


La fotografia di Tom Fletcher piegato davanti al ministro degli Esteri iraniano e il ritiro di Michelle Bachelet dalla corsa alla guida dell’ONU pongono una questione comune: la credibilità delle Nazioni Unite nel rapporto con i regimi autoritari. Trattare con quei governi è spesso necessario. Ma la diplomazia deve rendere conto anche alle vittime, non soltanto agli interlocutori.
Tom Fletcher sorride, stringe la mano di Abbas Araghchi e si piega in avanti. Il ministro degli Esteri iraniano resta diritto davanti a lui. È la fotografia di un incontro avvenuto a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 26 settembre. UN Watch ha rilanciato l’immagine denunciando quello che considera un inchino al rappresentante di un regime responsabile di una sanguinosa repressione. L’incontro è confermato anche dall’agenzia ufficiale iraniana IRNA.
Fletcher è il sottosegretario generale per gli Affari umanitari e coordina la risposta alle emergenze delle Nazioni Unite. La sua funzione comporta incontri con governi di ogni natura, compresi quelli che perseguitano i propri cittadini. Ottenere accesso umanitario può richiedere trattative difficili con interlocutori responsabili delle stesse sofferenze che si cerca di alleviare.
Certamente, una fotografia ferma un istante. Non basta, da sola, a stabilire l’intenzione di un gesto o a ricostruire la sequenza del saluto. Ma il suo significato pubblico esiste anche indipendentemente dalle intenzioni di chi vi compare. E liquidare la questione come una polemica sul galateo sarebbe una comoda evasione.
Proprio per questo conta il modo in cui quegli incontri vengono rappresentati. Il colloquio ha una funzione operativa; il saluto fotografato comunica anche una relazione. Le immagini circolano molto più delle spiegazioni diplomatiche e possono offrire a un governo repressivo una rappresentazione rassicurante della propria rispettabilità internazionale.
Il contesto iraniano lo conosciamo fin troppo bene. A gennaio Human Rights Watch denunciava uccisioni di massa di manifestanti, con migliaia di persone ritenute morte e restrizioni alle comunicazioni che impedivano di accertare l’intera dimensione della repressione.
La violenza non si è conclusa con le piazze svuotate. Il 10 settembre Human Rights Watch e l’Abdorrahman Boroumand Center hanno documentato almeno 29 esecuzioni, tra marzo e la fine di agosto, di persone arrestate in relazione alle proteste del dicembre 2025 e del gennaio 2026. Le organizzazioni denunciano processi gravemente iniqui e condanne capitali inflitte anche a giovani di diciotto e diciannove anni.
Araghchi rappresenta quel governo. Ricordarlo non significa attribuirgli personalmente ogni delitto del regime, ma riconoscere quale potere porta al tavolo diplomatico. La sua presenza non può essere separata dalla sorte di chi, in Iran, viene incarcerato o impiccato per aver contestato le autorità.
La fotografia ha dunque anche destinatari che non compaiono nell’inquadratura: il dissidente in carcere, la famiglia di un manifestante ucciso, il giovane in attesa dell’esecuzione. È anche davanti a loro che la diplomazia delle Nazioni Unite deve poter spiegare i propri gesti e dimostrare l’utilità delle proprie trattative.
La stessa esigenza di rendere conto attraversa, su un piano diverso, il caso Michelle Bachelet. Il 19 settembre l’ex presidente cilena ed ex Alta Commissaria per i diritti umani ha ritirato la candidatura alla guida dell’ONU. Il giorno prima, nella terza consultazione indicativa del Consiglio di sicurezza, aveva ottenuto un solo voto di incoraggiamento, undici contrari e tre espressioni di “nessuna opinione”.
UN Watch rivendica quel risultato come una vittoria della campagna condotta contro la sua candidatura, fondata sulle contestazioni al suo mandato di Alta Commissaria. Quanto la mobilitazione abbia inciso sui singoli governi non è dimostrabile attraverso una consultazione segreta. Il nodo sollevato dall’organizzazione resta però pertinente: la fermezza con cui la difesa dei diritti viene esercitata nei confronti dei diversi governi.
Il rapporto Blind Eye to Dictatorships, pubblicato da UN Watch nel 2022, esaminava una categoria precisa di interventi: le dichiarazioni critiche sui singoli paesi avviate discrezionalmente dall’Alto Commissariato. Non era un inventario completo della sua attività e riconosceva anche prese di posizione incisive contro diversi regimi. La sua accusa riguardava le disparità di attenzione e di fermezza, non un silenzio indistinto davanti a ogni dittatura.
La Cina offre l’esempio più significativo. Dopo la visita di Bachelet del maggio 2022, l’International Service for Human Rights denunciò l’insufficienza della sua diplomazia pubblica e l’assenza di passi concreti verso un monitoraggio indipendente. Criticò inoltre il fatto che avesse riferito le rassicurazioni di Pechino sullo smantellamento dei centri di internamento senza chiarire quali prove le fossero state fornite.
Il 31 agosto, alla conclusione del mandato, Bachelet pubblicò tuttavia il rapporto ONU sullo Xinjiang che indicava come le detenzioni arbitrarie e discriminatorie potessero configurare crimini internazionali, in particolare crimini contro l’umanità. Quel documento va riconosciuto. La critica riguarda la tempestività e l’efficacia dell’azione, e deve confrontarsi anche con ciò che fu effettivamente denunciato.
Fletcher e Bachelet hanno ricoperto funzioni diverse. Una fotografia e il bilancio di un mandato non sono prove equivalenti. Le due vicende permettono però di porre una domanda comune: come viene giudicato il rapporto con un regime autoritario? Dalla continuità del dialogo, dall’accesso ottenuto, dalle dichiarazioni pronunciate o dai risultati per chi subisce la repressione?
Il rischio è che mantenere aperto il rapporto con il governo diventi il risultato da esibire, mentre la condizione delle vittime resta sullo sfondo. A quel punto la prudenza diplomatica può trasformarsi in una risorsa per il potere con cui si tratta: gli offre interlocuzione, immagini di normalità e tempo.
Fletcher potrebbe avere una spiegazione ordinaria per quel gesto. Sarebbe utile conoscerla, insieme agli obiettivi dell’incontro e alle richieste avanzate alla delegazione iraniana. La risposta più convincente alla polemica sarebbe poter indicare ciò che il colloquio ha cercato di ottenere per le persone esposte alla violenza.
Quanto a Bachelet, il fallimento della candidatura non certifica una conversione del Consiglio di sicurezza alla coerenza sui diritti umani. Ricorda però che un curriculum internazionale deve poter essere sottoposto a esame, anche quando chi lo presenta invoca principi condivisibili.
Le Nazioni Unite devono trattare con il potere. La loro credibilità dipende dalla capacità di farlo mantenendo visibile la responsabilità verso chi quel potere lo subisce. È a queste persone che devono una spiegazione: dei silenzi, dei ritardi e anche degli inchini.
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Più ancora del corpo colpisce la posizione della testa, quasi orizzontale, a guardare il pavimento, da buon dhimmi cui è vietato guardare negli occhi un Credente. O, nel migliore dei casi, da suddito sottomesso.
L’Onu e i suoi rappresentanti, dovrebbe essere chiaro da tempo, non può esercitare troppa pressione nei confronti delle dittature, perché nella stessa struttura dei vari incarichi dell’organizzazione ne fanno parte anche i loro membri.
Inoltre se l’interesse è cercare (cercare, sapendo che non potresti fare niente per loro ma provi un modo per dare loro speranza) di tutelare le vittime di tale dittatura, un atteggiamento di cautela e di graduale avvicinamento tra le parti credo sia necessario e inevitabile.
La critica vera secondo me da portare avanti sta nell’atteggiamento ridicolmente ossequioso e riverente in pubblico di certi funzionari e personaggi come quello esposto nell’articolo, senza alcuna vergogna e dignità per se stessi, e le ingiustificate e non comprovate accuse di violazione dei diritti portate avanti nei confronti di certe democrazie; condanne sostenute magari proprio da quelle dittature e organizzazioni definite terroristiche prime a non rispettare i diritti sanciti dalla stessa Onu.