

Equilibrio: al momento è questa la parola d’ordine per l’Italia nei rapporti con la Cina dopo una serie di avvicinamenti, allontanamenti e ritorni.
Nel dicembre 2023 l’Italia ha ufficialmente abbandonato la Beltand Road Initiative (BRI), nota come “Nuova Via della Seta”, segnando una rottura importante con la Cina. Questa decisione ha rappresentato il punto culminante di una traiettoria diplomatica iniziata nel 2019, quando l’Italia era divenuta l’unico paese del G7 ad aderire al progetto infrastrutturale globale promosso da Pechino.
Nel frattempo, i rapporti con Taiwan, storico rivale di Pechino, si sono silenziosamente rafforzati, delineando una dinamica complessa e contraddittoria nelle relazioni bilaterali italiane.
La storia recente dei rapporti Italia-Cina, tra sogni di gloria e disillusioni
Andando per ordine, nel marzo 2019, durante il governo Conte I, l’Italia firmò un memorandum d’intesa con la Cina per entrare nella BRI. La mossa fu presentata come un’opportunità per rilanciare l’economia italiana attraverso investimenti e nuove prospettive commerciali. Tuttavia, le promesse si sono rivelate in gran parte illusorie: gli scambi commerciali bilaterali non hanno registrato significativi aumenti, mentre le preoccupazioni geopolitiche legate alla crescente influenza cinese in Europa sono aumentate.
La Belt and Road Initiative è stata spesso criticata come uno strumento di “diplomazia del debito”, ossia una strategia attraverso la quale la Cina offre prestiti per progetti infrastrutturali a Paesi in via di sviluppo, spesso con termini onerosi, creando dipendenza economica e politica nei confronti di Pechino. Sebbene l’Italia non sia caduta in questa trappola, l’adesione alla BRI ha suscitato malumori tra gli alleati occidentali, in particolare gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Il governo Draghi e, successivamente, quello guidato da Giorgia Meloni, hanno progressivamente ridimensionato l’entusiasmo iniziale, fino alla disdetta formale comunicata nel 2023.
Nonostante l’uscita dalla BRI, l’Italia ha ribadito l’importanza del “Partenariato strategico globale”, firmato nel 2004 come un accordo bilaterale volto a promuovere la cooperazione economica, scientifica e culturale tra i due Paesi, senza però prevedere alcun legame vincolante alle politiche infrastrutturali della Cina.
Subito dopo l’uscita dalla Via della Seta, l’Italia ha tentato di tessere un nuovo tipo di rapporto con Pechino, evitando che eventuali malumori potessero lasciare degli strascichi.
L’espediente di Marco Polo: la propaganda cinese in Italia
Nel contesto dei rapporti Italia-Cina, il richiamo a Marco Polo ha assunto un ruolo centrale nella narrazione promossa da Pechino. Il celebre mercante veneziano è stato utilizzato come simbolo di un legame storico fra le due civiltà, trasformandolo in uno strumento di soft power per rafforzare la narrativa della cooperazione tra i due Paesi.
Di recente la RAI ha trasmesso alcuni programmi televisivi dedicati a Marco Polo ed ha partecipato all’organizzazione di un convegno e corso per giornalisti all’università LUMSA, tenutosi il 10 gennaio 2025, dedicato ai 20 anni del Partenariato Strategico Globale e ai 700 anni dalla morte di Marco Polo. Durante l’evento è stato affrontato soprattutto il tema delle fake news, con la presenza dell’ambasciatore cinese Jia Guide e di accademici italiani.
Non sono mancate critiche perché si teme che Pechino possa utilizzare queste iniziative per veicolare un’immagine di armonia culturale e continuità storica, distogliendo l’attenzione dalle contestazioni sui suoi metodi geopolitici e commerciali.
L’Italia però, sotto la guida di Giorgia Meloni, ha iniziato a guardare con maggiore scetticismo a questa narrativa, considerandola parte di una più ampia operazione di influenza. Pechino sa che una figura come Marco Polo può essere un ottimo collante tra le due culture e potrebbe sfruttare tutti i suoi mezzi, organizzando e promuovendo eventi in Italia che diano ulteriori impulsi alle relazioni tra Cina e Italia.
Italia e Cina, la nuova fase delle relazioni bilaterali
Dopo un lungo periodo di alti e bassi, la visita ufficiale dellaPresidente del Consiglio Giorgia Meloni in Cina, avvenuta dal 27 al 31 luglio 2024, ha rappresentato un vero e proprio punto di svolta per normalizzare i rapporti con la seconda economia mondiale.
Durante la sua visita a Pechino, la premier italiana ha cercato di rilanciare i rapporti economici con la Cina, puntando su settori chiave come il tessile, il farmaceutico e l’automotive. Quest’ultimo settore rappresenta un nodo cruciale: la crescente competizione cinese nella produzione di veicoli elettrici sta mettendo sotto pressione i produttori italiani ed europei. La strategia italiana si concentra sull’attrazione di investimenti cinesi in Italia, per salvaguardare l’occupazione e favorire la cooperazione industriale. Il Ministro delle Imprese Adolfo Urso, durante la sua visita a Pechino nel luglio 2024, ha discusso con i vertici del PCC (Partito Comunista Cinese) e con i maggiori player industriali cinesi per sviluppare un memorandum di cooperazione industriale tra i due Paesi, con particolare attenzione alle tecnologie green e alla mobilità elettrica.
In parallelo l’Italia ha mantenuto un dialogo costruttivo su questioni globali, come il commercio internazionale e lo sviluppo sostenibile, anche con altri Stati del continente africano, con cui sta sviluppando collaborazioni per diventare un hub energetico. L’Italia è impegnata nel Corridoio Sud dell’idrogeno, che collega Tunisia e Algeria, e collabora attivamente con Paesi come Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal, inclusi nel Piano Mattei.
L’ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, ha recentemente sottolineato l’importanza di trovare punti di convergenza tra Roma e Pechino, citando come esempio l’Africa. Durante la conferenza all’Università LUMSA di Roma, Jia ha lodato il Piano Mattei, un’iniziativa del governo italiano che punta a rafforzare la cooperazione con i Paesi africani in settori chiave come energia, sostenibilità e sviluppo socioeconomico, trasformando l’Italia in un ponte strategico tra Europa e Africa. Jia Guide ha sottolineato come questo possa integrarsi con l’iniziativa cinese della BRI per favorire lo sviluppo economico in territorio africano.
Non mancano di certo gli interrogativi, nonostante le buone premesse dei piani citati. Dunque, potrebbe essere interessante chiedersi: l’integrazione tra il Piano Mattei e la BRI rappresenta un reale vantaggio per l’Italia o rischia di legittimare ulteriormente l’influenza cinese in Africa a scapito degli interessi italiani ed europei? Questa sinergia potrebbe minare l’autonomia strategica del Piano Mattei?
Il tassello culturale per avvicinarsi all’Italia
Un aspetto significativo del dialogo tra Italia e Cina è rappresentato soprattutto dalla cooperazione culturale. Nel 2024, in occasione del 700° anniversario della morte di Marco Polo, numerose iniziative sono state organizzate per celebrare l’eredità del famoso viaggiatore veneziano, simbolo storico degli scambi tra Oriente e Occidente. Tra queste, la pubblicazione di un libro in Cina che combina estratti de Il Milione con elementi tratti dal romanzo Le città invisibili di Italo Calvino ha suscitato grande interesse tra i lettori cinesi. Come osservato dall’ambasciatore italiano a Pechino, Massimo Ambrosetti, Marco Polo continua a essere un’ispirazione per promuovere lo scambio culturale e rafforzare i legami tra le due nazioni.
Da Marco Polo al corso di formazione per giornalisti in Italia
Il corso di formazione organizzato alla LUMSA, in occasione dei 20 anni del Partenariato Strategico Globale tra Italia e Cina, ha suscitato una serie di riflessioni e dibattiti sul ruolo dei media, sulla libertà di stampa e sulle relazioni bilaterali tra i due Paesi.
Non sono mancate perplessità riguardo all’opportunità di coinvolgere l’ambasciatore cinese Jia Guide, rappresentante di un Paese noto per le restrizioni alla libertà di stampa e per il controllo stringente sui media. La Cina, spesso definita “la più grande prigione per giornalisti” da organizzazioni come Reporter Senza Frontiere, è uno scenario complesso per chi cerca di operare secondo i principi fondanti del giornalismo.
L’idea di formare giornalisti italiani in un contesto che vede la partecipazione di un ambasciatore cinese ha posto profondi interrogativi su come evitare il rischio di legittimare modelli di comunicazione che, in Cina, sono strettamente controllati dal Partito Comunista.
Se da un lato è importante promuovere il dialogo e la comprensione tra culture, dall’altro è essenziale mantenere alta l’attenzione su ciò che distingue una società democratica da un sistema autoritario. Le dinamiche media e social in Cina, caratterizzate da censura e controllo centralizzato, potrebbero offrire uno spunto per riflettere non solo sulle sfide che i giornalisti affrontano in un regime autoritario, ma anche sull’importanza di promuovere e proteggere l’indipendenza e l’integrità del giornalismo nelle democrazie.
Più che una celebrazione di rapporti bilaterali, sarebbe auspicabile che questo tipo di eventi diventino piattaforme di analisi critica e promozione di un’informazione trasparente, evidenziando le differenze di approccio e le difficoltà di chi, in Cina, rischia la propria libertà e talvolta la propria vita per raccontare la verità.
Il dialogo Italia-Taiwan
All’insegna dell’equilibrio, se da un lato l’Italia lavora ancora a stretto contatto con la Cina, parallelamente il governo italiano ha intensificato i rapporti con Taiwan. L’apertura dell’ufficio di rappresentanza di Taiwan a Milano nel 2023 ha segnato un importante passo avanti, seguito, nel gennaio 2025, dalla visita di una delegazione italiana guidata dal senatore Marco Osnato a Taipei.
Gli ultimi sviluppi riflettono la strategia italiana di mantenere un equilibrio tra il rafforzamento dei legami commerciali con Pechino e il sostegno alle relazioni con Taiwan, all’interno di una più ampia politica di derisking, ossia una strategia di riduzione dei rischi economici e geopolitici attraverso la diversificazione delle partnership e delle fonti di approvvigionamento.
Il governo italiano continua a rafforzare le sue relazioni con Taiwan, coltivando con pazienza e supportando l’isola nelle varie organizzazioni internazionali. E allora, la “questione LUMSA” cosa ha a che fare con la democrazia italiana o taiwanese? E perché organizzare un corso di formazione anti fake-news con rappresentanti ufficiali di un Paese che non è mai stato un modello di chiarezza e trasparenza?
A differenza della Cina, Taiwan ha una stampa che agisce senza pressioni politiche o censure sistematiche. I media taiwanesi offrono una pluralità di voci e punti di vista, riflettendo la maturità di un sistema democratico costruito nel tempo e difeso con fermezza. Questa libertà si estende anche all’accesso alle informazioni internazionali, alla possibilità di criticare il governo e alla presenza di una società civile attiva e partecipe.
Organizzare un evento del genere in Italia come quello LUMSA-RAI, in un momento in cui il controllo dell’informazione è sempre più messo in pericolo dalle autocrazie, potrebbe incrinare la tutela della salute del giornalismo italiano e non solo. In un’epoca in cui le autocrazie, come quella russa, sferrano costanti attacchi all’informazione e ai media delle democrazie, diventa imprescindibile proteggere i valori della libertà di stampa e garantire la trasparenza nei processi informativi.
Taiwan è baluardo di libertà e di democrazia in netto contrasto con i regimi autoritari, in particolare quello cinese. Mentre Pechino utilizza la censura, il controllo mediatico e una propaganda pervasiva per consolidare il potere del Partito Comunista, Taiwan dimostra come una società libera possa prosperare, favorendo pluralismo, partecipazione civile e innovazione. La sua esistenza e il suo modello di governo rappresentano una sfida diretta all’autoritarismo cinese e un faro di speranza per tutti coloro che lottano per i diritti fondamentali.
Quindi, perché non dare maggiore spazio a Taiwan nel panorama accademico e giornalistico italiano? L’ex Formosanon è solo un’alternativa geopolitica, ma un esempio lampante di trasparenza e pluralismo che rafforza il dibattito internazionale su democrazia e diritti umani. Riconoscere e promuovere il modello taiwanese significa riaffermare l’impegno italiano ed europeo per la difesa dei principi democratici, in un momento storico – ribadiamo – in cui essi sono sempre più sotto attacco.
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