

We wanted to do something that scared us.
Thom Yorke
I learned more from listening to Penderecki than I ever did from listening to rock guitarists.
Jonny Greenwood

Uno dei grandi mali della musica pop e rock sono gli stereotipi, nei testi e nella musica. Il successo planetario lo raggiungi spesso attraverso gli stereotipi, inutile negarlo. Le canzonette d’amore, gli assoli di chitarra sempre uguali, i capelli lunghi e l’aria da duro se sei metallaro o un rockettaro, i testi con tematiche conformiste o sessiste e volgari che fanno molto rapper, inducono allo sbadiglio. Non neghiamolo: c’è un armamentario di beceri trucchetti per accontentare il pubblico con soluzioni leggibili, in cui identificarsi costa poco, anzi niente. Il postmoderno è alla fin fine una bieca riproposizione di stereotipi, affastellati tra loro provocatoriamente (e appunto noiosamente).
Quindi mi capita di sprofondare in un depressivo e spiacevole sapore di già visto e già sentito. Sono momenti in cui si perde slancio e si cerca rifugio tra vecchie glorie e famosi vinili. Finché non si incrociano gruppi come i Radiohead e tutta la pappardella fin qui scandita diventa carta straccia da buttar via: tutto ciò che è consolatorio viene spazzato via da una tempesta.
I Radiohead sono stati e sono tra i grandi protagonisti del rinnovamento del rock sul pianeta Terra tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo. Nessuno è stato in grado di rappresentare in musica il disagio esistenziale di fine millennio, l’alienazione tecnologica, politica ed emotiva dell’Occidente tardo-capitalista con la loro graffiante efficacia. La loro traiettoria creativa parte dal post-punk dei Joy Division e dal college rock britannico, passa per il pstrock dei Talk Talk con il brit-rock sghembo di Pablo Honey e The Bends, per poi implodere ed esplodere definitivamente tra le fredde lande dell’elettronica europea, della musica contemporanea e della sperimentazione radicale.
È impossibile non citare, a questo proposito, OK Computer (1997): uno spartiacque storico che segna la fine dell’illusione rock anni Novanta e inaugura una nuova grammatica dell’ansia moderna. Da lì in avanti, con Kid A e Amnesiac, i Radiohead compiono un gesto quasi suicida per una rock band al vertice del successo: rinnegano le chitarre come feticcio identitario, abbracciano sintetizzatori, campionamenti, ritmi spezzati, strutture anti-canzone. Un atto di coraggio che ancora oggi pochi hanno davvero osato imitare fino in fondo.
La spinta creativa della band si nutre di riferimenti colti e sotterranei: l’evidente fascinazione di Jonny Greenwood per la musica contemporanea – Steve Reich, Krzysztof Penderecki, Messiaen – si traduce in arrangiamenti dissonanti, archi abrasivi, poliritmie e uso non convenzionale della chitarra (spesso trattata come un generatore di rumore più che come strumento melodico). Greenwood, probabilmente il chitarrista più innovativo dei primi decenni del XXI secolo, ha spesso raccontato di come lo studio della musica colta gli abbia insegnato “a non riempire gli spazi per forza”, lasciando che il silenzio diventi parte integrante della composizione.
Sul fronte lirico e vocale, ma anche musicale Thom Yorke – figura ossessiva, ipersensibile – trasforma paranoia, alienazione, ecologia, controllo sociale e collasso emotivo in un canto spezzato, nervoso, mai pacificato. Celebre l’aneddoto secondo cui, durante le sessioni di Kid A, Yorke fosse talmente stanco delle strutture pop tradizionali da rifiutarsi di scrivere testi “comprensibili”, preferendo sillabe, frammenti, immagini evanescenti: una scelta che rende quei dischi ancora oggi inquietanti e modernissimi.
La storia della band inizia nel 1988 a Oxford, quando Yorke e il bassista Colin Greenwood, già nel gruppo punk dei Tnt, decidono di cambiare aria. Si uniscono Ed O’Brien alla chitarra e Philip Selway alla batteria, seguiti dal fratello minore di Colin, Jonny. Tutti, tranne Jonny, sono impegnati con gli studi universitari: Yorke studia inglese e arte a Exeter, Colin letteratura inglese a Cambridge, O’Brien economia a Manchester, Selway inglese e storia a Liverpool. Per una volta diciamolo senza ironia: studiare serve. Se i Radiohead hanno saputo distillare qualcosa di davvero nuovo, lo si deve anche a una formazione culturale solida e non improvvisata. L’ignoranza non porta da nessuna parte.
Con il passare degli anni, la centralità di Yorke e Jonny Greenwood diventa evidente, senza però mai trasformarsi in un progetto solista mascherato. Le carriere parallele dei due – dagli album solisti di Yorke alle colonne sonore di Greenwood – alimentano costantemente il linguaggio della band. Greenwood diventa uno dei compositori cinematografici più rispettati del nostro tempo, firmando soundtrack memorabili per Paul Thomas Anderson (Il petroliere, The Master, Il filo nascosto), mentre Yorke lavora con Luca Guadagnino per il Suspiria del 2018, costruendo un mondo sonoro perturbante, rituale, ipnotico.
Anche il rapporto con l’immagine è fondamentale: i videoclip dei Radiohead sono spesso affidati a grandi registi e visual artist, da Jonathan Glazer a Michel Gondry, fino allo stesso Paul Thomas Anderson, che in Daydreaming trasforma Yorke in una figura wendersiana, un angelo smarrito che attraversa porte, spazi e stati dell’essere per tornare a un utero primordiale. Non semplici videoclip, ma cortometraggi esistenziali. Arte ad alti livelli.
Sul piano dell’innovazione sonora, i Radiohead hanno dimostrato che il rock può sopravvivere solo tradendo se stesso. Hanno anticipato la dissoluzione dei generi, l’ibridazione tra elettronica, ambient, glitch, jazz e musica colta, influenzando intere generazioni di artisti, dal post-rock all’indie elettronico. Dischi come In Rainbows – pubblicato con la storica formula “pay what you want” – e A Moon Shaped Pool mostrano una maturità malinconica, una scrittura rarefatta e dolorosa, lontanissima da ogni tentazione nostalgica.
Dal vivo, i Radiohead hanno sempre rifiutato la dimensione celebrativa: concerti intensi, fisici, mai rassicuranti, in cui i brani vengono smontati e ricostruiti sera dopo sera. Negli anni più recenti, l’attività live si è frammentata nei progetti paralleli, come The Smile, il trio con Jonny Greenwood e il batterista Tom Skinner, che ha portato in tour un’idea di rock ancora più nervosa, jazzata e instabile, confermando che l’urgenza creativa è tutt’altro che esaurita.
L’eredità dei Radiohead è enorme e ancora in divenire: hanno dimostrato che si può essere radicali senza essere elitari, popolari senza essere banali, politici senza slogan. Hanno insegnato che la bellezza non va sbattuta in faccia, ma chiede attenzione, esposizione, ascolto profondo.
E sì, Mr Pian Piano ha ragione a lamentarsi: scegliere è difficile, perché da ogni esclusione riaffiora qualcosa di prezioso. Ma forse è proprio questo il punto. I Radiohead non offrono conforto, offrono una possibilità: quella di perdersi, disorientarsi, e – forse – capire qualcosa in più di noi stessi.
Secondo il nostro fazioso punto di vista, restano un riferimento imprescindibile della musica contemporanea. Tra i migliori, se non i migliori in circolazione oggi. Immergetevi nella playlist cucinata per voi con le musiche dei Radiohead, secondo il solito fazioso punto di vista. Mente aperta e cuore splancato: non vi tradiranno.
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