

Un concerto annullato a Sydney mostra il paradosso dell’antisemitismo contemporaneo: gli ebrei morti possono essere commemorati, cantati, trasformati in simbolo morale. Gli ebrei vivi, invece, diventano subito una presenza scomoda, politica, da cui prendere le distanze.
La notizia arriva da Sydney e sembra scritta apposta per spiegare il tempo in cui viviamo. Un concerto benefico, pensato per commemorare le vittime della strage di Bondi Beach e raccogliere fondi per le loro famiglie, è stato cancellato dopo che una parte maggioritaria dell’Australian Hellenic Choir si è opposta a esibirsi insieme alla Sydney Jewish Choral Society.
Il programma avrebbe incluso anche The Ballad of Mauthausen, opera legata alla memoria della Shoah e alla vicenda di un prigioniero greco e di una donna ebrea in un campo nazista. L’ironia, qui, non è sottile: è brutale.
Il punto non è solo l’annullamento di un concerto. Il punto è la gerarchia morale che quell’annullamento rivela. L’ebreo morto può essere ricordato, cantato, trasformato in simbolo universale di dolore. L’ebreo vivo, invece, diventa subito un problema politico, un imbarazzo, una presenza da cui prendere le distanze.
Finché appartiene al passato, l’ebreo è comodo: serve a dire “mai più”, a nobilitare cerimonie, a produrre commozione civile. Quando però esiste nel presente, con un volto, una voce, una comunità, allora il “mai più” comincia a riempirsi di eccezioni.
È esattamente questo il cortocircuito dell’antisemitismo contemporaneo. Non sempre si presenta con il lessico rozzo dell’odio esplicito. Molto più spesso si veste da sensibilità politica, da prudenza, da equilibrio, da paura per la sicurezza.
Si dice: non è contro gli ebrei, è contro il contesto. Non è antisemitismo, è clima internazionale. Non è esclusione, è opportunità. E intanto l’effetto concreto è sempre lo stesso: l’isolamento degli ebrei.
Il presidente del coro ellenico australiano, James Tsolakis, ha parlato apertamente di antisemitismo nella propria comunità. È una frase rara, perché almeno chiama le cose con il loro nome.
E chiamarle con il loro nome è già molto, in un’epoca in cui l’odio per gli ebrei viene continuamente riciclato in linguaggio accettabile e tollerato.
Questa vicenda è piccola solo in apparenza. In realtà dice qualcosa di enorme: la memoria della Shoah può essere ormai celebrata anche da chi non sopporta gli ebrei reali. Si può piangere Mauthausen e rifiutare un coro ebraico sullo stesso palco.
Si può venerare la vittima storica e respingere il sopravvissuto sociale. È il modo più ipocrita di tradire la memoria: trasformarla in liturgia senza responsabilità.
Alla fine resta una domanda semplice, quasi indecente nella sua chiarezza: a che cosa serve commemorare gli ebrei morti, se poi non si riesce nemmeno a cantare accanto agli ebrei vivi?
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Mah, secondo me questi ebrei con la loro pretesa di restare vivi – nel 2026! – stanno davvero esagerando: ma chi si credono di essere?