

Oggi torniamo alle origini affrontando un tema di puro stile, qualcosa che nel Novecento ha segnato una cesura decisiva nell’architettura e non solo: Walter Gropius e la Bauhaus.
Gropius è una delle figure che hanno cambiato in modo irreversibile il volto dell’architettura moderna. Il suo nome resta legato alla fondazione della Bauhaus, esperienza breve ma dirompente che ha ridefinito il rapporto tra arte, artigianato e industria, lasciando un’impronta profonda su tutto il Novecento.
Nato a Berlino nel 1883 in una famiglia di architetti, cresce immerso nella cultura tecnica tedesca di fine secolo. Le prime esperienze professionali, in particolare nello studio di Peter Behrens — vera officina del modernismo europeo — gli chiariscono presto la direzione: liberare l’architettura dagli storicismi e portarla dentro la realtà produttiva contemporanea.
La Prima guerra mondiale interrompe ma al tempo stesso accelera questa maturazione. Nel 1919, nella fragile Repubblica di Weimar, Gropius fonda la Bauhaus, destinata a diventare il laboratorio più influente dell’avanguardia progettuale europea.
L’idea è semplice e radicale: riunire tutte le arti sotto il primato dell’architettura e cancellare la distanza accademica tra artista e artigiano. Alla Bauhaus non si impara soltanto disegnando, ma lavorando. Gli studenti passano attraverso officine e laboratori di lavorazione del metallo, tessitura, falegnameria, tipografia; progettano oggetti reali pensati per la produzione industriale. Il clima è sperimentale, internazionale, febbrile.
Accanto a Gropius insegnano Paul Klee, Wassily Kandinsky, Josef Albers, László Moholy-Nagy. In pochi anni la scuola diventa un crocevia decisivo della cultura visiva europea.
Parallelamente all’attività didattica, Gropius sviluppa una ricerca architettonica sempre più coerente. Già la Fabbrica Fagus ad Alfeld del 1911, realizzata con Adolf Meyer, anticipa temi destinati a diventare centrali: la facciata a vetrata continua, la leggerezza percettiva, la struttura a vista. Ma è con il complesso della Bauhaus a Dessau (1925–26) che la sua filosofia costruttiva raggiunge piena maturità.
Qui i volumi si intersecano con chiarezza quasi didattica, le grandi superfici in vetro dissolvono la massa muraria, la pianta segue rigorosamente la funzione. L’edificio non è solo una scuola: è un manifesto tridimensionale.
Quando nel 1933 il regime nazista impone la chiusura della Bauhaus, la diaspora dei suoi protagonisti contribuisce paradossalmente alla diffusione mondiale delle sue idee. Gropius si trasferisce prima in Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti, dove ad Harvard forma un’intera generazione di architetti e, con The Architects Collaborative (TAC), fondato nel 1945 con sette colleghi del MIT, consolida la dimensione internazionale del modernismo.
In America il suo percorso incrocia quello di Ludwig Mies van der Rohe, con il quale aveva già condiviso — pur da posizioni diverse — la stagione tedesca del Neues Bauen. Se Mies porta alle estreme conseguenze la riduzione formale e la purezza strutturale del grattacielo in acciaio e vetro, Gropius mantiene una visione più sociale e pedagogica del progetto, attenta all’abitazione collettiva e al lavoro di gruppo.
Il confronto a distanza tra i due, insieme alla presenza di figure come Marcel Breuer negli ambienti accademici americani, contribuisce a definire negli anni Quaranta e Cinquanta il volto maturo dello Stile Internazionale negli Stati Uniti.
Negli stessi anni i principi bauhausiani trovano un terreno particolarmente fertile anche a Tel Aviv. L’arrivo in Palestina, prima della fondazione dello Stato di Israele, di numerosi architetti formatisi in Germania — molti legati direttamente o indirettamente alla Bauhaus — produce negli anni Trenta la straordinaria concentrazione di edifici moderni oggi nota come la “Città Bianca”.
Case candidamente intonacate, volumi puri, finestre a nastro, balconi curvilinei adattati al clima mediterraneo: non copie scolastiche, ma un’interpretazione climatica e urbana del linguaggio promosso da Gropius. È una delle prove più evidenti della rapidità con cui il suo metodo supera i confini europei.
L’importanza storica di Gropius e della Bauhaus non si misura soltanto nelle opere costruite, ma nel cambio di paradigma che hanno imposto. L’idea che la forma nasca dal processo produttivo, che la funzione preceda l’estetica e che il progetto sia un lavoro corale interdisciplinare diventa il nuovo alfabeto dell’architettura del Novecento. Dall’Europa agli Stati Uniti, fino al Medio Oriente, superfici lisce, volumi ortogonali e trasparenze diventano il linguaggio dominante tra gli anni Trenta e Sessanta.
In filigrana, il dialogo — talvolta silenziosamente competitivo — con Mies van der Rohe aiuta a leggere meglio la sua eredità: dove Mies persegue l’assoluto della forma, Gropius costruisce un metodo e una scuola. È probabilmente in questa tensione tra rigore formale e vocazione sociale che si gioca una delle partite decisive del modernismo.
Anche se oggi metallo, cemento e vetro vengono spesso piegati a forme più scenografiche e talvolta di maniera, i fondamenti di quella scuola restano intatti nel definire i parametri di base del moderno costruire.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Leggendo da Caracas questo stimolante approfondimento, il pensiero va al lavoro di un caro amico, l’architetto italo-venezuelano Bernardo Mazzei. Con una sensibilità rara, Mazzei ha saputo “tropicalizzare” il DNA del Bauhaus, intrecciando il rigore di Gropius e Breuer con la luce caraibica e la sensibilità organica di Aalto. Le sue opere, come la linea BAUXIC in alluminio o la celebre Butaca Anauco Aalto, non sono semplici omaggi ma evoluzioni del Movimento Moderno. Sostituendo l’acciaio con l’alluminio (eterno e riciclabile), Mazzei dimostra che il Modernismo è un metodo vivo, capace di rigenerarsi sotto nuovi soli. Il ponte tra Europa e Sud America si fa tangibile nella struttura a “X” ispirata al ture cumanagoto (il sedile indigeno), un equilibrio perfetto che ha portato quest’opera fino alla Bauhaus Dessau Foundation e al MAD Museum di New York.
P.S. Grazie per lo spazio e per l’articolo stimolante. Mi scuso se ho “portato” un esempio personale, però mi sembrava un’eco perfetta del tema.