

Nella sua quotidiana rubrica su La Stampa, il “Buongiorno”, Mattia Feltri — di cui, tra parentesi, ho grande stima intellettuale — ieri ha scritto qualcosa che, a mio avviso, merita una puntualizzazione. Il breve intervento di cui voglio parlare, dal titolo La torre di Babele, è dedicato allo spinoso tema dell’eutanasia, sulla scorta della recente morte delle gemelle Alice ed Ellen Kessler. Feltri si rammarica dell’incapacità della politica italiana di affrontare il tema, cita i numeri crescenti di richieste in Europa e nota la contraddizione moderna: viviamo più a lungo grazie alla scienza, ma non sempre con dignità. Talvolta, scrive, scegliere di congedarsi è più umano (e forse cristiano) che inseguire l’illusione dell’immortalità, quasi sfidando l’onnipotenza divina.
Non mi interessa entrare nel dibattito sull’eutanasia: ho scelto da tempo, per ragioni personali su cui non mi dilungo per non affliggere il povero lettore, di evitare pubbliche disquisizioni su questo e altri temi affini. Mi preme, però, dire una cosa sui preamboli del dibattito, cui veniamo rimandati dall’incipit dell’articolo di Feltri: “Al di là delle asprezze di un dibattito spesso grossolano, l’incolmabile distanza fra i contrari e i favorevoli all’eutanasia, o al suicidio assistito, è che i primi credono in Dio e dunque non credono di disporre della propria vita, e i secondi credono di disporne poiché non credono in Dio, o non lo credono sadico. Io appartengo alla seconda categoria”.
Ecco, trovo che tale impostazione sia alquanto problematica. Nel dibattito pubblico sull’eutanasia, ma anche su altre questioni, spesso si tende a organizzare il campo in due squadre: i favorevoli sono quelli che non credono in Dio, i contrari invece sì. Penso sia una scorciatoia che ha il pregio della rapidità, ma il difetto dell’infondatezza. La realtà è più articolata, e la mappa delle posizioni non coincide affatto con la geografia della fede. Che molti contrari o perplessi siano credenti è evidente. Ma ci sono almeno due snodi che meritano di essere chiariti.
In una democrazia liberale rispettosa del pluralismo, chi crede non può limitarsi a dire “sono contrario a questo perché lo dice la Bibbia” o perché “così è scritto nel catechismo”. Non è un argomento utilizzabile nel confronto civile, dove tutti — credenti e non credenti — sono chiamati a motivare le proprie posizioni attraverso ragioni accessibili a chiunque. Da qui deriva una conseguenza spesso ignorata: esistono motivi razionali, non religiosi, per mettere in discussione l’eutanasia.
Non significa che siano necessariamente validi o condivisibili, ci mancherebbe. Significa soltanto che, pur espressi a partire da una visione complessiva della vita modellata dalla fede, sono in ultima istanza esprimibili nello spazio sociale attraverso il richiamo alla ragione pubblica che discute secondo il metodo dell’elenchos, vale a dire del dialogo tra le rispettive argomentazioni, in cui si preferisce (o si dovrebbe preferire) la posizione che resiste meglio alle critiche logico-razionali.
Il secondo snodo, alla luce di quanto detto, riguarda l’idea stessa di “ragione” e dei suoi presupposti. Propriamente parlando, non si è contrari o favorevoli ad una certa posizione perché si crede in Dio, ma perché, entro una ragione esercitata in un orizzonte credente, possono darsi degli argomenti pro o contro.
La qual cosa comporta che un’affermazione contraria all’eutanasia, ad esempio, possa essere avanzata anche da persone non credenti, che si ritrovano sulle stesse posizioni di credenti (cosa che peraltro avviene), dal momento che determinate ragioni possono essere affermate e comunicate — se sono ragioni, e dunque parlano alla mente di tutti — indipendentemente dai presupposti di ciascun individuo.
A questo punto, in non pochi casi si presenta un’obiezione che pure merita di essere discussa. Una ragione esercitata entro un orizzonte credente, infatti, sarebbe per taluni “meno razionale” di una ragione “laica”. Bisogna, però, far notare che ciò equivale a introdurre surrettiziamente un giudizio che, a sua volta, andrebbe giustificato razionalmente: senza tale giustificazione, il giudizio è un pregiudizio. Una ragione che ammette l’esistenza di Dio non è meno ragionevole di una ragione che la esclude: entrambe le posizioni, infatti, si fondano su presupposti ultimi — la fede da un lato, l’ateismo o l’agnosticismo dall’altro — che non sono suscettibili di una prova definitiva.
Qualunque persona, credente o non credente, ragiona all’interno di un “posizionamento” complessivo nei confronti della realtà, che compone una sorta di metafisica personale: un orizzonte di senso spesso implicito, inconscio, non dichiarato, ma comunque determinante. E tutti questi posizionamenti, a livello antropologico, sono ammissibili: la ragione è incarnata e dunque mai neutrale.
A restare comune è, semmai, il collo di bottiglia della ragione pubblica: quello spazio, regolato e condiviso, nel quale credenti, non credenti, edonisti, comunisti, pessimisti, ottimisti o pastafariani sono tenuti a confrontare le proprie idee con argomenti e criteri comuni. La laicità è da una parte l’imparzialità di fronte ai presupposti delle ragioni degli altri, dall’altra il comune rispetto dei criteri della ragione pubblica. Affermare che determinati presupposti siano più “puri” di altri sarebbe, in definitiva, illegittimo e illiberale. Poi, ovviamente, anche i rispettivi presupposti possono essere oggetto di dibattito, ma su un tavolo specifico.
Ridurre la discussione sull’eutanasia, sul suicidio assistito, sull’aborto, sulla gestazione per altri e via dicendo, a un conflitto tra fede e non fede significa, a mio avviso, fraintendere sia la fede che la ragione. Quest’ultima fa tanto meglio il proprio lavoro quanto più mette in discussione i propri presupposti, qualunque essi siano, anziché stabilire quali si possono ammettere e quali no. Giova chiarire che, naturalmente, molte delle cose dette in questo mio piccolo intervento prendono solo spunto da quanto scritto da Mattia Feltri, per allargare poi il discorso a considerazioni di metodo, preliminari rispetto a un dibattito che, ribadisco, lascio volentieri ad altri.
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Infatti in uno stato non teocratico le questioni di fede, proprio perché attengono la sfera personale e non sono pertanto inclusive, dovrebbero restare fuori dal dibattito. Questo non significa che siano meno “degne” di quelle laiche, ma non è possibile pretendere che tutti si attengano alle nostre scelte intime e personali: le scelte di uno stato dovrebbero tendere all’universalità. Quanto alla questione “togliere la vita”, dato che perfino le persone religiose ritengono che in determinati casi si possa disporre della vita altrui (autodifesa, guerra…) va sottolineato che se si ammette il suicidio assistito, nessuno obbliga chicchessia a togliersi la vita; la questione è piuttosto impedire o meno a qualcun altro di farlo, per questioni laiche, giuridiche ed universali. E qui mi risulta difficile trovare argomentazioni che non siano esclusive. La caratteristica dei diritti infatti, è quella di sancire la possibilità di ciascuno di operare secondo la propria identità e coscienza, senza ledere i diritti altrui. Questo principio da solo crea un automatismo di conseguenze virtuose, che di solito offendono solo chi vorrebbe vivere in un contesto sociale meno disinibito e auto-determinante.
In realtà no, non è vero che nessuno obbliga chicchessia a togliersi la vita: dove l’eutanasia è legale non solo succede in continuazione, ma succede anche sempre più spesso. Ricordo il caso dei bambini in Inghilterra che l’ospedale ha condannato a morte perché si prevedeva che avrebbero avuto una vita “poor”; i genitori hanno tentato di opporsi, allora il caso è stato sottoposto a un tribunale civile (“civile”?) che ha decretato che i bambini dovevano essere messi a morte, e a morte sono stati messi, senza che i genitori potessero fare alcunché. E poi ci sono casi come questo
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2023/09/03/evviva-leutanasia-che-ci-permette-di-scegliere/
O addirittura questo
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2020/06/19/per-un-momento-parliamo-daltro/
E qui mi fermo con gli esempi, ma potrei continuare a lungo.