


Non era un equivoco: un audio conferma che ai singoli insegnanti delle scuole ebraiche si voleva chiedere di prendere le distanze dall’occupazione e dal “genocidio”. La condizione non è stata infine applicata alle israeliane, ma circa settanta educatori americani avevano già rinunciato al viaggio. Resta il principio: la colpa collettiva cancellata soltanto dalla dissociazione personale.
Non era un equivoco e neppure una fantasia delle insegnanti americane. Nell’audio registrato il 6 ottobre, durante la Consulta delle scuole e dei nidi d’infanzia convocata per presentare alle famiglie la nuova Carta, Maddalena Tedeschi, presidente di Reggio Children, spiega quale condizione si intendesse porre agli educatori delle scuole ebraiche attesi al Centro Loris Malaguzzi.
L’estratto è stato reso noto in Consiglio comunale dal capogruppo di Fratelli d’Italia Cristian Paglialonga e trasmesso dal TgR Emilia-Romagna. “Si chiede individualmente a ogni persona di prendere le distanze dall’occupazione dei territori e dal genocidio”, afferma Tedeschi. Poi aggiunge che, prima del loro arrivo, quelle dichiarazioni firmate andavano acquisite.
Non si tratta di una sfumatura interpretativa. È un esame politico preventivo.
Del resto, la stessa Reggio Children, nella comunicazione ufficiale diffusa il giorno successivo, aveva annunciato che agli educatori sarebbe stata richiesta “un’ulteriore presa di distanza, esplicita, dalle politiche del governo Netanyahu”.
L’avverbio decisivo è “individualmente”.
Non si stava sospendendo un accordo con il governo israeliano. Non si stava interrompendo una collaborazione con un organismo militare. Si chiedeva a ciascun insegnante di dimostrare la propria accettabilità politica prima di poter partecipare a un’esperienza pedagogica.
Circa settanta educatori delle scuole ebraiche statunitensi hanno rinunciato al viaggio, rinviandolo. Ventidue insegnanti israeliane hanno invece raggiunto Reggio Emilia e hanno iniziato regolarmente il programma di formazione. Reggio Children sostiene di non avere infine chiesto loro alcuna firma e afferma che l’unico documento di riferimento rimanga la Carta “Per un’educazione democratica e partecipata”, condivisa con tutte le delegazioni.
La condizione annunciata, dunque, non risulta essere stata applicata alle partecipanti israeliane. Ma ha già prodotto una conseguenza concreta: la delegazione americana non è venuta. E soprattutto ha rivelato ciò che un’istituzione educativa partecipata dal Comune aveva considerato, almeno per alcuni giorni, perfettamente normale.
Il sindaco Marco Massari ha escluso che fossero stati richiesti esami politici o religiosi. Ha parlato prima di “incomprensione”, poi di un possibile “cortocircuito”, promettendo chiarimenti. Ma nell’audio non si sente un invito generico al confronto. Si parla di dichiarazioni individuali, di firme da ottenere e di persone che, senza sottoscriverle, non sarebbero venute.
Non è un cortocircuito. È un circuito chiarissimo: Israele viene dichiarato colpevole; chi è ebreo o israeliano viene considerato potenzialmente corresponsabile; per essere ammesso deve dissociarsi.
La provenienza smette così di essere un dato biografico e diventa un sospetto. L’identità ebraica o israeliana genera una presunzione politica, dalla quale ci si può liberare soltanto pronunciando la formula richiesta.
È il meccanismo antico della colpa collettiva aggiornato al lessico dell’inclusione. Nessuno viene escluso perché ebreo, per carità! Gli si chiede soltanto di dimostrare di essere l’ebreo giusto, l’ebreo buono.
Chiamare tutto questo “pace”, “dialogo”, “diritti” e “partecipazione” non lo rende meno osceno: lo rende più ipocrita. A una maestra ebrea non si chiede come insegna, ma di giustificarsi per Israele. Prima di entrare deve ottenere un lasciapassare morale da chi ha già deciso che la sua identità la rende sospetta.
L’audio rende inutile continuare a discutere se le insegnanti americane avessero frainteso. La domanda è chi abbia pensato che sottoporre educatori ebrei a un’abiura politica individuale fosse compatibile con l’inclusione, il rispetto delle differenze e l’incontro con l’altro.
Dimenticavo. Applausi seguono l’annuncio.
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Un tempo c’era la porta dell’antro del tesoro che si apriva con la formula “Apriti sesamo”. Oggi la formula magica che apre tutte le porte è diventata “Genocidio”.
E la povera Susan Sarandon che lamenta tutti gli ostacoli che ha incominciato a trovare da quando ha osato esprimersi contro Israele: la famigerata potentissima lobby ebraica, you know. La stessa che, a quanto racconta Fabrizio De Andrè, ha distrutto la carriera alla PFM per punirli di avere coraggiosamente partecipato a una manifestazione pro OLP (al tempo in cui facevano attentati per tutta l’Europa e c’era praticamente un dirottamento aereo per settimana).