


Le Considerazioni finali di Fabio Panetta fotografano un’Italia meno fragile di quanto spesso si dica, ma ancora prigioniera di nodi antichi: produttività ferma, salari compressi, demografia in caduta, energia cara e innovazione troppo lenta. Il problema non è trovare un nemico: è saper leggere i numeri.
Il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta apre le tradizionali Considerazioni finali con un’immagine da bollettino di guerra economica. Lo stretto di Hormuz è bloccato e attraverso quello specchio d’acqua transita un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto. Eppure il 2025 era partito bene: PIL mondiale al +3,4%, commercio globale al +5%. Poi è arrivato lo shock.
Il FMI stima ora una crescita globale al 3,1% e un’inflazione al 4,4% nel 2026. In uno scenario di conflitto prolungato, l’area euro perderebbe un punto di crescita nel biennio 2026-27 e l’inflazione potrebbe superare il 6%. A riprova, se ve ne fosse bisogno, che la sicurezza energetica ha assai poco a che spartire con l’ideologia e parecchio, invece, con la pura aritmetica.
Sul protagonista negativo delle recenti cronache economiche, il protezionismo, le parole del Governatore sono chirurgiche e inappellabili. Il deficit commerciale statunitense è rimasto invariato in rapporto al PIL e il 90% dell’onere tariffario è ricaduto su consumatori e imprese americane.
Lungi dal correggere gli squilibri, i dazi hanno complicato i percorsi produttivi. I dazi non rettificano i deficit commerciali, ma redistribuiscono il costo verso chi compra. È una logica chiara da sempre nei libri di economia, ed è la stessa, fra l’altro, che sconsiglia rappresaglie muscolari verso chi impone dazi.
Negli Usa questa logica sta migrando dai sacri testi agli scaffali del supermercato e chissà che da lì non arrivi alle urne di midterm.
Nel frattempo l’area euro è cresciuta dell’1,4% (1% al netto del peculiare trattamento statistico applicato dagli irlandesi alle multinazionali), ma il mercato unico rimane incompleto nei comparti più strategici: finanza, energia, telecomunicazioni. Su tutto, manca un mercato unico dei capitali.
E poi c’è l’Italia. Dal 2019 il PIL è cresciuto di oltre il 6%, la posizione netta sull’estero si è capovolta in creditrice per il 15% del PIL, il PNRR ha immesso oltre 100 miliardi nel sistema. Eppure nel 2025 il PIL cresce solo dello 0,5%, sotto la media della zona euro.
Perché tutte queste risorse hanno partorito un imbarazzante topolino in termini di crescita? La risposta di Panetta passa da un solo termine: produttività.
Dal 2000, il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto del 6%, laddove tra gli altri paesi dell’Eurozona chi ha fatto peggio si è attestato al 13%, mentre i più virtuosi hanno fatto registrare incrementi fino al 34%.
Il risultato diretto è il blocco dei salari reali: fermi dal 2000, mentre nei principali partner europei sono cresciuti in misura significativa. Dal 2019 i prezzi al consumo sono cresciuti del 20% e le retribuzioni nominali del 12%: otto punti di perdita reale, ridotti a circa tre dagli sgravi fiscali.
Tra il 2020 e il 2024 oltre 100.000 giovani laureati hanno lasciato il Paese: non è una statistica tra le altre, è il segnale che chi può permettersi di scegliere ha scelto.
Panetta individua l’intelligenza artificiale come leva centrale, ma i numeri che usa sono quasi imbarazzanti per un Paese che si considera avanzato. Solo il 30% delle aziende italiane usa l’IA, appena il 5% in modo intensivo.
Seconda in Europa per pubblicazioni scientifiche sull’IA, l’Italia, che si innamora di ogni intervento regolatorio e di ogni vibrante messa in guardia contro i rischi dell’IA stessa, è fanalino di coda nell’adozione industriale, correndo il rischio concreto di replicare il ritardo degli anni Novanta sulle tecnologie ICT.
Il potenziale stimato è tra +0,2 e oltre 1 punto di produttività all’anno: nello scenario ottimistico potrebbe compensare il calo demografico.
Proprio la demografia è la sfida più silenziosa, quella senza un colpevole facile da indicare, e dunque la più comoda da ignorare. Entro il 2050 l’Italia conterà oltre 7 milioni di persone in meno in età lavorativa.
Nel 2024 i nuovi nati sono scesi a 370.000, il minimo dal dopoguerra, corrispondenti a un tasso di fecondità pari a 1,18. L’Istat stima una riduzione della forza lavoro di oltre 3 milioni. Con meno lavoratori, ogni lavoratore dovrà produrre di più.
L’occupazione femminile è parte della risposta: nei paesi con maggiore partecipazione delle donne la natalità è spesso più alta, non più bassa. La Francia ha una partecipazione femminile al lavoro superiore di 13 punti rispetto all’Italia e una fecondità più elevata. Le due cose si tengono insieme con servizi, asili, congedi, stabilità lavorativa.
Senza persone formate adeguatamente, osserva inoltre Panetta, «anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati». Un sistema poco innovativo crea conseguentemente una domanda limitata di lavoro qualificato e il circolo vizioso si chiude con incentivi a istruirsi più bassi.
Sul fronte energetico le bollette restano sopra la media europea. Le rinnovabili sono salite dal 35% al 41% dei consumi elettrici nel 2025, ma il passo è più lento rispetto ai principali partner europei.
Venendo alla materia che più lo coinvolge direttamente, Panetta descrive un sistema bancario solido, ma in cui un quinto degli impieghi è coperto da garanzie statali, il triplo rispetto agli altri paesi europei, il che distorce la selezione a favore degli operatori economici così protetti.
C’è poi il capitolo relativo al debito pubblico, vincolo che condiziona tutto: con debito elevato si ha meno margine per scuola, ricerca, infrastrutture, sanità. Sostenibilità dei conti e sviluppo si tengono insieme, perché la fiducia nella solidità finanziaria favorisce gli investimenti e più crescita rende meno gravoso il consolidamento.
Panetta chiude con Luigi Einaudi. Nella Relazione annuale del 1946, il futuro Presidente della Repubblica auspicava una cooperazione fondata sulla «stretta dipendenza del benessere di tutti dal benessere di ciascuno».
Ottant’anni dopo, quelle parole non hanno il pregio della retorica, ma la concretezza dell’interesse individuale e collettivo. Einaudi aveva ragione sulla scorta non di astratti ideali, ma di una pragmatica analisi economica.
L’Italia ritratta da Panetta, in conclusione, ha conti in ordine, banche solide, risparmio privato abbondante, tradizione scientifica di pregio. Ma ha pure produttività immobile, bollette fuori scala, garanzie che distorcono il credito e una generazione di laureati che vota con i piedi.
Le risorse per il rilancio esistono, ma rimangono bloccate finché si coltivano alcune perniciose illusioni. Finché si pensa che la crescita possa essere svincolata dall’aumento di produttività, finché ci si illude che i salari possano lievitare senza investimenti, che il welfare possa essere difeso sic et simpliciter senza fare i conti con la demografia e che si possa innovare senza favorire il capitale di rischio.
In un contesto in cui va di moda l’indicazione di un nemico cui imputare le nostre difficoltà (per Meloni, Salvini e Confindustria è l’Europa, per le opposizioni è sempre e solo Meloni), Panetta si è meritoriamente sottratto al trend dilagante.
Con le sue Conclusioni ci ha piuttosto posti tutti davanti a uno specchio. E ha osservato che «siamo ancora in una fase iniziale. Vi è tempo». Ci verrebbe solo da aggiungere che il tempo, in certe situazioni, è una risorsa né illimitata né gratuita.
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Panetta quando parlava dell’AI e delle sue potenzialità aveva sicuramente un corno rosso in tasca, troppa la consapevolezza del male antico dell’Italia: trovare la via facile, impegnarsi il minimo possibile.
Il confronto della AI con l’ICT è valido solo in parte. E’ vero, l’ICT fu una rivoluzione, nel senso che per anni fu un delirio di sviluppi inhouse, solo l’emergere di soluzioni di mercato mise fine allo spreco di energie e tempo. Una per tutte, il dominio di una soluzione come SAP dotò le aziende di standard di processo e di contabilizzazione, impose alla filiera a valle di adaguarsi su quegli standard, creò classi di manager omogenei.
L’opportunità rappresentata dalla AI personalmente la vedo più associata al Sistema Qualità (SQ), quell’Iso9000 che venuto da oltreoceano, come sempre accade nelle mode delle big della consulenza, determinò un nuovo modo di gestire i processi aziendali, a patto di interpretare il ruolo dettato sino in fondo. Le imprese italiane, in massima parte tutte, grandi medie piccole micro, hanno vissuto il SQ come il bollino da acquisire per mantenersi allì’interno di filiere di mercato, riducendolo a questione burocratica, uniformandosi, per evitare di non esserre ammesse al mercato, non certo quello italiano. Poco o nulla si fece secondo i criteri del PDCA.
Ecco, oggi la AI corre il rischio di essere un fattore di puro bollino da esibire, perché non avere la AI è come dichiararsi fuori dall’innovazione. Oggi il tema si ripresenta con una aggravante, l’avere il 95% delle imprese micro, per questo l’Europa suggerisce una maggiore dimensionalità, come se bastasse dirlo, ma forse anche la VDL aveva il corno rosso in tasca.
definitivo. ma non credo che i cinquantenni che vedo a spasso con il cane alle 11 del mattino di mercoledì, o i quarantenni in bicicletta che pedalano su 7-10 mila euro di attrezzature lungo la nazionale si faranno troppi scrupoli delle considerazioni di Panetta, nè che i politici diano un taglio a questo andazzo: l’andazzo di borghesi benestanti figli e nipoti di gente laboriosa che aveva accumulato patrimoni negli anni ’60 e 70? del secolo scorso e che oggi li spendono senza produrre alcunchè. si chiamano “rendite di posizione” , che io definisco come le definiva Monti nel 2011.
Chi ha ereditato fortune di imprenditori passati credo non abbia colpe e obblighi verso nessuno. Se uno non è in grado di mandare avanti un’attività o di investire meglio i propri soldi, non si può per questo condannare.
Semmai uno dei problemi italiani è che faticano ad emergere volti e imprese nuove innovative, dove l’ambiente normativo, giudiziario e politico non incentivano e aiutano molto a risolvere la questione.