


La polemica sul “Signor Presidente” e sulla “Signora Presidente” a Montecitorio racconta molto più di una schermaglia linguistica. Tra provocazioni identitarie e feticismi grammaticali, il Parlamento sembra trasformarsi nel palcoscenico di una guerriglia sintattica incapace di misurarsi con i problemi reali del Paese.
Definire semplicemente stucchevole la polemica che ha entusiasmato, la settimana scorsa, i sensi dei parlamentari della Camera è un gentile eufemismo. Siamo ben oltre il fastidio estetico: siamo dalle parti del grottesco istituzionale.
La cronaca dell’ennesima giornata da dimenticare a Montecitorio restituisce fedelmente il termometro del nostro dibattito pubblico.
La prima polemica parte dal deputato Emanuele Pozzolo, esponente dell’area che fa riferimento a Vannacci, il quale, con evidente e studiata vis polemica, si rivolge alla presidente di turno della Camera, Anna Ascani, chiamandola “Signor Presidente”.
Ascani, visibilmente stizzita, interrompe i lavori per pretendere di essere chiamata “Signora Presidente” o, quantomeno, con il neutro “Presidente”. Il copione prevede la reiterazione provocatoria di Pozzolo e l’irrigidimento burocratico della presidenza.
Poco dopo, a parti invertite, va in scena la replica speculare: una deputata di lungo corso dell’opposizione, Maria Cecilia Guerra, si rivolge al vicepresidente di turno, Giorgio Mulè, apostrofandolo come “Signora Presidente”.
In questo caso, la trappola del politicamente corretto virato al dispetto non scatta: Mulè metabolizza intelligentemente la provocazione, non abbocca, non concede il palcoscenico del martirio linguistico e la lascia parlare, mentre l’emiciclo sinistro si abbandona ad applausi scroscianti per celebrare quella che, nelle intenzioni dei suoi protagonisti, doveva essere una fulgida rivendicazione della deputata.
Davanti a uno spettacolo del genere, la domanda sorge spontanea e priva di sconti: cosa è diventato, esattamente, il nostro Parlamento? Un luogo di alta mediazione legislativa o il corridoio di un liceo occupato, nel picco di una crisi ormonale collettiva?
La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un manipolo di irresponsabili strutturalmente riluttanti alla realtà, una massa di interpreti incapaci di cogliere la sproporzione drammatica tra l’agenda reale del Paese e le loro microscopicizzazioni ideologiche.
Mentre fuori dal Palazzo si consumano transizioni economiche complesse, crisi geopolitiche e storici impoverimenti del tessuto sociale, dentro l’aula si litiga sulle desinenze con la stessa maturità intellettuale di due adolescenti che si contendono l’ultimo banco.
Quando la politica abdica alla comprensione dei macro-fenomeni, si rifugia nella feticizzazione del significante. Il genere del sostantivo diventa la trincea dentro cui nascondere il vuoto pneumatico della proposta.
Questa non è una semplice polemica di costume: è il sintomo macroscopico di una deriva cognitiva profonda che investe l’intera classe politica, eletta a specchio e degna rappresentante del disagio culturale del Paese.
Si assiste a un fenomeno di regressione infantile del linguaggio. Da un lato, l’uso della provocazione spicciola e reazionaria, che scambia l’ostinazione lessicale per battaglia di civiltà contro la presunta “dittatura del politicamente corretto”. Dall’altro, l’ossessione feticista per la declinazione formale, che confonde l’emancipazione reale con la correzione ortografica del cerimoniale d’aula.
Entrambe le posture condividono la stessa matrice: la totale incapacità di produrre l’idea come chiave interpretativa della realtà attraverso il pensiero critico.
Una classe politica incapace di governare la complessità o di interpretare i bisogni di una società sfilacciata ha trovato il suo perfetto surrogato d’azione: una sterile guerriglia sintattica.
I nostri deputati non si scontrano più sulle riforme economiche o sul destino industriale della nazione, ma sulle declinazioni.
Finché Montecitorio rimarrà ostaggio di queste dinamiche da cortile scolastico, la politica continuerà a essere non la soluzione ai problemi del Paese, ma la più fedele, rumorosa e deprimente rappresentazione del suo declino culturale.
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Anch’io avrei detto signor Presidente: la carica si chiama presidente e presidente è un sostantivo maschile. Signora presidente è grottesco e presidente e basta è maleducato. Sarebbe ora di cominciare a recuperare la vecchia buona sana grammatica italiana.
Peggio del cavallo di Caligola????
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