
Nei giorni scorsi ho ricevuto una richiesta da parte di un think tank politico per la stesura di un articolo dedicato allo scenario “venezuelano” che Donald Trump sembra intenzionato ad avviare nei confronti dell’Iran.
Di seguito propongo l’abstract di questo contributo.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto lo scenario di un possibile regime change in Iran concepito non come una frattura rivoluzionaria, ma come una caduta controllata del sistema.
L’ipotesi dominante a Washington è quella di una decapitazione selettiva del vertice politico, ideologico del regime Islamico, accompagnata dalla conservazione dell’apparato statale, amministrativo e militare, al fine di evitare il collasso dell’ordine interno.
Tuttavia, l’esperienza comparata insegna che una transizione priva di una chiara architettura di potere rischia di produrre l’effetto opposto: dalla caduta controllata al collasso, il passo può essere breve.
Ed è proprio in questo spazio grigio che l’Iran potrebbe scivolare verso una dinamica simile a quella venezuelana.
Se lo scenario auspicato da Donald Trump, fondato sulla stabilizzazione e su una transizione a basso costo, rapida e possibilmente incruenta, dovesse entrare nella fase esecutiva, è probabile che i nomi e i volti circolati finora nei media e sui social network siano, paradossalmente, quelli con minori possibilità di sopravvivenza politica all’interno di questa roadmap.
Tali figure diventerebbero immediatamente bersaglio di una campagna di delegittimazione condotta da un’opposizione agguerrita, una pressione che potrebbe infine costringere Washington a riconsiderare tattiche e strategie nel perseguimento del cambio di regime e dei propri obiettivi geopolitici.
In questo contesto, al di là dell’ipotesi di una decapitazione selettiva del vertice del sistema per salvaguardarne la struttura residua, l’unica opzione realistica per evitare il collasso dello Stato e il caos generalizzato sembra essere la creazione di un Consiglio di transizione a guida militare.
Un organismo composto prevalentemente da ufficiali di medio rango dell’esercito nazionale, da costituirsi dopo un’integrazione strutturale dei Pasdaran nelle forze armate regolari.
Un simile processo, oltre a favorire una sorta di “normalizzazione istituzionale” dei Pasdaran, potrebbe attenuare il peso della loro designazione come organizzazione terroristica e ridurne i costi politici sul piano internazionale.
Accanto alla componente militare, risulterebbe essenziale la presenza di alcune figure politiche indipendenti o di ex prigionieri politici, percepiti come espressione della società civile e privi di qualsiasi coinvolgimento, diretto o indiretto, nella repressione e nella violenza degli ultimi anni.
Personalità considerate, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, “pulite”, in grado di incarnare un minimo di fiducia sociale in una fase estremamente fragile.
L’autorità coercitiva del Consiglio costituirebbe la condizione stessa della sua sopravvivenza: un’autorità sufficiente a impedire che il Paese scivoli nel disordine, nelle vendette incrociate e nei regolamenti di conti di piazza. In tale quadro, uno dei membri civili potrebbe essere designato esclusivamente come portavoce e interlocutore politico verso la popolazione e la comunità internazionale, senza assumere il ruolo di leader dominante o figura carismatica.
Parallelamente, il Consiglio dovrebbe impegnarsi in modo esplicito e in tempi brevissimi a un percorso di legittimazione democratica: elezioni anticipate, la convocazione di un’assemblea costituente o un referendum nazionale.
Un impegno chiaro, vincolante e scandito da una tempistica precisa, non soggetta a interpretazioni arbitrarie.
In assenza di tali garanzie, la persistenza e l’intensificarsi dell’onda della piazza fondata sulla logica dell’esclusione, della delegittimazione e dell’occupazione totale dello spazio politico, rischiano di riprodurre uno scenario non dissimile da quello del 1979: una dinamica capace non solo di distruggere l’ordine della transizione, ma di compromettere irreversibilmente l’intero progetto fin dalle sue fondamenta.

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Prima servirebbe un intervento diretto esterno per rovesciare il regime, perché al momento le guardie rivoluzionarie e la maggior parte dell’esercito sembrano ancora intenzionate a proteggere e sostenere l’ayatollah e la sua stretta cerchia del potere.