


Dalla svolta del Pci dopo il venir meno dell’appoggio sovietico a Israele fino agli anni Settanta e Ottanta, il rapporto della sinistra italiana con lo Stato ebraico si è caricato di ambiguità, automatismi ideologici e linguaggi che, spesso, hanno finito per confondere antisionismo e antichi riflessi antisemiti.
Il presente, cioè l’ostilità della sinistra italiana verso Israele, ha un cuore antico. Lo dimostra un aureo volume di Alessandra Tarquini, che oggi merita di essere letto e riletto (La sinistra italiana e gli ebrei, il Mulino, 2020).
Cominciamo col ricordare che nel 1970 un esponente del Pci, Luciano Ascoli, pubblicò un piccolo pamphlet in cui affrontava temi che in Europa e in America avevano già trovato accoglienza: l’identità dello Stato di Israele, i rapporti fra l’antisionismo e l’antisemitismo, la riflessione sul testo di Marx del 1844 Sulla questione ebraica (Sinistra e questione ebraica, La Nuova Italia).
Nelle sue pagine, Ascoli sosteneva che la nascita dello Stato d’Israele non era riconducibile all’antisemitismo degli anni Trenta. Nato a fine Ottocento dai nuclei di coloni che avevano raggiunto la Palestina, il sionismo non derivava soltanto da una reazione alle persecuzioni che avevano segnato la vita degli ebrei dalla fine del XIX secolo fino al 1948.
Si trattava di un movimento politico prodotto da una spinta nazionale che aveva permesso agli ebrei di diventare uno Stato e di interrompere un’antica tradizione.
Secondo Ascoli, fra l’altro, l’idea che Israele esistesse per rispondere all’odio antiebraico degli anni Trenta e alla Shoah lasciava intendere che, quando fosse venuta meno l’ondata di antisemitismo, anche il nuovo Stato non avrebbe avuto motivo di esistere e ogni israeliano sarebbe potuto “ridiventare un normale ebreo”, nel momento in cui si fosse smesso di perseguitarlo.
Per queste ragioni Ascoli criticò duramente quanto sostenuto pochi anni prima dallo storico marxista francese Maxime Rodinson.
Nel 1968 Rodinson aveva pubblicato Israël et le refus arabe, che fu tradotto in diverse lingue contribuendo a stimolare l’impegno politico di un’intera generazione in favore della causa palestinese.
Rodinson accusava gli israeliani di aver dato vita a un movimento colonialista, che aveva basi etnico-religiose e “settarismo”, e che aveva cercato il sostegno delle potenze internazionali per perseguire una politica di guerra nel cuore del Medio Oriente.
Contro questa interpretazione, Ascoli obiettò che il sionismo non era una forma di colonialismo, perché colonizzare un paese significava sfruttarne le risorse, drenando profitti verso la madrepatria.
Il libro scatenò un dibattito vivace all’interno del Pci e venne recensito duramente da Luca Pavolini, il direttore di Rinascita, che scrisse: “La posizione duramente critica verso la linea espansionistica e annessionistica dei governanti dello Stato di Israele non è una scelta ideologica ma politica”.
Come sottolinea Tarquini, si trattava di posizioni interne al mondo comunista, ma inconciliabili.
Da questo punto di vista, l’antologia curata da Massimo Massara nel 1972, Il marxismo e la questione ebraica, fu decisamente più rappresentativa della cultura politica del Pci a inizio anni Settanta.
Pubblicato dalle edizioni del Calendario, un editore vicino al partito, il volume raccoglieva testi del pensiero marxista per mostrare la condanna del sionismo e l’impossibilità per i comunisti di essere antisemiti.
Nell’introduzione, Massara definisce il sionismo un’ideologia imperialista che predicava l’unione di tutti gli ebrei in quanto tali, indipendentemente dalla loro collocazione di classe, e nota che nessuno come i comunisti avrebbe potuto combattere l’antisemitismo, dato che “il socialismo scientifico, il marxismo, è la concezione del mondo e della vita di coloro che si battono per la liberazione dell’uomo”.
Coerentemente con queste premesse, presentate come se fossero sufficienti a mostrare l’assenza di pratiche antisemite nella cultura e nella politica di sinistra, Massara sosteneva che i sionisti cercavano di far accettare al movimento operaio un’ideologia borghese, reazionaria e nazionalista e di tenere in vita l’antisemitismo.
Ora, se è vero che tutta la sinistra italiana, allo scoppiare della prima guerra arabo-israeliana, era stata compatta nel sostenere Israele, già alla fine degli anni Quaranta, con il venir meno dell’appoggio dell’Urss al neostato, cambiò posizione.
Durante la guerra di Suez del 1956, ad esempio, socialisti e comunisti avevano maturato un’avversione nei confronti della politica di Israele, sostenuto a quel punto dal solo partito socialdemocratico e dai repubblicani.
Certamente la guerra dei Sei giorni esasperò i termini della questione.
Come hanno rilevato diversi storici, dal 1967 cambiò una percezione dell’opinione pubblica internazionale: per la prima volta, da piccolo paese in guerra per difendere la propria esistenza, agli occhi di molti Israele si trasformò in uno Stato aggressore nel cuore del Mediterraneo.
Nel 1967, a sostenere le ragioni dello Stato ebraico nella sinistra italiana vi erano il partito socialdemocratico, il partito repubblicano, dal 1948 suoi tenaci sostenitori, e il partito socialista di Nenni, che dall’inizio degli anni Sessanta aveva mutato il proprio atteggiamento abbandonando l’antisionismo degli anni Cinquanta.
Il partito comunista era, invece, su una posizione di dura critica che non avrebbe abbandonato per molto tempo.
Alla metà degli anni Ottanta, invece, il Psi guidato da Bettino Craxi aveva assunto una posizione di chiaro sostegno alla causa palestinese, mitigando notevolmente la vicinanza a Israele espressa dalla segreteria di Pietro Nenni, mentre il Pci di Achille Occhetto aveva iniziato a smussare il proprio tradizionale filoarabismo (chi scrive, come membro del suo staff, ne è stato un testimone diretto).
Due storici, in particolare, hanno ricostruito la reazione dell’opinione pubblica di fronte alla guerra del Libano e all’attentato alla Sinagoga di Roma dell’ottobre del 1982, considerandolo un evento rivelatore di importanti tendenze della storia della questione arabo-israeliana (Guri Schwarz e Arturo Marzano, Attentato alla sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982. Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia, Viella).
Confermando un giudizio presente in alcune ricerche precedenti, hanno mostrato come dal 1967 la politica italiana si sia gradualmente spostata verso la causa palestinese, condividendo, nella maggioranza dei casi, le posizioni che fino a quel momento erano state del Pci.
A sostegno di questa interpretazione, Marzano e Schwarz non limitano l’analisi alla stampa di partito, ma la estendono all’editoria, dai fumetti ai pamphlet dei gruppi studenteschi, ragionando quindi sugli stereotipi, sui modi di rappresentare Israele o di presentare i palestinesi, descritti come un simbolo della lotta antimperialista e accomunati ai Vietcong, quando non ai partigiani antifascisti del 1943.
A questo proposito ricordano che “il movimento studentesco aveva chiara convinzione che esistesse un legame unico tra le forze che nei vari contesti sostenevano l’imperialismo americano”.
In effetti, la difesa della causa palestinese non rimase confinata a un problema di politica internazionale: per tutti gli anni Settanta, e poi in modo evidente dopo l’invasione del Libano, molti protagonisti del dibattito pubblico, e moltissimi esponenti della sinistra extraparlamentare, diffusero un’immagine che avrebbe avuto ampio successo: quella degli israeliani come nuovi nazisti.
Da Servire il popolo a Lotta continua, per arrivare ad alcune firme della stampa vicina al Pci, intellettuali e politici sostennero che gli ebrei imponevano ai palestinesi le sofferenze subite durante il regime nazista.
Non stupisce, dunque, che il clima politico alla vigilia dell’attentato alla sinagoga di Roma del 1982 fosse ostile nei confronti dello Stato ebraico.
Schwarz e Marzano, inoltre, osservano che, sebbene antisemitismo e antisionismo siano realtà profondamente diverse, i critici di Israele assunsero toni e utilizzarono linguaggi di antica matrice antisemita, tanto da rendere difficile una vera e propria distinzione fra i due livelli del discorso.
Mi fermo qui. Perché da qui storia del passato e cronaca del presente diventano quasi indistinguibili.
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