
Alex Karp ha scelto il palcoscenico più prestigioso dell’élite economica mondiale per portareuna tesi che sarà comunque destinata a far discutere. Intervenendo a un panel del World Economic Forum di Davos il 20 gennaio 2026, il CEO di Palantir Technologies ha sostenuto che l’intelligenza artificiale sostituirà un numero così elevato di posti di lavoro da rendere l’immigrazione di massa sostanzialmente superflua.
Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “Ci saranno più che abbastanza posti di lavoro per i cittadini della vostra nazione, specialmente quelli con formazione professionale. Penso davvero che queste tendenze rendano difficile immaginare perché dovremmo avere immigrazione su larga scala, a meno che non si possiedano competenze molto specializzate“.
Karp, che ha conseguito un dottorato in filosofia presso l’Università Goethe di Francoforte, ha citato se stesso come esempio del tipo di immigrato che rimarrebbe necessario in questo scenario, ossia un intellettuale con competenze d’élite.
La distinzione è quantomai chiara: da una parte i talenti altamente specializzati; dall’altra la manodopera generica che l’automazione intelligente renderebbe ridondante.
Il paradosso Palantir: dalla teoria alla pratica
Le dichiarazioni di Karp acquistano un significato particolare se lette alla luce di ciò che Palantir sta concretamente facendo. L’azienda co-fondata da Peter Thiel nel 2003 è oggi profondamente integrata nelle politiche migratorie dell’amministrazione Trump.
Nel corso del 2025, i contratti federali di Palantir sono quasi raddoppiati, raggiungendo i 970,5 milioni di dollari complessivi. L’azienda ha superato per la prima volta il miliardo di dollari di ricavi trimestrali.
Tra questi contratti spicca quello da 30 milioni di dollari firmato ad aprile con l’Immigrationand Customs Enforcement per costruire un sistema chiamato ImmigrationOS, un “Immigration Lifecycle Operating System” progettato per tracciare le auto-deportazioni, selezionare i bersagli per gli arresti e aumentare l’efficienza delle espulsioni.
Il software fornisce all’agenzia federale “visibilità quasi in tempo reale” sui movimenti dei migranti sul territorio statunitense.
A questo si aggiungono contratti di portata ancora maggiore: 10 miliardi di dollari in dieci anni con l’esercito americano, 1,5 miliardi di sterline con il Regno Unito per la difesa, l’adozione da parte della NATO del sistema militare basato sull’intelligenza artificiale sviluppato dall’azienda. Dall’elezione di Trump, il titolo Palantir è salito di oltre il 200 per cento, portando la capitalizzazione di mercato intorno ai 300 miliardi di dollari, una cifra paragonabile a Bank of America.
La Big Tech sotto i riflettori di Trump
Le affermazioni di Karp vanno contestualizzate nel clima particolare di Davos 2026. Quest’anno il World Economic Forum è stato dominato dalla Big Tech americana come mai prima d’ora, con Trump che guida la delegazione statunitense più numerosa nella storia del forum.
L’elenco dei CEO tech presenti legge come la spina dorsale dell’economia dell’intelligenza artificiale: Jensen Huang di NVIDIA, Satya Nadella di Microsoft, Dario Amodei di Anthropic, Demis Hassabis di Google DeepMind, Sarah Friar di OpenAI. Da notare l’assenza di Sam Altman, CEO di OpenAI.
Per Jensen Huang si tratta del debutto a Davos, un segnale del peso crescente che il settore ha acquisito nelle dinamiche geopolitiche globali. Trump, che nell’anniversario della sua inaugurazione vola in Svizzera circondato da miliardari, sembra trovarsi perfettamente a suo agio in questo contesto.
Come ha osservato la stampa americana, il presidente riceve regolarmente telefonate da CEO e magnati per discutere di affari, politica e progetti personali, citando spesso Huang nei suoi discorsi pubblici.
Le voci discordanti sul futuro del lavoro
A Davos le visioni sul rapporto tra intelligenza artificiale e occupazione non sono univoche, e questo rende la tesi di Karp ancora più singolare. Dario Amodei di Anthropic ha dichiarato che l’AI potrebbe eliminare metà dei lavori entry-level da colletti bianchi, pur precisando che al momento non osserva ancora un impatto massiccio sul mercato del lavoro, se non nell’industria della programmazione.
Demis Hassabis di DeepMind si è mostrato più ottimista, prevedendo la creazione di “nuovi lavori più significativi”, ma ha avvertito che dopo l’arrivo dell’intelligenza artificiale generale il mercato del lavoro entrerà in “territorio inesplorato”, con conseguenze imprevedibili su significato e scopo del lavoro umano.
Satya Nadella ha sottolineato la necessità che l’AI venga usata “per fare qualcosa di utile che cambi i risultati per le persone, le comunità, i paesi e le industrie”, avvertendo però che il suo dispiegamento sarà distribuito in modo diseguale nel mondo, limitato principalmente dall’accesso al capitale e alle infrastrutture.
Il progressista Karp che vuole deportare
Karp si definisce da sempre un progressista e ha più volte rivendicato che Palantir sia “coinvolta nel supporto ai valori progressisti”.
Eppure la sua azienda fornisce la tecnologia che alimenta le deportazioni di massa dell’amministrazione Trump, operazioni che secondo i dati disponibili hanno colpito per oltre il 70 percento persone senza precedenti penali.
A maggio 2025, tredici ex dipendenti di Palantir hanno firmato una lettera pubblica per denunciare il tradimento del codice etico aziendale, che impegnava l’azienda a proteggere i vulnerabili e garantire lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale.
A dicembre, in un’intervista al Washington Post, Karp ha definito lo “scetticismo estremo” sull’immigrazione come “la posizione davvero progressista”. Un capovolgimento retorico che si sposa con la tesi esposta a Davos: se l’intelligenza artificiale renderà superflua l’immigrazione di massa, allora opporsi a quest’ultima diventa una posizione lungimirante piuttosto che reazionaria.
L’Europa assente dalla partita AI a Davos
A Davos nel 2024 Karp aveva già espresso giudizi taglienti sull’Europa tecnologica: “La scena startup qui è anemica”, aveva dichiarato, aggiungendo che “la vera crescita e i provider sono in America”. Aveva previsto che entro dieci anni il 95 percento delle principali aziende tech mondiali sarebbe stato americano grazie al vantaggio statunitense nell’intelligenza artificiale.
“Lo scopo di Palantir era combattere per l’Occidente. E quindi voglio davvero che l’Europa si dia una mossa”, aveva aggiunto, con un tono che mescolava frustrazione e paternalismo.
Questa visione si inserisce in un contesto più ampio di tensione transatlantica sulla sovranità digitale.
Mentre l’Europa dibatte di regolamentazione e cerca faticosamente di costruire alternative ai colossi americani, aziende come Palantir consolidano la loro presa sulle infrastrutture critiche occidentali, dalla difesa all’immigrazione, dalla sanità all’intelligence.
Da Davos, Alex Karp ha offerto uno sguardo su un futuro che la sua azienda sta contribuendo a costruire.
Un futuro in cui l’intelligenza artificiale non è solo uno strumento di efficienza economica, ma diventa l’argomento per ridefinire chi ha diritto di appartenere a una nazione.
E mentre i CEO della Silicon Valley discutono sul palco del forum più esclusivo del mondo, i server di Palantir continuano a processare dati, tracciare movimenti, selezionare bersagli. La teoria e la pratica, per una volta, viaggiano sulla stessa traiettoria.

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Tempo fa qualcuno su InOltre ha prospettato in un futuro prossimo un nuovo feudalesimo mondiale da parte delle Compagnie BigTech che sostituiranno la politica tradizionale.
La cosa mi ha atterrita soprattutto perché trovo la prospettiva verosimile.