moglie, novella Lisistrata, con una serrata sessuale; quindi viene picchiato dai compagni in picchetto e, per di più, non trova il medico curante, in sciopero anche lui. Finché lancia al padrone l’appello accorato ad aumentargli lo stipendio “per far tornare l’amore”. Un ensemble devastante, il vero inno della maggioranza silenziosa, imbarazzante da ascoltare anche oggi. Una delle prime anticipazioni del Celentano “profeta”, che tanto ha imperversato in TV qualche decennio dopo.
È vero che musicalmente il pezzo è irresistibile, una sorta di gospel all’italiana rinvigorito dall’interpretazione scatenata del “molleggiato”. Ma in questo contesto è un’ulteriore colpa.

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“Sentimento” a me piaceva (e piace) tanto. Ricordo il “golpe” della “giuria di qualità”, e all’epoca lo approvai perché Irene Grandi mi era cordialmente antipatica ? Oggi, probabilmente, non sarei d’accordo con questa decisione della giuria. E ricordo anche la canzone che fu più votata dal pubblico nella prima serata: “Gechi e vampiri” di Gerardina Trovato. Sapendo cosa sarebbe successo dopo, mi viene da pensare: ma se l’avessimo sostenuta un po’ di più? ?
Io ricorderei, in positivo, Signor tenente.
Luce (Tramonti a Nord Est) mi ha sempre colpito per la sua totale assenza di struttura musicale, analogamente ad altre canzoni della suddetta. Il fatto che Elisa abbia parecchio seguito anche tra i cultori della materia mi lascia basito.
tra i capolavori non vincenti c’è Io tu e le rose di Orietta Berti, da grande ammiratore di Lugi Tenco devo dire che dal punto di vista musicale la canzone di Orietta era molto più bella di ciao amore ciao, non certo il miglior brano di Luigi
Anche se cadesse il mondo quello stesso giorno noi saremmo là io tu e le rose io tu e l’amore: difficile immaginare una roba più obbrobriosa.