

Nelle partite che contano ci sono momenti in cui il calcio smette di essere soltanto un gioco e diventa anche, come è sempre stato nei suoi momenti più significativi, una metafora della vita e un racconto morale. Undici uomini contro undici, il tempo che scorre, l’errore che pesa, il gesto che rivela il carattere e la fatalità che è necessario imparare ad affrontare.
E poi c’è il teatro: il tuffo, la caduta studiata, la smorfia recitata come in una compagnia di giro. L’arbitro fischia, ammonisce, espelle. E il copione, da lì in avanti, cambia.
Nel calcio contemporaneo, governato dal monitor e dall’auricolare, il rigore può nascere da un braccio largo un palmo più del consentito, da una frazione di secondo, da una postura che la moviola seziona come un anatomopatologo.
L’International Football Association Board ha costruito un impianto normativo minuzioso, chirurgico, quasi geometrico. Il VAR, in taluni casi particolari, interviene, corregge, richiama. La linea è sottile, ma la tecnologia la vede tutta e, come un occhio divino, sorveglia e punisce.
Il problema è che quest’occhio divino sembra ispirarsi a regole un po’ pilatesche. Gli errori arbitrali ci sono sempre stati e sempre ci saranno; gli arbitri, per fortuna, sono ancora umani.
Ma le regole in base a cui è opportuno utilizzare strumenti come il VAR possono essere discusse e stabilite con calma e raziocinio, lontano dai campi da gioco e dai boati degli stadi.
Può essere allora interessante notare che certe zone d’ombra, che in quelle regole potrebbero essere facilmente eliminate, sono invece pienamente in vigore.
Così può capitare che, dopo una prima ammonizione, una simulazione evidente la trasformi in espulsione, e che un giocatore sia costretto dall’arbitro a lasciare il campo non per sua colpa, ma per l’altrui maestria nel mestiere di attore.
In questi casi il protocollo tace e, così facendo, purtroppo acconsente. Non per distrazione, ma per scelta: le seconde ammonizioni sono fuori dal perimetro del VAR.
La partita prosegue, il torto resta inciso nel tabellino e la slealtà sportiva, che non dovrebbe mai essere posta in condizione di farla franca in qualsiasi sport, viene premiata.
Naturalmente, non si chiede qui di trasformare il calcio in un’aula giudiziaria, né di aprire ogni contatto a una revisione interminabile.
Si chiede una cosa più semplice e più severa: che quando una simulazione manifesta produce un’espulsione per doppia ammonizione, il sistema possa intervenire. Non su tutte le ammonizioni, non sui contrasti dubbi, ma su quelle situazioni in cui l’inganno è molto probabile e l’effetto può rivelarsi decisivo.
In questi casi la revisione non sarebbe un capriccio tecnologico, ma un atto di coerenza con i principi che ispirano qualsiasi sport olimpico, anche fuori dal contesto delle Olimpiadi.
In un momento storico in cui i genitori si accapigliano assistendo alle partite dei loro figli, esortandoli a distruggere le gambe dell’avversario, e magari in qualche caso scendono pure in campo per menare lo stesso avversario o l’arbitro, reo di avere o non aver fischiato un certo fallo, la slealtà sportiva viene premiata dalle regole che presiedono all’uso del VAR.
Ciò avviene alla luce del fatto che, pur non essendo difficile autorizzarne l’intervento in certi casi, come quello della manifesta simulazione, non prevedono questa possibilità.
Eppure, lasciando la decisione finale all’arbitro, come già avviene nelle on-field review, sarebbe possibile garantire al tempo stesso l’autorità del campo e sanzionare come merita la slealtà sportiva: il VAR segnalerebbe, l’arbitro valuterebbe.
Il calcio resterebbe umano, ma meno vulnerabile al mancato rispetto di quei valori che sono formalmente osannati e ripetuti, ma poi sostanzialmente abbandonati al loro destino.
Accanto a questo, una seconda misura, altrettanto necessaria, sarebbe la sanzione automatica post-gara per la simulazione accertata che abbia determinato un’espulsione avversaria.
Non per vendetta, ma per deterrenza. Il messaggio sarebbe limpido: l’inganno non paga, nemmeno se momentaneamente riesce. Nel medio periodo, il numero dei casi diminuirebbe proprio perché aumenterebbe il rischio per chi tenta la scorciatoia.
Questa non è l’ennesima crociata moralistica. La simulazione non è un vizio nazionale e non è un marchio geografico. È una tentazione universale del calcio ad alta pressione, dal campionato italiano alla Premier League, fino alla Liga.
Ma proprio perché è universale merita una risposta chiara.
Il calcio ha scelto di intervenire con rigore sull’oggettività fisica, sui centimetri, sulle linee, sui tocchi anche involontari e quasi impossibili da evitare.
È tempo che mostri la stessa determinazione verso l’intenzionalità fraudolenta quando essa altera l’equilibrio numerico di una partita.
Perché l’espulsione non è un dettaglio: è una fonte d’iniquità nell’ordine del gioco. E la lealtà sportiva non è un ornamento retorico da cerimonia inaugurale: è la sostanza stessa della competizione.
Se il regolamento può fare qualcosa per proteggerla e non lo fa, il sospetto si insinua. Se invece lo fa, con misura e fermezza, restituisce al campo quella dignità antica che Giovanni Arpino avrebbe chiamato malinconica nobiltà e Gianni Brera, con più ruvida poesia, avrebbe definito onore di zolla e sudore.
Non si tratta solo di perfezionare la macchina calcistica della partita. Si tratta anche di difendere il racconto e l’etica sportiva che essa dovrebbe sempre racchiudere.
Perché il calcio, prima di essere un algoritmo, è ancora una storia di esseri umani.
E gli esseri umani, quando giocando a calcio cadono senza essere toccati, non stanno tradendo solo lo sport che praticano, ma stanno tradendo le regole che ispirano lo sport in generale, ovvero una delle poche tipologie di regole che stanno ancora dando un contributo positivo e importante alla sopravvivenza della comunità umana.

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corretto, il VAR è un ottimo strumento il cui protocollo d’applicazione è però troppo facilmente manipolabile, e le cui decisioni rimangono comunque in mano ad arbitri, che magari la settimana dopo sono in campo e sono “controllati” dal collega che arbitrava la partita precedente.
visto che ormai è prassi di parecchi paesi inviare le radiografie (anonime) in india o Cine per farle refertare da medici locali a prezzi dimolto inferiori a quelli locali, così si potrebbe affidare il VAR a professionisti stranieri, rendendo anonime le squadre in campo…
giusto per togliere la tentazione di un ennesimo modo per dirigere le gare a piacimento
Si, ci sono varie possibili saluzioni, ma intanto la cosa più importante sarebbe modificare il suo campo d’intervento, punendo in ben altro modo la simulazione manifesta.