


Un rapporto del World Jewish Congress mostra che oltre l’81 per cento dei contenuti antisemiti esaminati resta online. La scarsa efficacia delle segnalazioni riflette un’eccezione morale che, dietro la “contestualizzazione” politica, finisce per normalizzare l’odio contro gli ebrei.
Che cosa accade quando un utente segnala un contenuto antisemita a una piattaforma social? Nella grande maggioranza dei casi esaminati, quel contenuto rimane online.
Lo documenta un rapporto del World Jewish Congress, pubblicato il 12 agosto con il titolo Flagged and Failed. La ricerca ha analizzato 754 segnalazioni raccolte fra febbraio 2025 e aprile 2026 attraverso il sistema di monitoraggio HO, verificando nel maggio successivo quali post fossero ancora accessibili. In 613 casi, oltre l’81 per cento del campione, il contenuto risultava ancora online.
Soprattutto, la segnalazione diretta alla piattaforma non sembrava modificare in misura apprezzabile la probabilità di rimozione. I contenuti formalmente segnalati erano stati rimossi nel 19,5 per cento dei casi; quelli non segnalati nel 18,2. Tra i materiali rimasti online figuravano inviti espliciti a colpire gli ebrei e le sinagoghe. Sei condivisioni di una pubblicazione ufficiale dell’Isis che incitava ad attaccare luoghi e comunità ebraiche erano state segnalate a Facebook ed erano ancora accessibili al momento della verifica.
I contenuti antisemiti collegati a Israele erano quelli rimossi con minore frequenza: soltanto il 5,2 per cento. Nessuno dei 28 post che equiparavano le politiche israeliane a quelle della Germania nazista risultava rimosso.
Esiste un’eccezione significativa. TikTok aveva eliminato circa il 64 per cento dei contenuti censiti, mentre sulle altre principali piattaforme la quota oscillava fra il 12 e il 15 per cento. La differenza dimostra che non siamo di fronte a un’impossibilità tecnologica. Se una piattaforma rimuove la maggioranza dei contenuti e le altre poco più di uno su dieci, l’inerzia dipende dalle regole adottate e dal modo in cui vengono applicate.

Quelle segnalazioni inevase offrono un’indicazione diversa da quella ricavabile attraverso un sondaggio d’opinione. Le rilevazioni demoscopiche misurano le opinioni dichiarate; il sistema di moderazione registra invece comportamenti e decisioni: quali contenuti vengono segnalati, quali rimossi e quali lasciati circolare. Non ci dice che cosa gli europei pensino dell’antisemitismo, ma quanto concretamente le piattaforme social siano disposte a tollerarlo.
I sistemi di moderazione combinano regole aziendali, classificazioni automatiche, segnalazioni degli utenti e valutazioni umane. Gli algoritmi non possiedono una coscienza morale: applicano criteri, precedenti e soglie costruiti nel tempo. Finiscono così per riflettere, su scala industriale, una gerarchia culturale delle offese: quelle considerate intollerabili e quelle ritenute negoziabili. Il rapporto mostra da quale parte di questa gerarchia sia finito l’antisemitismo.
Nel linguaggio ufficiale, l’antisemitismo resta condannato quando porta una svastica, celebra Hitler o nega apertamente la Shoah. Diventa invece ambiguo, politico e bisognoso di «contestualizzazione» quando utilizza Gaza come premessa, il sionismo come bersaglio nominale e la condotta di Israele come giustificazione.
Questa deriva non nasce sulle piattaforme social e non si esaurisce in esse. A prepararla è stata anche una parte consistente della sinistra politica, culturale, accademica e giornalistica. La destra antisemita tradizionale continua a esistere, ma il suo linguaggio è riconoscibile e non ha bisogno di travestimenti. La normalizzazione più insidiosa avviene altrove: negli ambienti che rivendicano l’antirazzismo come propria identità e che proprio per questo dispongono dell’autorità morale necessaria a rendere presentabile ciò che, provenendo dall’estrema destra, verrebbe immediatamente respinto.
Non occorre dichiarare odio verso gli ebrei. È sufficiente descrivere Israele come uno Stato criminale per natura, presentare il genocidio come un fatto acquisito, trasformare la fame e la crisi umanitaria nella prova di un programma deliberato di sterminio e assimilare sistematicamente l’esercito israeliano al nazismo. Dentro questa rappresentazione, ogni persona collegata a Israele entra in una zona di sospetto. Non è più soltanto un individuo: diventa il rappresentante, il complice o almeno il beneficiario di un crimine assoluto.
La funzione di questa campagna non consiste soltanto nel condannare Israele. Consiste nel creare una franchigia per l’antisemitismo. Se Israele rappresenta il male assoluto, l’ostilità contro chiunque venga associato a Israele appare meno grave. Può essere deplorata, ma viene in qualche modo normalizzata. Ogni aggressione riceve il proprio contesto; ogni minaccia, la propria causa; ogni insulto, la propria attenuante.
L’ebreo aggredito viene così sottoposto a un esame politico prima di essere riconosciuto come vittima. Che cosa pensa di Netanyahu? Condanna la guerra? Ha preso posizione su Gaza? La solidarietà viene subordinata a una dichiarazione preventiva di estraneità, come se un cittadino ebreo dovesse rispondere delle decisioni di uno Stato per ottenere protezione nel proprio paese.
Non è ingenuità. È un’irresponsabilità canaglia, perché le conseguenze sono ormai visibili. Dopo ogni episodio antisemita arrivano, quando arrivano, condanne formalmente ineccepibili. La relativizzazione è più sottile: basta ricondurre subito l’accaduto a Gaza e alle politiche israeliane. L’aggressione non viene giustificata, ma una parte della responsabilità è già passata dall’aggressore alla vittima. Comunicano, quelle condanne, che l’aggressione è sbagliata, ma non del tutto inspiegabile; che la minaccia è inaccettabile, ma nasce da una rabbia comprensibile; che gli ebrei devono essere protetti, purché prima prendano le distanze da Israele.
Chi utilizza questo linguaggio conosce il peso delle parole. Lo conoscono i dirigenti politici, gli intellettuali, i giornalisti, i docenti, gli artisti e le organizzazioni che da anni presentano ogni controversia come una questione di rappresentazione e ogni parola come un possibile atto di violenza. Quando il bersaglio sono gli ebrei, la stessa sensibilità viene improvvisamente sospesa in nome del contesto.
Gli esiti della moderazione riflettono questa sospensione. Un insulto rivolto a una minoranza viene trattato come odio; lo stesso meccanismo applicato agli ebrei può essere riclassificato come critica al sionismo. Una minaccia accompagnata da un riferimento a Gaza può entrare nel territorio del discorso politico. La propaganda non deve più eludere la moderazione: le basta adottarne il vocabolario.
Per questo il pulsante «segnala» è così rivelatore. Alla vittima viene affidato il compito di individuare, conservare, classificare e denunciare il contenuto. La piattaforma acquisisce la segnalazione e il contenuto, nella maggior parte dei casi esaminati, rimane online. L’adempimento formale sostituisce la protezione, mentre l’inerzia viene attribuita alla complessità del caso.
Gli algoritmi finiscono così per certificare ciò che il dibattito pubblico ha già stabilito: l’antisemitismo è vietato in astratto, ma può essere ammesso quando dispone della giusta contestualizzazione. Gaza è diventata quella contestualizzazione.
L’indifferenza online non è la causa unica della violenza, ma ne abbassa il costo sociale. Chi minaccia vede che le proprie parole restano pubbliche. Chi diffonde stereotipi comprende che il riferimento a Gaza offre una copertura politica. Chi viene colpito scopre invece che persino la propria sicurezza è sottoposta a un giudizio sulle azioni di Israele.
I presagi più seri non si trovano soltanto nelle parole degli estremisti. Si trovano nell’opera di chi le rende spiegabili, nella rispettabilità di chi fornisce loro un contesto e nell’indifferenza di chi, dopo aver premuto un pulsante, considera assolto il proprio dovere.
L’antisemitismo non diventa normale quando tutti lo approvano. Diventa normale quando persone convinte di combattere ogni forma di razzismo costruiscono per quello contro gli ebrei un’eccezione morale.
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\”Alla parola Gaza scatenate l\’inferno\”. Un post su X dove Conte sproloquia sul pacifismo davanti ad una platea di sindaci con tanto di fascia tricolore. Tutti in silenzioso ascolto. Alla parola Gaza scroscia l\’applauso. Non riusciremo ad invertire la deriva. Nasia Mai
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