

Se è vero che tutti gli italiani condividono un patrimonio comune di superstizioni, da quella sul ferro di cavallo ai fantasmi, ce n’è una esportata inconfondibilmente in tutta la penisola da Napoli. Si tratta della jettatura. Secondo l’eminente antropologo Alfonso M. Di Nola, per jettatura si deve intendere l’influenza nefasta esercitata da uomini – ma anche da oggetti e animali – su altri uomini, intenzionalmente o involontariamente. Il suo discredito è legato a un presunto potere speciale dell’occhio, capace di sprigionare un influsso distruttivo, ossia quel “gettare il male” da cui deriva il termine (“Jettatura”, in L’identità degli italiani, a cura di Giorgio Calcagno, Laterza).
In verità, nelle culture popolari domestiche lo jettatore non opera soltanto attraverso lo sguardo, il cosiddetto “occhio secco” dei dialetti meridionali, ma anche attraverso un insieme di segni distintivi che formano uno stereotipo da aggiungere ai celebri Caratteri di Jean de La Bruyère (1688): il vestire di nero, come nel lutto; il portare occhiali scuri che nascondono gli occhi; apparire magro e allampanato, col volto triste e rassegnato; parlare con voce querula; fare discorsi sulle sventure personali o di persone conosciute. È il personaggio, per capirci, immortalato da uno straordinario Totò nel film Questa è la vita (1954).
Come osserva Di Nola, le radici storiche del fenomeno sono remote, almeno quanto la condanna dello sguardo geloso del bene altrui. Gli antichi lo chiamavano “invidia”, che etimologicamente significa “guardare contro”, proprio come il termine ebraico qinah. Nelle Bucoliche, Virgilio attesta che i pastori credevano nella fascinazione jettatoria esercitata sugli agnelli dall’occhio maligno. Una legge delle XII Tavole punisce chi ricorreva agli incantesimi jettatori per ottenere che i prodotti del campo del vicino passassero sul proprio.
Nella Taberna del pescivendolo degli scavi ostiensi, un previdente commerciante, per difendersi dagli occhi calamitosi dei concorrenti, si era fatto incidere sul mosaico di una parete: “Invidioso, ti acceco!”. Assai diffusa anche nel Medioevo, nel Settecento napoletano l’angoscia da jettatura assume forme parossistiche. “Perché mai – si domandava Benedetto Croce – si parlò e si scrisse tanto della jettatura, a segno che questa parola […] diventò nota anche ai forestieri, come si vede nei libri di Dumas e Gautier?” (Quaderni della Critica, 1945).
In questa moda dilagante il filosofo scorgeva un intimo piacere, un gusto perverso di certa umanità nel voler trovare argomenti di conversazione poco impegnativi su cui ridere e spettegolare. Non si creda quindi – ammoniva – che la jettatura sia un tema restaurato dalla bassa plebe, ma piuttosto “dalle smorfiette delle vezzose dame, che davano o trasmettevano il tono del prescelto modo di artificiale aborrimento”.
A sostegno della sua tesi, Croce – seguace del “Non ci credo, però…” – menzionava come esempio la celebre Cicalata di Nicola Valletta (1787), l’illustre erudito e giureconsulto napoletano che nutriva un timore reverenziale per l’occhio perverso. Alberto Consiglio, che nel 1961 ha riedito il testo con una brillante introduzione, ricorda come lo descrive Stendhal dopo una visita nel suo alloggio: “Ho trovato nella camera uno smisurato corno che può avere dieci piedi di altezza. Spunta dal pavimento come un chiodo. Suppongo che sia fatto con tre o quattro corna di bue. È un parafulmine contro la jettatura (la malasorte che un maligno può gettare su di voi con uno sguardo)”.
Come accennava di sfuggita Croce, la figura dello jettatore ispira ben quattro capitoli del Corricolo di Alexandre Dumas padre, una raccolta di racconti pubblicata intorno al 1841. Il protagonista, indicato sempre e soltanto come il Principe di ***, era il più famoso menagramo del suo tempo: nacque e la madre perì di parto; provocò la rovina del padre, ambasciatore del Borbone alla corte di Toscana; fece morire di apoplessia un alfiere durante la guerra contro i francesi; agitò la bandiera borbonica al grido di “Viva il Re!” e la guerra fu persa; una sua presenza al San Carlo coincise con l’incendio del teatro.
Dumas aveva saccheggiato senza scrupoli le informazioni fornitegli da Pier Angelo Fiorentino, un esule napoletano in Francia. Ma chi era l’innominato (e l’innominabile)? Si deve alle ricerche d’archivio di uno stretto collaboratore di Croce, Fausto Nicolini, il disvelamento del mistero. Il Principe di *** si chiamava Cesare della Valle, duca di Ventignano, colto letterato e gran viveur, nato a Napoli nel 1766 e morto a novantaquattro anni.***

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
