di Guido Gargiulo di Osservatorio Esteri Taiwan

Arriva il periodo delle Olimpiadi, un momento magico, che accoglie tutti i paesi del mondo in una grande competizione tra atleti. Nel cuore della Francia, a Parigi, paese ospitante delle Olimpiadi, le bandiere sventolano, portate in alto per la Senna, dinanzi alla bellezza suggestiva della Tour Eiffel che osserva gli atleti, pronti a rappresentare il proprio paese con orgoglio. Tra questi, c’è anche Taiwan, anzi no, Taipei Cinese. Una bandiera insolita, un nome che riporta alla Cina e fa piacere a Pechino. Taiwan si presenta così alle Olimpiadi di Parigi 2024, con grande voglia di dimostrare, ma con un entusiasmo smorzato da una bandiera e da dei colori e da un nome che non le rendono giustizia. A questo si aggiunge anche uno scialbo commento dei telecronisti Rai, che alla vista degli atleti taiwanesi, il commento si limita ad una semplice spiegazione, giustificando il nome Chinese Taipei come un modo per non recare disturbi alla Cina.
In tutte le competizioni internazionali, Taiwan vive questo dualismo. Un paese in grado di trasformarsi all’occorrenza per vivere e sopravvivere, per essere presente nel mondo, per essere riconosciuta a livello internazionale. Il motivo per cui Taiwan si presenta come Taipei Cinese c’è e come.
A differenza della maggior parte dei paesi, Taiwan non può usare il proprio nome per competere ai Giochi Olimpici o in altri importanti eventi sportivi internazionali. Partecipa invece, con il nome di “Chinese Taipei”, un nome che causa confusione e suscita curiosità tra molte persone. In merito a questa situazione, di recente è uscito un documentario di Garret Clarke, il regista di “What’s in a Name? A Chinese Taipei Story”, che parla di proprio di questo tema, indagando le origini di “Chinese Taipei” e le sensazioni dei taiwanesi al riguardo.
La disputa che ha portato alla creazione del nome risale alla Guerra Civile Cinese, che ha portato all’istituzione della Repubblica Popolare Cinese (RPC) da parte del Partito Comunista Cinese il 1° ottobre 1949, e alla ritirata del governo della Repubblica di Cina (ROC) a Taiwan. Con entrambe le fazioni che rivendicano il diritto di rappresentare la Cina, la RPC e la ROC hanno posto una sfida per il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), che inizialmente ha riconosciuto la ROC, come gran parte della comunità internazionale.
Nel 1952, il CIO ha permesso a entrambe le fazioni di partecipare alle Olimpiadi di Helsinki, ma la ROC ha rifiutato questo doppio riconoscimento e ha ritirato la sua partecipazione, permettendo alla RPC di competere per la prima volta. Quattro anni dopo, a Melbourne, sia la RPC che la ROC (partecipando sotto il nome di “Formosa-Cina”) hanno inviato delegazioni, ma la RPC si è ritirata in segno di protesta per l’esposizione della bandiera della ROC nel Villaggio Olimpico.
Negli anni ‘60 e ‘70, la ROC ha continuato a partecipare sotto vari nomi, tra cui “Formosa” e “Taiwan”, ma il riconoscimento internazionale ha iniziato a cambiare con l’ascesa della RPC. Nel 1979, il CIO ha dunque adottato la “Risoluzione di Nagoya”, che riconosceva il Comitato Olimpico della RPC come il “Comitato Olimpico Cinese” e il Comitato Olimpico della ROC come il “Comitato Olimpico di Taipei Cinese”. Questo accordo, visto da alcuni come un compromesso, ha permesso a Taiwan di partecipare nuovamente ai Giochi Olimpici a partire dal 1984 sotto il nome di “Chinese Taipei”, usando una bandiera non politica e senza l’inno nazionale della ROC.
Sempre nel documentario di Clarke, vengono poi catturate diverse prospettive sul nome “Chinese Taipei”. Il discorso è chiaro. Molti taiwanesi desiderano poter utilizzare il nome del proprio paese per le competizioni sportive, in quanto ciò significherebbe che Taiwan è un paese sovrano e indipendente. Tuttavia, la Cina si oppone fermamente a qualsiasi simbolo o azione che suggerisca l’indipendenza di Taiwan.
Nel 2018, quando i taiwanesi hanno avuto la possibilità di votare per competere alle Olimpiadi di Tokyo sotto il nome di “Taiwan” anziché “Chinese Taipei”, l’idea è stata respinta con un margine del 55-45%. Molti temevano che cambiare nome avrebbe potuto comportare l’esclusione dalle competizioni olimpiche, lasciando i loro atleti senza una piattaforma per mostrare i loro talenti.
Le tensioni tra Taiwan e Cina si riflettono anche nelle Olimpiadi. Durante la cerimonia di apertura dei Giochi di Tokyo 2020 ad esempio, un annunciatore giapponese ha riferito alla squadra di “Chinese Taipei” come “la squadra di Taiwan”, suscitando l’ira dei funzionari cinesi. Anche nel corso dei giochi Olimpici invernali di Pechino 2022, il governo cinese ha cercato di sottolineare che considera Taiwan parte della Cina, utilizzando variazioni linguistiche per evidenziarlo.
Nonostante il nome “Chinese Taipei” non sia popolare tra i taiwanesi, quest’ultimi capiscono le complicazioni e la pressione della Cina che si celano dietro questa denominazione. Taiwan si trova quindi in una posizione delicata, in bilico tra il desiderio di essere riconosciuta come una nazione indipendente e la necessità di partecipare alle competizioni internazionali sotto un nome imposto, ma vitale per la loro presenza sulla scena mondiale.
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