

Ne ha parlato il presidente Mattarella nel discorso di fine anno, menzionandone alcune tappe significative. Tra sei mesi la democrazia repubblicana celebrerà l’ottantesimo compleanno. Ma la sua nascita non fu una passeggiata. Al contrario, avvenne in un Paese profondamente diviso e turbato da una dozzina di morti.
Il 2 e 3 giugno 1946 gli italiani si mettono in fila davanti ai seggi. La scheda elettorale che si trovano tra le mani è semplice, con un titolo sintetico (“Referendum sulla forma istituzionale dello Stato”) e due simboli chiari.
Sulla sinistra, il profilo della penisola e, al centro, una testa di donna con una corona turrita ornata di foglie di lauro e di quercia: sopra, la parola “Repubblica”. Sulla destra, un profilo della penisola pressoché identico all’altro e, al centro, lo stemma sabaudo (lo scudo con la croce bianca): sopra, la parola “Monarchia”.
Quando le urne si chiudono, al neonato suffragio universale hanno partecipato quasi venticinque milioni di votanti (di cui tredici milioni donne), il 90 per cento degli aventi diritto.
Ma il conteggio è lento e fornisce risultati sensibilmente diversi da quelli attesi: anziché una travolgente vittoria repubblicana, una vittoria controversa e un Paese geograficamente spaccato in due: il Sud monarchico, il Centro-Nord repubblicano.
Per di più, i risultati arrivano al Viminale in ritardo. I più tempestivi sono quelli delle regioni meridionali, dove la guerra era finita da tempo ed era stato possibile ripristinare telegrafi e linee telefoniche.
I dati sono frammentari e ufficiosi, ma alcuni quotidiani si sbilanciano annunciando il probabile successo della monarchia.
Lo stesso presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, pensa che il re ce l’abbia fatta. Le percentuali cambiano nel corso della notte tra il 4 e il 5 giugno, quando affluiscono tutti i dati del Nord: 54 per cento alla repubblica e 46 per cento alla monarchia, uno scarto di circa un milione e settecentomila voti.
La proclamazione del risultato spetta alla Cassazione, ma il “ribaltone” è un calice amaro per i perdenti: serpeggiano le prime voci di brogli. Il ministro dell’Interno Giuseppe Romita viene accusato di aver manipolato i dati e di aver nascosto nei cassetti del Viminale un milione di schede prevotate per la Repubblica.
L’esito del referendum spiazza i partiti del Comitato di liberazione nazionale (tutti filorepubblicani, escluso quello liberale). Erano infatti convinti che gli elettori avrebbero duramente punito la “fellonia” di Vittorio Emanuele III (copyright di Palmiro Togliatti): il fascismo, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler, un conflitto bellico rovinoso, l’8 settembre 1943, la fuga a Pescara.
Insieme ai ricorsi, scattano le manifestazioni di protesta. Qui entrano in scena le masse napoletane.
Il 6 giugno il loro risveglio è brusco: mentre otto su dieci elettori avevano scelto la monarchia (superati soltanto dai messinesi, catanesi e palermitani), la maggioranza degli italiani aveva optato per la repubblica.
Il clima si surriscalda a metà pomeriggio, quando in piazza del Carmine una ressa di donne comincia a lanciare insulti contro i repubblicani “affamatori del popolo”.
Sul calare della sera, almeno cinquecento giovani si dirigono verso la stazione dei carabinieri di via Sant’Antonio per impadronirsi dell’armeria, contando sulla tradizionale fedeltà del Corpo alla dinastia sabauda.
Per tutta risposta, il maresciallo che comandava la stazione fa sparare in aria alcuni colpi di fucile a scopo intimidatorio. Sedati a fatica i tumulti, si contano numerosi contusi e sei feriti gravi.
Napoli sprofonda nell’emergenza: i mezzi cingolati perlustrano la città, i fanti setacciano ogni angolo a caccia dei malintenzionati, i carabinieri interrogano e fermano decine di persone.
Nella mattina del giorno successivo, sui muri del capoluogo campano vengono affissi manifesti firmati da un fantomatico “schieramento monarchico”, in cui si invoca la separazione di Napoli dall’Italia e la creazione di uno Stato indipendente guidato da Umberto II.
Verso mezzogiorno un migliaio di persone inneggianti alla monarchia si raduna in piazza Carlo III. In un battibaleno si forma un corteo enorme, che muove verso la ferrovia e prosegue verso il Rettifilo scandendo “Vi-va-il-re” e slogan contro la “truffa del referendum”.
Ci sono studenti universitari, bottegai, artigiani, manovali edili, braccianti, sfaccendati senza mestiere e perfino qualche intellettuale.
L’iniziativa, in cui si distinguono i militanti dei “Gruppi Savoia”, la più combattiva tra le associazioni monarchiche partenopee, da testimonianza di fede si trasforma rapidamente in un’esibizione muscolare.
Giunto nei pressi dell’Università, il corteo viene fronteggiato da uno sbarramento di polizia e carabinieri. Prima fischi e urla, poi l’esplosione di una bomba a mano sulla facciata dell’Albergo Nazionale.
La folla ondeggia paurosamente. Un soldato, in preda al panico, lascia partire un proiettile dal suo moschetto che squarcia il petto a un dimostrante.
L’incidente esaspera gli animi. Si odono ripetute scariche di fucileria in aria. I dimostranti, ormai molte migliaia, formano allora due nuovi cortei: il più grande si dirige verso via Roma, il secondo raggiunge piazza del Plebiscito.
Tutto il centro di Napoli è bloccato. Il commissariato di sezione Mercato viene attaccato da un manipolo di violenti. Gli scontri sono assai aspri. I feriti riempiono le corsie degli ospedali.
Un diciassettenne, facchino al porto, giace a terra con l’addome perforato da un proiettile. Intanto giungono notizie di altri tafferugli scoppiati a Palermo, Bari e Taranto.
Alla fine di quella lunga giornata nessuno poteva giurare su che cosa sarebbe accaduto l’indomani.
Nel frattempo, Umberto II — pressato dai suoi più stretti consiglieri — cerca di resistere e attende il pronunciamento della Cassazione. Il governo, invece, ha fretta e vuole mettere i giudici di fronte al fatto compiuto.
La temperatura politica del Paese sale vertiginosamente. E le conseguenze non si fanno aspettare. Sempre a Napoli, l’11 giugno gli attivisti monarchici scendono nuovamente in campo.
Il teatro principale degli scontri è adesso via Medina, dove è ubicata la sede della federazione comunista. Per impedirne la devastazione, alcuni agenti sparano sui manifestanti più risoluti.
Il movimento di protesta si trasforma in un movimento di tipo insurrezionale. Segue una guerriglia selvaggia e furibonda, durata più di tre ore: auto incendiate, vagoni tranviari rovesciati, trincee di fortuna nei viottoli circostanti.
La notte trascorre tra le sirene delle ambulanze e il rumore delle autoblinde. Il bilancio viene stilato dalla questura il mattino seguente: sette ragazzi morti, tutti sotto i venticinque anni; settantuno i feriti ricoverati in ospedale, ventidue dei quali poliziotti, carabinieri e militari.
Nei giorni successivi ci saranno altri decessi, per un totale di undici morti, nove civili e due agenti.
Il 13 giugno Umberto II rientra al Quirinale dall’alloggio di via Verona. De Gasperi è stato appena avvertito della sua decisione di lasciare l’Italia.
La partenza per l’esilio portoghese è però accompagnata da un proclama trasmesso dall’Ansa in serata, in cui il “re di maggio” accusa il governo di avere assunto «con atto unilaterale e arbitrario poteri che non gli spettano» e di averlo «posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza».
Il 16 giugno i giornali non parlano più di Umberto II, del referendum e dei morti di Napoli. I titoli sono tutti per lo sconosciuto ciclista triestino Giordano Cottur: ha staccato gli avversari sulla salita di Superga, indossando la prima maglia rosa del “Giro della rinascita”. dettaglio formale, uno dei tratti più affascinanti di quest’opera straordinaria.
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…e Napoli ebbe le sue seconde quattro giornate