

Bonhoeffer non separa la fede dalla storia: davanti al male politico, la responsabilità cristiana non può rifugiarsi nell’astrazione dei principi. Il saggio di Alfonso Lanzieri mostra perché, talvolta, rischiare il bene significa assumersi anche il peso tragico della colpa.
Quando tra il 9 e il 10 novembre del 1938, in quella che poi passò alla storia come la notte dei cristalli, si scatenò in Germania la furia antisemita, in un primo momento Dietrich Bonhoeffer scivolò in un inesorabile silenzio. Si trattava però di un silenzio assai diverso da quello ben più rumoroso della stessa Chiesa confessante, che pur essendo sorta all’interno di quella evangelica proprio con l’intento di opporsi al nazionalsocialismo, non pronunciò nell’occasione parole di condanna o protesta.
Qualche tempo dopo, Bonhoeffer però annoterà nella sua Etica il seguente commento per certi versi profetico: «Una cacciata degli ebrei dall’Occidente comporterà inevitabilmente l’espulsione di Cristo, poiché Gesù Cristo era ebreo».
In quel periodo, di fronte a quanto stava succedendo, in Bonhoeffer trovò conferma l’idea che ognuno fosse, in ogni circostanza storica, chiamato ad assumersi le proprie responsabilità, ma anche che il fondamento della responsabilità non dovesse essere cercato nell’adesione più o meno formale o letterale a un principio astratto, ma in scelte concrete che fossero in grado di orientare la propria esistenza verso ideali capaci di conferirle un senso moralmente integro e coerente.
Come ricorda Alfonso Lanzieri nel suo ultimo saggio (Rischiare il bene. La responsabilità in Dietrich Bonhoeffer, Castelvecchi editore, Roma 2026), Bonhoeffer si trovava allora in una situazione soffocante: «La guerra incombeva, e con essa il rischio imminente della chiamata alle armi. Combattere sotto la bandiera di Hitler era per lui impensabile, ma le vie di fuga sembravano chiudersi una dopo l’altra. In quel clima di incertezza, si presenta la possibilità di poter tornare a lavorare presso un’università statunitense. All’inizio esita, combattuto tra il desiderio di restare vicino alla propria Chiesa e la consapevolezza che la distanza poteva offrirgli un margine di libertà. Alla fine accetta: attraversare l’oceano significava sottrarsi alla macchina bellica del Reich e guadagnare tempo per riflettere e pianificare. Parte nell’estate del 1939. La permanenza oltreoceano, però, dura pochissimo. L’idea che si faceva sempre più chiara in lui era che il suo posto fosse in Germania, accanto al suo popolo».
Anche Simone Weil avrebbe condiviso un destino simile pochi anni dopo, per l’esattezza dal maggio al novembre del 1942: partita alla volta dell’America per ricongiungersi alla famiglia e al fratello, il noto matematico André Weil, dopo sei mesi decise di tornare per poter condividere il destino del suo Paese e poter prendere parte alla Resistenza, arrivando a chiedere di essere paracadutata come infermiera vicino alla linea del fronte.
Anche lei comprese ben presto di aver commesso un errore andando in America e avvertì l’imperativa esigenza di condividere con i suoi concittadini quel momento drammatico.
Bonhoeffer non dovette provare uno stato d’animo molto diverso quando annotò le frasi seguenti: «Devo attraversare questo difficile periodo della nostra storia nazionale con il popolo cristiano di Germania. Non avrò il diritto di partecipare alla ricostruzione della vita cristiana in Germania dopo la guerra se non parteciperò alle prove attuali con i miei concittadini».
Così, la sera del 7 luglio 1939, s’imbarcò di nuovo per tornare in Europa e, quando giunse in Germania, si rese subito conto che non poteva limitarsi a un’opposizione puramente teorica: l’esigenza di assumere in prima persona un ruolo attivo diventava infatti sempre più pressante, fino a coinvolgere l’essenza del suo modo di essere cristiano, che implicava una piena assunzione di responsabilità rispetto alle circostanze della storia, un’assunzione di responsabilità purtroppo non condivisa con altrettanta evidenza e intensità dalla sua Chiesa.
A questo riguardo, ancora nell’Etica possiamo leggere queste considerazioni significative: «La Chiesa confessa d’aver assistito all’uso arbitrario della forza brutale, alle sofferenze fisiche e spirituali di innumerevoli innocenti, all’oppressione, all’odio, all’assassinio senza elevare la propria voce in loro favore, senza aver trovato vie per correre in loro aiuto. Essa si è resa colpevole della vita dei fratelli più deboli e indifesi di Gesù Cristo», ed è «rimasta muta quando invece avrebbe dovuto gridare, perché il sangue degli innocenti gridava al cielo».
Da un punto di vista cristiano, ci si può in effetti rendere colpevoli ogni volta che non si difende chi subisce violenza o ingiustizia, ogni volta che non ci si batte per eliminare o alleviare il dolore, anche quando la difesa dei deboli e degli offesi comporta l’uso di una circoscritta violenza, che rimane però da evitare sempre negli altri casi, ovvero quando non è necessaria per impedire nuove e maggiori sofferenze.
Come spiega molto bene Lanzieri, nell’Etica «Bonhoeffer riflette sul concetto di responsabilità come disponibilità a “portare la colpa” di azioni che, in condizioni normali, sarebbero condannabili, ma che in una situazione estrema diventano doverose. L’uccisione del tiranno, l’inganno, il tradimento: azioni contrarie al diritto e alla morale ordinaria che, in presenza di un potere criminale, possono trasformarsi in obblighi di coscienza».
Il pacifismo si rivela invece inadeguato a interpretare simili istanze morali: «Un’astratta declamazione dei principi pacifisti, per quanto nobili ed elevati, non avrebbe modificato in nulla il destino delle vittime della barbarie nazista».
I pacifisti non sembrano spesso in grado di scorgere le contraddizioni tra l’amore cristiano e il peccato che attraversa la natura umana. Alcuni di loro, pur professandosi cristiani, si limitano a esortare gli uomini ad amarsi gli uni con gli altri ed evitano di spiegare come pensano di rispondere al male quando sarebbe possibile evitarlo o sconfiggerlo, ma assumendosi delle responsabilità che rischierebbero d’intaccare la purezza delle loro convinzioni morali.
Non a caso «tra gli interlocutori intellettuali di Bonhoeffer figura certamente anche Max Weber, che il teologo ben conosceva». Come Lanzieri ricorda, «era stato proprio Weber a mettere in dubbio la possibilità che il cristianesimo fosse capace di un’etica della responsabilità in grado di farsi carico della realtà sociale e politica, con tutte le sue contraddizioni».
La domanda cruciale che Weber aveva posto nella celebre conferenza La politica come professione investiva infatti il rapporto tra le norme etiche e le loro conseguenze politiche. La sua nota distinzione tra “etica della convinzione” ed “etica della responsabilità” verteva anche su questo, individuando una contraddizione latente tra l’etica assoluta del Vangelo, quale è racchiusa per esempio nel Discorso della Montagna, e le sue implicazioni quando entrano in gioco gli altri, quando cioè subentra una dimensione, appunto, politica.
Per esempio, il precetto evangelico legato alla parabola del giovane ricco, che era stato invitato a dare via tutto quanto possedeva, sembra incondizionato e univoco, ma dal punto di vista della sua interpretazione politica non lo è. L’uomo politico potrebbe infatti obiettare che si tratta di una pretesa insensata dal punto di vista economico e sociale, perché in questo modo verrebbero meno le risorse da destinare alla produzione di nuova ricchezza, e quindi anche la possibilità di distribuirla in futuro.
Una cosa analoga accade con l’altro famoso precetto contenuto nel Discorso della Montagna, ovvero quello di non opporre resistenza al male e di porgere l’altra guancia. Se questi precetti rivelano l’essenza del Cristianesimo in una prospettiva individuale, come già Lev Tolstoj aveva a suo tempo evidenziato, un discorso diverso deve essere fatto quando vengono proposti in una dimensione sociale e politica.
In termini più concreti, potremmo dire che, finché sono io a subire il danno, a subire violenza, seguire un’etica della convinzione cristiana porgendo l’altra guancia e non opponendo resistenza al male può essere la testimonianza migliore dell’integrità della mia fede; ma il discorso diventa molto diverso quando sono in gioco gli altri e le violenze da loro subite.
Se vedo una persona presa a calci e pugni per strada da un gruppo di energumeni e invoco il principio cristiano della non resistenza al male invece d’intervenire in suo aiuto, pur essendo in condizione di farlo in maniera efficace, non mi comporto in modo cristiano, ma come qualcuno che si prende vigliaccamente gioco dell’etica cristiana.
Se vivere seguendo l’esempio di Cristo dovrebbe essere lo scopo di ogni cristiano, suggerire a qualcun altro di farlo mentre è oggetto di violenze che potrebbero essere evitate anche grazie al proprio intervento diventa invece complicità con l’aggressore. In questo caso, cioè quando a fare le spese di questa nostra decisione sono altri, e non noi stessi, l’evangelico “non resistere al male con la violenza” conduce all’opposto, e cioè ad assecondare il male.
La weberiana etica della responsabilità prescrive infatti di considerare «le conseguenze prevedibili dell’agire e ammette l’uso di mezzi discutibili per fini buoni», mentre l’etica della convinzione, o dei principi, può risultare, nonostante il suo apparente rigore, evasiva e compromissoria.
Si può allora comprendere perché l’adozione della prima rappresentasse «per Bonhoeffer una sfida intellettuale e anche esistenziale»: egli si sentiva impegnato in una lotta senza quartiere contro il male della storia.
Si tratta a ben vedere dello stesso male che anche la Chiesa cattolica si è talora rifiutata di affrontare e che ancora oggi stenta a volte a riconoscere, come per esempio quando imputa alle armi e alla loro produzione l’origine delle guerre piuttosto che a coloro che le hanno decise e provocate. Ma non tutte le guerre sono uguali, e non lo sono tutte le armi: quella del carabiniere non è la stessa che stringe un assassino, perché non viene utilizzata con le stesse intenzioni, con gli stessi fini e le stesse conseguenze.
Quando le nostre scelte e azioni hanno conseguenze sulla vita degli altri, cioè quando ne hanno sul piano etico e politico, bisogna assumersi delle responsabilità. Tuttavia, tra la radicalità evangelica del Discorso della Montagna e la weberiana etica della responsabilità c’è per Bonhoeffer un mediatore: il rischio radicale rappresentato dall’incarnazione di Cristo.
Come scrive lo stesso Bonhoeffer, «in virtù dell’assunzione della carne del mondo da parte di Dio, il cristiano si scopre chiamato a una responsabilità pienamente mondana, che si manifesta non soltanto nella sfera della vita privata o comunitaria, ma anche nell’ambito pubblico e politico. La fede non sottrae il credente alla storia, né lo esime dall’affrontare le strutture di potere che la sorreggono; al contrario, l’incarnazione costituisce il criterio fondamentale di unità, in quanto rivela che Dio ha amato il mondo nella concretezza della carne e non lo ha respinto, né abbandonato alla propria corruzione».
Il cristiano dovrebbe infatti impegnarsi a difendere i valori politici che sono più coerenti con l’etica cristiana, e questi sono quelli democratici, che rientrano in ciò che Bonhoeffer chiama “cose penultime”.
Senza mai perdere di vista che l’obiettivo finale rimane sempre quello di perseguire le “cose ultime”, ovvero quelle che riguardano più eminentemente la vita dello spirito e la grazia, ogni volta che si cerca di limitare l’arbitrio del più forte e di promuovere l’uguaglianza e la libertà di tutti i cittadini si può contribuire alla realizzazione delle “cose penultime” senza smarrire la strada che conduce al bene più alto, perché solo avendo il coraggio di scegliere tra le alternative concrete che la storia ci mette in ogni epoca di fronte si possono perseguire entrambi questi obiettivi ed evitare di scivolare tanto nel qualunquismo quanto nel cinismo etico.
La distinzione tra le cose ultime e le penultime, che hanno la funzione di preparare il terreno più propizio al loro avvento, può dunque essere considerata per Lanzieri come il principio ermeneutico che sovrintende all’intera etica bonhoefferiana: «Esso impedisce tanto la fuga ascetica dal mondo quanto la riduzione secolaristica della fede, fondando una concezione nella quale si possono prendere sul serio sia l’ordine creato sia l’assolutezza della grazia. La sintesi è nel Cristo incarnato, crocifisso e risorto».
Scopo dell’etica cristiana non è il conseguimento d’una perfezione morale destinata a rivelarsi astratta e confusa di fronte alle scelte che la storia impone: «Per Bonhoeffer, al contrario, la realtà va assunta nella sua interezza, perché essa è il luogo teologico ed etico in cui Dio si rivela e chiama l’uomo a rispondere».
In questo senso dovrebbe essere anche interpretato il suo impegno nella Resistenza, e anche «la scelta drammatica di partecipare alla cospirazione contro Hitler, fino al martirio finale nel 1945». Rispondere al reale assume infatti la perentorietà dell’imperativo di confrontarsi concretamente con il proprio tempo e le scelte ineludibili cui costringe chiunque.
In un mondo attraversato da guerre che coinvolgono sempre di più i civili, e in cui alle vicende militari si sovrappongono incessantemente i loro echi mediatici, persino l’esortazione alla pace rischia di ridursi a uno slogan astratto.
Bonhoeffer ci aiuta a comprendere distintamente questo pericolo, e se il pensiero del teologo di Breslavia è ancora oggi attuale, come Lanzieri pone bene in evidenza, è perché «la responsabilità autentica non si rifugia nell’inazione, ma assume la storia con discernimento e la libertà del giudizio con coraggio, cercando la via del bene, consapevole però che talvolta ciò può essere a caro prezzo».
Solo in questo modo si potrà conseguire e preservare quell’integrità morale che è necessaria per superare le dicotomie e le contraddizioni della realtà e della storia, perché non c’è esercizio possibile della libertà senza responsabilità, e non può esserci responsabilità senza libertà.
In una prospettiva cristiana, entrambe possono inverarsi reciprocamente solo «partecipando al movimento di Dio che in Cristo ha assunto il mondo per redimerlo dall’interno. Là dove l’uomo risponde, la libertà si fa storia e la responsabilità diventa redenzione, dal momento che solo chi accetta il mondo può trasformarlo».
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Infatti, e non era certo tipo da evitare di assumersi responsabilità 😉
Basta ricordare che il Gesù che predicava di porgere l\’altra guancia era lo stesso che rovesciava i banchi dei mercanti nel tempio.
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