

Tutti e tre eravamo dei ragazzi di talento, ma solo noi sapevamo che quella combinazione era in qualche modo benedetta. Noi tre avevamo voci differenti. Avevamo accenti differenti. Avevamo attitudini differenti. La cosa, però, che successe quando mettemmo insieme le nostre voci fu sorprendente. Come cominciammo a cantare, sapevamo di essere in qualcosa di nuovo, in una splendida terra incognita. C’era qualcosa di magico lì. Quella sensazione, amico, era come di qualcuno che ti fa un pompino all’improvviso. Come svegliarsi fatti di acido. Un flash, te lo giuro.
David Crosby

La rivelazione — raccontata con la consueta grazia brutale grazia di Crosby — avvenne in una casa a Laurel Canyon nel 1968, quando tre musicisti con percorsi già solidi e distinti si incrociarono: Crosby reduce dai Byrds e dalle frizioni che lo avevano portato fuori dalla band, Stephen Stills appena uscito dal ciclone Buffalo Springfield, Graham Nash in fuga dall’elegante ma ormai stretto abito britannico degli Hollies. Non erano tre debuttanti ma tre musicisti maturi, ciascuno con un bagaglio biografico e artistico diverso, e proprio per questo quella fusione vocale suonò come qualcosa di inatteso, non solo per loro, ma per un’intera scena musicale che stava cercando nuovi linguaggi dopo l’esplosione beat e psichedelica.
Il loro primo disco, Crosby, Stills & Nash (1969), nacque quasi come una dichiarazione programmatica: arrangiamenti stratificati, armonie a tre parti, introspezione e tensione politica convivono in brani come Suite: Judy Blue Eyes, Guinnevere, Marrakesh Express. È un album che definisce immediatamente un’identità sonora e prelude all’ingresso di Neil Young, già compagno e antagonista creativo di Stills nei Buffalo Springfield. Con Young il gruppo diventa quartetto e firma Déjà Vu (1970), uno dei capisaldi della discografia rock del periodo — con Teach Your Children, Our House, Woodstock, Helpless — un disco che riesce nell’impresa rara di essere al contempo intimista e generazionale, domestico e epico.
La storia discografica prosegue tra pause, tensioni e reunion: 4 Way Street (1971) cattura la dimensione live in una miscela di acustico e elettrico; So Far (1974) fotografa una prima fase; CSN (1977) e Daylight Again (1982) dimostrano la capacità di adattarsi a stagioni diverse senza perdere la cifra armonica; mentre lavori come American Dream (1988) testimoniano quanto la chimica tra i quattro resti una forza carsica, pronta a riemergere anche quando gli ego e le dipendenze minacciano di disgregarla. Parallelamente le carriere soliste — soprattutto quella irrequieta di Young — alimentano e complicano la mitologia collettiva.
Sono cresciuto tra punk e soprattutto new wave, disprezzando da pessimo adolescente tutto il vecchiume precedente, i fricchettoni con i loro capelli lunghi e le loro estasi da storditi. Naturalmente come tutte le malattie, nel bene o nel male, anche l’adolescenza passa e così sono tornato sui miei passi esplorarando cose antiche, strade prime guardate con sufficienza e altre stupidaggini buffe. Tuttavia, ci tendo a dirlo, l’atteggiamento presuntuoso dei giovani è alla fin fine anche salutare, soprattutto in un paese come il nostro stracarico di vecchi attaccati alle loro posizioni di rendita come cozze.
Riascoltarli con un orecchio meno prevenuto, fa emergere quanto CSN&Y incarnassero archetipi diversi: Crosby, spirito anarchico e sperimentatore, navigatore appassionato e personaggio capace di scivolare e riemergere dagli abissi delle dipendenze: un vulcano creativo; Stills, polistrumentista quasi ossessivo nella ricerca della perfezione tecnica, dotato di un orecchio musicale e di una disciplina quasi militare; Nash, diplomatico melodico, osservatore cantore della quotidianità, capace di trasformare la vita domestica in poesia pop; Young, outsider canadese, elettrico e lunatico, abile nel passare dal sussurro acustico al fragore distorto con una naturalezza quasi inquietante. Le tensioni tra queste personalità — celebre quella tra Stills e Young fatta di competizione e rispetto — non furono un difetto ma il carburante della loro alchimia.
CSN&Y li avevo colpevolmente archiviati in gioventù nel reparto “vecchiume”, ma la mia mente era appunto intossicata dal desiderio compulsivo di novità. Si chiudono in cassetti polverosi vere e proprie gemme, ma basta concedersi tempo e se il fato lo permette andare a riaprirli. Il tempo non ha scalfito le bellissime canzoni di CSN&Y che sono qui ad aspettarci…..Dice bene Crosby, l’impasto di queste tre voci, due yankee ed un englishman è roba da sballo, erotico, chimico, metafisico, scegliete voi quel che preferite. Le melodie sono superbe ed in ogni canale viaggiano chitarre acustiche, percussioni e sitar in un tripudio di strumenti tutt’altro che scontato o di maniera.
E quella magia si manifestava forse ancora di più dal vivo: il set acustico sospeso nel silenzio quasi religioso di Woodstock nel 1969 — “questa è la seconda volta che suoniamo davanti a un pubblico”, confessò Nash — o le dilatazioni elettriche dei tour del 1974, dove la band diventava organismo fluido e imperfetto, talvolta sublime, talvolta caotico, sempre umano. Il live non era mai replica del disco, ma un’arena in cui le quattro individualità si misuravano e improvvisavano con risultati a volte epici, a volte fragili, ma sempre autentici.
Il punto sono le voci, voci diverse per tonalità, accento e dizione, fuse diventano magiche ed indubbiamente sono un unicum nella storia della musica popolare. Fin dall’esordio è evidente la capacità compositiva del trio e la particolarità degli arrangiamenti. Ascoltarli catapulta in una dimensione sognante i due yankee con Stills imbevuto di country e Crosby di blues rock psichedelico e naturalmente Nash, il figlio di Albione, capace di una fertile vena pop e soluzioni melodiche particolarmente brillanti: un ibrido raffinatissimo. Crosby, Stills Nash. Neil Young si aggiunge con discontinuità nei decenni di attività dei nostri eroi, facendone appunto un magnifico ibrido, un mutante che si inserisce tra i protagonisti assoluti della musica popolare tra la fine degli anni 60 e 70, con un sound caratteristico, uno stile e una poesia inconfondibili.
Sul piano dell’innovazione, quel sound rappresenta un punto di svolta sottile ma decisivo. Le loro strutture armoniche sono spesso più vicine al jazz e alla coralità tradizionale che al rock lineare e la fusione tra introspezione cantautorale e arrangiamento collettivo, creano un linguaggio che ha influenzato generazioni — dagli Eagles al soft rock californiano, fino all’indie folk contemporaneo.
I cori con le loro voci impastate perfettamente e con un suono celestiale sono sempre una sorpresa per chi ascolta dopo più di mezzo secolo. Vecchi leoni ancora capaci di dar zampate di gran classe e lasciarci senza fiato, come per esempio in Daylight Again negli anni 80. Non vi emozionate con il banjo? Che canzone fantastica!
La loro eredità sta proprio lì, non solo nelle canzoni, ma nell’idea che differenze artistiche e umane possano fondersi in qualcosa di più grande. Le generazioni successive hanno attinto a quel modello di collaborazione instabile e fertile, dove l’individualità non si annulla ma si moltiplica nella relazione. Il sogno californiano forse è evaporato, come tanti altri, ma quelle armonie restano come tracce fossilizzate di un momento storico in cui la musica sembrava capace di contenere insieme politica, utopia, vita domestica e introspezione.
Allora giovani e meno giovani accomodatevi alla tavola di (((RadioPianPiano))), chiudete gli occhi e sarete in California in un baleno. La bellezza della musica di CSN&Y è qui con noi nel XXI secolo, capace di lasciarci senza fiato. CLICCATE QUI per gustare la bellezza di Crosby, Stills, Nash e Young. Certi treni passano una volta sola, non perdetevi per nessun motivo la playlista del nostro trio+1, solo piatti raffinati e atmosfere dolcissime.
Achivio di (((RadioPianPiano)))

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Enrico grazie 1000 per… aver aperto un cassetto e riscoperto una chicca!!