

Nella polemica tra James David Vance e Papa Leone XIV si confrontano politica e teologia: il richiamo alla tradizione di Agostino e Tommaso d’Aquino mette in luce i limiti morali della guerra e la necessità di valutarne giustizia e conseguenze, tra il dovere di difendersi e il rischio di amplificare il male.
C’è un vecchio trucco della polemica politica che il vicepresidente statunitense James David Vance conosce bene: accusare l’avversario di doppiezza morale. È una mossa antica, quasi scolastica. Si lancia l’ombra del sospetto – «in privato siete amici, in pubblico ci attaccate» – e si spera che l’opinione pubblica, stanca di distinguere, si accontenti dell’allusione. Peccato che, ogni tanto, accuse simili abbiano l’effetto di un boomerang.
Se c’è infatti una costante nella storia della politica estera italiana ed europea dal secondo dopoguerra in poi è la lealtà atlantica dei governi, spesso perfino ostinata, talvolta supina, quasi sempre più convinta nei fatti che nelle parole. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, l’Italia ha discusso gli Stati Uniti, li ha talora criticati, ma non li ha mai traditi. Né sul piano politico, né su quello strategico e militare, né su quello delle grandi scelte internazionali. Quando c’era da firmare, Roma e le altre capitali europee firmavano; quando c’era da schierarsi si schieravano; e quando c’era da pagare, spesso, anche se non sempre, pagavano.
Già, perché l’unica vera eccezione è stata quella della spesa per la difesa. Su questo punto Vance coglie un nervo scoperto: l’Italia e l’Europa hanno a lungo eluso le richieste, avanzate da più amministrazioni americane – e in modo particolare da quella di Barack Obama – di un maggiore contributo alla sicurezza comune. Ma proprio questa eccezione conferma la regola: sul piano della fedeltà agli impegni e ai valori dell’Alleanza, nessun paese europeo si è mai realmente sottratto.
È dunque singolare che proprio da Washington arrivi oggi la pretesa di fornire lezioni di coerenza. Sotto le amministrazioni di Donald Trump si è infatti assistito a uno spettacolo che di coerenza ne ha dimostrata ben poca: mentre si accusavano gli alleati europei di doppiezza, si mostrava una sorprendente indulgenza verso interlocutori politici che, nei rispettivi contesti nazionali, praticavano esattamente quel doppio registro che si rimproverava agli altri.
In Italia, per esempio, figure come quella di Giuseppe Conte hanno alternato atteggiamenti di apparente cordialità verso Washington a una sostanziale tolleranza – quando non a una vera e propria convergenza – con ambienti dichiaratamente antiamericani e antiatlantici. Una politica più da balcone che da palazzo: molta teatralità, poca linearità, e una certa disinvoltura nel cambiare linguaggio a seconda del pubblico.
È su questo sfondo che si colloca l’ultima sortita polemica di Vance, questa volta indirizzata a Papa Leone XIV, accusato di una presunta incoerenza nel modo di affrontare il tema della guerra, nonché di una scarsa attenzione alle posizioni di alcuni grandi filosofi e padri della Chiesa su questo tema.
Ma è proprio su questo terreno che la polemica rischia di rivelarsi insidiosa, perché la tradizione teologica a cui si fa riferimento – come quella elaborata da Sant’Agostino e poi sistematizzata da San Tommaso d’Aquino – è decisamente rigorosa, come in genere tutto quanto è uscito dalle loro menti o penne, e proprio per questo si presta poco a essere piegata a usi polemici.
Agostino, nel Contra Faustum (XXII, 74), individua con lucidità i veri mali della guerra: “libido nocendi, crudelitas ulciscendi… libido dominandi”, cioè la passione di nuocere, la crudeltà della vendetta, la brama di dominio. Non è la guerra in quanto tale a essere condannata, ma ciò che la corrompe moralmente. Ed è per reprimere queste derive che, in casi estremi, anche i giusti possono combattere, purché lo facciano sotto un’autorità legittima e per un fine superiore.
Questo fine è, ancora una volta, la pace. Nella Epistola 189 ad Bonifacium (capp. 6–7), Agostino formula il principio destinato a diventare il cardine dell’intera dottrina: “non pax quaeritur ut bellum excitetur, sed bellum geritur ut pax acquiratur”. Non si cerca la pace per fare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace, tanto che, anche combattendo, bisogna restare interiormente orientati alla pace: “pacis amore bellum gerere”.
Tommaso, nella Summa Theologiae (II-II, q. 40, a. 1), traduce questa intuizione in una struttura rigorosa: “ad hoc quod bellum sit iustum, tria requiruntur”. Perché una guerra possa considerarsi giusta, sono necessarie tre condizioni: l’autorità legittima (auctoritas principis), perché solo chi ha la responsabilità del bene comune può decidere l’uso della forza; la giusta causa (causa iusta), cioè l’esistenza di un torto reale da riparare; e la retta intenzione (intentio recta), che esclude ogni forma di odio, ambizione o crudeltà.
Questi criteri, letti insieme, mostrano quanto sia improprio ridurre la dottrina della guerra giusta a uno strumento retorico. Essa non giustifica la guerra: la considera, semmai, moralmente ammissibile solo ad alcune condizioni, riconducibili alla sua effettiva capacità di ridurre il male complessivo per il bene di tutti e per una giusta causa, ma comunque senza odio.
Se si assume fino in fondo la logica agostiniano-tomista, il discrimine può essere riassunto così: una guerra può essere considerata giusta solo quando vi siano ragioni fondate per ritenere che impedirà un male maggiore di quello che si produrrebbe non combattendola. Non basta che vi sia una causa, non basta che vi sia un’autorità: occorre che l’azione, nel suo complesso, sia orientata a contenere la sofferenza, non ad ampliarla.
È su questo crinale che si colloca, oggi, la questione più difficile e più inevitabile: come giudicare, alla luce di questi criteri, la guerra intrapresa da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran? La formulazione di questa domanda – che non tiene conto del punto di vista, pienamente legittimo e basato su argomenti solidi, secondo cui la guerra sarebbe stata in realtà iniziata da Hamas e dall’Iran il 7 ottobre 2023 – costituisce oggi il cuore della questione politica più dibattuta.
Se si guarda alla natura del regime iraniano – alla persecuzione sistematica degli oppositori, alla violenza esercitata per decenni contro trasgressori politici, morali e religiosi, ai finanziamenti ad Hamas ed Hezbollah, condividendo con loro l’obiettivo di distruggere lo Stato d’Israele e massacrare il suo popolo, magari anche ricorrendo a un’arma atomica di imminente costruzione – emerge con forza il tema agostiniano dell’ingiustizia protratta e sistematica. In linea teorica, potrebbe configurarsi una causa iusta: la necessità di fermare un male grave che non ha trovato altri strumenti efficaci di contenimento.
Se, come sostenuto da alcune ricostruzioni, questa violenza ha conosciuto un’accelerazione drammatica fino a produrre numeri di vittime impressionanti in tempi brevissimi – circa 40.000 in soli due giorni – allora il problema non è più soltanto geopolitico, ma anche morale, e la guerra può apparire, almeno astrattamente, come guerra giusta.
In questo senso, non intervenire potrebbe apparire come una forma di abdicazione. Lasciare che un sistema di violenza continui indisturbato significa, di fatto, consentirgli di perpetuarsi. E qui la questione si fa stringente: in che senso sarebbe giusto, teologicamente e moralmente, non fare la guerra, se ciò comporta il lasciare agire senza ostacolo chi produce sistematicamente morte e oppressione? Che specie di pace sarebbe una pace che consente il protrarsi di simili carneficine?
Una guerra può fare molti morti, ma poi in genere finisce con un vincitore e, a seconda di chi la vince, può determinare una drastica riduzione delle vittime che il regime sconfitto produceva in tempo di pace. Ma, nel caso si decida di combatterla, lasciare intatto il motivo per cui la si è fatta – non rimuovere la causa del male – la rende automaticamente ingiusta.
Il ricorso alla guerra è sottoposto a un criterio severo, che implica la valutazione delle conseguenze, sia del farla sia del non farla. Una guerra è giusta solo se riduce il male complessivo. Se un intervento armato è in grado di interrompere una spirale di violenza e di salvare, nel medio e lungo periodo, più vite di quante ne distruggerà durante il conflitto, allora può rientrare nell’orizzonte della giustizia. Ma se queste motivazioni vengono usate come pretesto per scatenarla e poi abbandonate per conseguire vantaggi economici o strategici, quella guerra non può che rivelarsi ingiusta.
È proprio questa differenza che Vance sembra non considerare nelle sue critiche a Papa Leone XIV. Perché, se la guerra – senza risolvere i problemi per cui è stata intrapresa – rischia di amplificare il conflitto, destabilizzare ulteriormente una regione e provocare un numero ancora maggiore di vittime, allora perde il suo fondamento morale. In tal caso, non fare la guerra diventa non una rinuncia, ma una scelta eticamente fondata: non perché si accetti il male, ma perché si riconosce che il rimedio rischia di essere peggiore del male stesso.
Resta infine il problema dell’intenzione. Anche in presenza di una causa giusta, una guerra può essere moralmente corrotta se è mossa, anche solo in parte, da interessi di potere, da calcoli strategici che travalicano il fine dichiarato, da quella libido dominandi che Agostino e Tommaso indicano come il vero veleno della guerra. È qui che la valutazione diventa ancora più difficile, perché costringe a interrogarsi non solo sui fatti, ma sulle motivazioni profonde degli attori in campo.
La domanda finale resta aperta nella sua forma più esigente: è giusto fare questa guerra? È giusto farla se, e solo se, si hanno ottime ragioni per ritenere che sia l’unico mezzo per fermare una violenza sistematica e per salvare, nel complesso, più vite di quante ne distruggerà. È giusto non farla se invece si ritiene, altrettanto fondatamente, che non farà che ampliare il male che pretende di combattere. In entrambi i casi, chi decide dovrà assumersi la responsabilità delle proprie valutazioni.
Non esiste una risposta semplice, e forse è proprio questo il punto più difficile da accettare. La tradizione di Agostino e Tommaso non consegna una giustificazione della guerra, ma un criterio per giudicarla. Un criterio che obbliga a guardare non solo alle intenzioni, ma alle conseguenze; non solo alle cause, ma agli effetti; non solo al male prodotto facendola, ma anche al male evitato, o indirettamente prodotto non facendola.
E, in questo senso, la responsabilità ultima non è delegabile. Ogni decisione, in questo campo, si muove dentro una zona tragica, in cui non si tratta di scegliere tra il bene e il male, ma tra mali diversi, cercando – con tutta la prudenza possibile – di evitare il peggiore. È su questo crinale, fragile e drammatico, che si decide, ancora oggi, la possibilità stessa di parlare, con spirito di verità, di “guerra giusta”.
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???
Il suo articolo mi ha aiutato a capire meglio, questo volevo dire. E la ringraziavo per questo
La ringrazio, credo infatti che quei punti interrogativi non si riferissero a quello, ma a qualcos’altro di precedente che era assai più lungo e che non avevo capito. Scusandomi per il disguido, un saluto cordiale.
Ho scoperto che vengono fuori dei punti interrogativi quando metto degli emoticon di condivisione o ringraziamento. Scusandomi per il disguido, eviterò di usarli in futuro.
Grazie!
Molto chiaro