

In questi giorni è davvero intollerabile osservare come alcuni giornali schierati meritoriamente con Israele, difendendo il principio, sacrosanto, che un Paese democratico aggredito ha il diritto di difendersi – abbiano riscoperto il loro entusiasmo putinista maldestramente camuffato da intransigenza moralistica nei confronti dell’Ucraina e del suo presidente Zelensky.

Non è grottesca quest’impudenza da monelli nascosti dietro al dito mentre diffondono la più spudorata propaganda putinista, per denunciare la corruzione ucraina? Fermo restando che i giornali sono oramai un passatempo per pochi, ma davvero esiste qualcuno che si beve questa paccottiglia propagandistica sui “nostri soldi” dati in pasto alla corruzione ucraina?
Ma non hanno un briciolo di dignità quando si calano le loro braghe sovraniste di fronte a un dittatore sanguinario? (ammetto che la domanda suona un po’ ingenua ma andava fatta).
Se i valori occidentali – quando la loro libido da Maga di seconda mano ha il sopravvento – li buttano nella pattumiera, sarà lecito pensare che quel grande entusiasmo “occidentale” per la difesa d’Israele non fosse che la solita adesione alla parrocchia sovranista che oggi in Israele ha il volto di Benjamin Netanyahu?
Possibile che, neanche di fronte a tragedie di portata epocale come la guerra in Ucraina, nel grottesco dibattito pubblico italiano non esistano altri valori se non l’esercizio di un becero tifo da curva?
Come si fa a non capire che la difesa dell’integrità ucraina dalle grinfie dell’imperialismo russo e il sostegno al diritto di esistere d’Israele minacciato dal fanatismo islamista di Hamas sono due facce della stessa medaglia? È in gioco un principio elementare: i Paesi democratici hanno il diritto — e il dovere — di difendersi da chi oggi vuole cancellarli, in modo conclamato.
Se si riconosce questo principio per Israele, non si capisce come si possa negarlo all’Ucraina. A meno di non voler ammettere che non si stava difendendo un valore, ma la solita e francamente patetica identità di tribù. Che non si stava sostenendo la democrazia, ma un governo “amico”.
Chi pretende di sostenere Israele ma abbandona l’Ucraina, o viceversa chi sostiene l’Ucraina ma sposa la più odiosa propaganda antisraeliana e antisemita non ha capito che difendere Israele e difendere l’Ucraina non sono due battaglie separate: sono la stessa battaglia combattuta su fronti diversi. È la difesa della sovranità contro l’aggressione, dei valori della libertà contro il fanatismo e l’autoritarismo, della vita civile contro la logica di sterminio e annessione.
E allora il problema non è più la disinformazione di qualche giornale né il teatrino della nostra politica domestica. Il problema è l’incapacità cronica di questo Paese di approcciare la storia con serietà.
Quando la libertà è sotto attacco, non si può giocare al piccolo contabile delle simpatie politiche. O si sta dalla parte di chi difende la libertà, ovunque essa sia minacciata, o si perde ogni piccolo residuo di credibilità. Non si può essere filoisraeliani oggi e propagandisti di Putin domani.
La realtà è più seria dei nostri teatrini: due democrazie, due popoli, due fronti diversi della stessa battaglia per l’esistenza. E noi, invece di sostenerli entrambi con la schiena dritta, ci perdiamo nei capricci di un indecoroso settarismo da cortile.
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Non so chi, ma qualcuno l’ha detto:
“La libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme e di Kyev”.
Io lo ribadisco e lo auspico.
Forse mi illudo, ma mi pare di cogliere qualche segnale che la moda woke, propal e proputin stia cambiando. Speriamo.
Fanno il solito teatrino pensando che certi fatti non li riguardano.
Meglio non dare troppa notorietà a certi fenomeni del giornalismo o meglio della disinformazione, letti al massimo dai soliti quattro gatti.
Per approcciare la storia con serietà, bisognerebbe averne una pur minima conoscenza. Il che implicherebbe l’amore per la lettura di qualcosa che vada oltre il romanzetto “da spiaggia”. Troppa fatica; meglio seguire la corrente.
La mentalità, specialmente (anche se non solo) in questo storicamente tribale paese è rimasta:
“Chi lavora non ha tempo per leggere”; cit., tra gli altri, mia nonna paterna, che criticava la passione per la lettura di mia madre.
“I libri costano troppo, non me li posso permettere”; cit. chi, ogni giorno, si fuma (almeno) un pacchetto di sigarette, passa un paio d’ore a consumare al bar e gratta, ma non vince.
E poi te li trovi a disquisire, senza ritegno e cognizione, di massimi sistemi in comunità, reali o virtuali, che non sono altro che camere ecoiche il cui unico scopo è quello di assicurare al proprio ego una gradevole quanto effimera abbronzatura.
P.S. Ho usato il termine “camera ecoica” perché “circolo masturbatorio” pareva brutto…