

Una nuova lingua richiede una nuova tecnica. Se ciò che stai dicendo non richiede una nuova lingua, allora probabilmente ciò che stai dicendo non è nuovo.
Una delle magliette di Allen Ginsberg diceva: “Beh, finché sono qui, farò il lavoro. E qual è il lavoro? Alleviare il dolore di vivere. Tutto il resto, uno spettacolo ubriaco senza senso.”
Philio Glass

C’era una volta in America una creatività oggi azzerata nel pantano della woke culture progressista prima e annichilita nella simmetrica reazione post-fascista degli oligarchi digitali poi. Una creatività fiorita nella gioventù di Philip Glass, l’ormai ottantotenne compositore americano.
Glass ascolta dischi nel retrobottega del negozio del padre a Baltimora, fino alla fuga a New York per cercare fortuna come musicista, intrufolandosi nei jazz club e da innamorato dell’Oriente cercando sempre nuovi stimoli in altre culture. Il compositore sbarca il lunario facendo il tassista, l’idraulico e occupandosi di traslochi in società con l’amico di avventure Steve Reich, per arrivare, come in tutte le storie americane a lietofine, ad essere celebrato come uno dei più grandi compositori viventi già alla fine del XX secolo.
Philip Glass è un self made man che realizza il suo american dream: erano altri tempi e sembrano drammaticamente lontani anni luce. Sarebbe bello spendere qualche parola sulla freschezza della cultura americana dal secondo dopoguerra fino almeno agli anni 80, cultura capace di innovare l’arte occidentale proponendo nuove visioni e nuovi linguaggi, ma non voglio tediarvi, magari ci ritorneremo. Il minimalismo è una di queste innovazioni appunto in campo musicale.
Glass attraversa gli anni 60 testimone dell’abbattimento di quelle barriere che in Europa dividevano la “musica colta” da quella popolare. Sono gli anni della Pop Art e di Andy Warhol e della definitiva intersezione tra popolare e colto. Insieme a Riley, Reich e La Monte Young si inventa il minimalismo come nuovo genere musicale, una modalità compositiva che ripete in un moto non più lineare e narrativo, ma circolare e reiterato un tema compositivo.
Schematizzando, il minimalismo come linguaggio consiste nella semplificazione del materiale musicale tradizionale e nella ripetizione di una frase con piccole variazioni, generando composizioni timbricamente uniformi, frequentemente tonali, e senza una struttura musicale definita dall’armonia. Sono composizioni che cambiano progressivamente, ma in modo quasi impercettibile e apparentemente statico, attraverso ripetizioni e sovrapposizioni ritmiche di cellule melodiche che possono generare, a volte, tessuti sonori complessi (alla fine della scaletta di oggi un bell’esempio di questa prassi compositiva).
La forza di Glass sta nell’esser stato capace di avvicinare alla musica contemporanea un pubblico ampio, anche grazie al cinema, sono infatti numerose le sue colonne sonore, utilizzando un linguaggio disponibile e senza barriere come scrivevo prima, le stesse che negli anni 60 in Europa erano appunto invalicabili, con un taglio netto tra musica colta e popolare e un linguaggio imperante, la postdodecafonia, molto difficile ed impervio per un pubblico non specialistico.
E noi cricca di ventenni postpunk come ci siamo fatti rapire dal minimalismo e da Philip Glass? Attraverso il cinema con il film di Godfrey Reggio Koyaanisqatsi. Reggio non è certo Orson Welles, ma per un quasi 20enne fu un’esperienza totalizzante, un film senza dialoghi, un flusso di immagini sulla vita alienante e distruttiva dell’uomo contemporaneo e suoni, nient’altro: amore a prima vista.
Altro fattore di interesse per la musica di Glass è stata appunto la commistione tra ambiti culturali diversi con grande trasversalità e curiosità, da qui le reinterpretazioni di Low di Bowie, trasformata in sinfonia, le puntate nel mondo della canzone, le soundtrack per il cinema, da “Truman Show” a “The Hours” per citarne solo due.
Philip Glass è stato per molti della mia generazione una porta di accesso a compositori più difficili e blasonati, un invito ad ascoltare altro dallo sferragliare punk, rock, wave, ad attraversare musiche di tribù diverse a testa alta, ad entrare in un teatro sfavillante ori come in un club tenebroso senza far differenze: ogni musica diventava degna di attenzione. Glass diventa popolare anche per le collaborazioni teatrali con Bob Wilson, dove l’aspetto musicale è centrale.
Da qui la riscrittura per orchestra anche di “Heroes” e l’estemporanea collaborazione con Aphex Twin, uno dei re dell’elettronica più estrema e di ricerca, di cui Glass ha orchestrato “Icct Hedral” restituendoci da un’altra prospettiva Mr Richard David James. Una delle influenze più importanti sul lavoro (e la vita) di Glass viene dall’oriente e dall’India (buddista praticante). Incontra a Parigi a metà degli anni 60 Ravi Shankar, durante la sua borsa di studio in composizione con Nadia Boulanger. Le tecniche compositive del grande musicista indiano lo influenzeranno moltissimo, portandolo decenni dopo anche a registrare un disco in collaborazione con Shankar. Glass guarda alle espressioni musicali di altri popoli con grande interesse, come testimoniano le sue composizioni per il film “Anima Mundi” e nuovamente con Godfrey Reggio per i film Powaqqatsi e Naqoyqatsi.
Ho visto Glass al Teatro Storchi di Modena tanti anni fa con il suo ensamble e mi ha restituito questo approccio eclettico, capace di cogliere in ogni suono planetario uno spunto da immergere in quel linguaggio minimalista che ha affascinato tanti musicisti, Max Richter, Michael Nyman. Ludovico Einaudi, Wim Mertens solo per citarne alcuni a caso tra i tanti assai debitori del Maestro americano. Ordunque eccomi nel mio ruolo di chef sonoro.
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