
Cos’è il lavoro se non il modo sostanziale con cui si perpetra la vita degli individui e delle società. Non vale solo per il genere umano: un alveare, un uccello che prepara il nido o una colonia di castori mostrano come anche nel mondo animale la fatica quotidiana per costruire un luogo in cui vivere, crescere la prole e procurarsi il cibo sia la base dell’esistenza e ne assorba la parte maggiore del tempo.
Gli esseri umani, grazie alle loro superiori capacità cognitive, hanno trasformato quelle tre primordiali esigenze in un sistema complesso fatto di strumenti, organizzazioni e tecnologie. Da secoli inventano strumenti per alleggerire la fatica e ampliare il tempo sottratto alle necessità immediate. A differenza delle altre specie, hanno anche imparato a mettere a reddito attività astratte: arte, cultura, comunicazione, intrattenimento. È qui che il lavoro smette di essere solo sopravvivenza e diventa costruzione simbolicamente umana del mondo.
Il contraltare è noto: la stessa intelligenza che produce progresso ha reso più sofisticato anche il conflitto. Le guerre tra uomini hanno superato di gran lunga la brutalità semplice del duello tra due capi-branco per il controllo del territorio che garantisce il cibo, moltiplicando la capacità distruttiva e il numero delle vittime per ottenere lo stesso risultato.
Il duello tra Ettore e Achille nella piana antistante le mura di Troia ci riporta a un’umanità che ancora non si era troppo discostata dagli usi animali, anche se l’inganno di Ulisse alla fine risolve il conflitto in modo profondamente umano.
Negli ultimi due secoli la tecnologia ha ridotto progressivamente le ore di fatica fisica e mentale. Robot meccanici arano e seminano le grandi pianure mentre il moderno agricoltore, dal suo trattore, controlla dati su uno schermo ascoltando musica; impianti automatizzati assemblano automobili in asettici e silenziosi capannoni, un tempo assordanti, dove lavoravano file di operai annichiliti con cacciaviti e chiavi inglesi.
Per un po’ hanno resistito i colletti bianchi, poi computer e internet li hanno falcidiati, trasformando anche quel mondo. Oggi l’intelligenza artificiale è già entrata negli uffici, sostituisce centralini e front-desk e inizia a lambire professioni considerate intoccabili, quali giornalismo e insegnamento.
Qui nasce una domanda nuova. Se la tecnologia riduce l’occupazione tradizionale, come si genera il reddito? Non può provenire soltanto dalla finanza, perché un’economia che si allontana troppo dalla produzione reale rischia di mettere in crisi la società che dovrebbe sostenere. Il valore creato dalle macchine non scompare: cambia forma e chiede nuovi meccanismi di redistribuzione, non basati sulle ore lavorate dal singolo individuo.
Già negli anni Novanta Nicholas Negroponte parlava del passaggio dagli atomi di materia ai bit, preconizzando che una parte crescente dell’economia sarebbe diventata informazione pura. Ma mentre la produzione si è digitalizzata, le strutture sociali e culturali restano ancorate a un’idea industriale del lavoro come misura unica del valore individuale.
Ogni riduzione del lavoro tradizionale ha sempre generato nuove occupazioni: ci sarà comunque chi dovrà occuparsi della scoperta e progettazione di nuove tecnologie, della loro produzione, commercializzazione e manutenzione. Questo processo riguarderà ancor di più le attività legate alla gestione del tempo libero e, in una società sempre più longeva, alla salute e all’assistenza degli anziani.
Non sarà una sostituzione a somma zero, ma uno slittamento progressivo del baricentro produttivo verso settori dove conterà sempre di più la relazione, la conoscenza e la capacità di trovare senso al tempo disponibile.
Intanto l’umanità è diventata sempre più consapevole del mondo e dell’universo in cui vive, e proprio questa accelerazione tecnologica ha portato a una crescita demografica e a un allungamento della vita senza precedenti. Il prezzo è un consumo intensivo di terra, acqua, aria e materie prime, alimentato dall’idea ancora dominante di uno sviluppo illimitato.
La visione di una futura migrazione verso altri pianeti, sostenuta da alcuni protagonisti dell’innovazione contemporanea, rischia di allontanare la riflessione più urgente: la necessità di una moderazione e di una ridefinizione del rapporto tra progresso e limite. Si parla già di assenza di lavoro, nascita extra-corporea e persino immortalità, ma queste prospettive non risolverebbero la questione centrale del presente.
Forse il vero nodo non è la fine del lavoro, bensì la nascita di un’epoca in cui il tempo liberato diventa la risorsa più abbondante e meno compresa. Nessuna specie ha mai avuto tanto spazio sottratto alla sopravvivenza. Come verrà usato? Per conoscenza, creatività e cura, oppure per nuove forme di alienazione e conflitto?
L’astrofisica ricorda che il sole non sarà eterno e che anche l’universo cambierà volto in tempi immensamente più lunghi della nostra esistenza. Questa prospettiva cosmica ridimensiona le illusioni di onnipotenza e riporta al presente una domanda semplice: se l’occupazione non sarà più il centro esclusivo della vita, quale nuovo equilibrio saprà costruire l’uomo tra reddito, tempo e senso del proprio stare al mondo.
Il vero spartiacque non sarà tra chi lavora e chi non lavora, ma tra chi saprà trasformare il tempo liberato in valore umano e sociale e chi resterà prigioniero di modelli ormai superati. La questione non è tecnologica: è culturale.

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(Daniela Martino)
Come sempre, è un piacere leggere le sue riflessioni così interessanti e stimolanti. Come ha scritto:
Il duello tra Ettore e Achille era tragico ma comprensibile: si lottava per la gloria e la sopravvivenza. Il duello moderno, invece, è tra l’uomo e la sua stessa capacità di rendersi obsoleto. Abbiamo vinto la battaglia contro la scarsità, ma rischiamo di perdere quella contro l’insensatezza.
Non è una crisi tecnologica, è una crisi d’immaginazione. Siamo stati addestrati per secoli a essere “strumenti”; ora dobbiamo imparare a essere “fini”. La domanda non è più: Cosa farò da grande per vivere?, ma: Cosa farò di me stesso ora che non devo più solo sopravvivere?
L’esperienza maturata fino ad oggi non ci lascia ottimisti. “Le tecnologie nascono con la promessa di “farci risparmiare tempo”, ma nella pratica finiscono per aumentare le richieste di tempo, attenzione e produttività, creando più pressione invece che più libertà” (Anna Katharina Schaffner). Con le automobili abbiamo risparmiato tempo di percorrenza, ma oggi ci stiamo chiusi dentro per ore al giorno. Le email hanno accelerato moltissimo le comunicazioni cartacee, ma oggi ci costringono a un continuo monitoraggio e lavoro … Il tempo che si libera ci fa entrare dentro una nuova dimensione, dove bisogna perpetuamente ricominciare a cercare tempo