


Pubblichiamo con grande piacere le testimonianze delle persone che hanno raccolto il nostro invito. Grazie.
di Massimo Fabio Mangione
Anche passeggiando per le vie ordinate, sempre uguali a sé stesse, di una cittadina della provincia Lombarda si può incontrare per caso il male nella sua memoria.
E’ capitato anche a me, alzando la testa per caso in Via Trabattoni a Seregno, di imbattermi in una storia tragica come tante, di puro e banale male, accaduto qualche decennio fa, poco distante da casa mia.
La famiglia Gani.
Giuseppe Gani nato il 16/08/1895 a Ioannina, Speranza Zaccar nata il 17/10/1900 a Corfù, Regina Gani nata il 7/12/1926 a Milano, Ester Gani nata il 19/7/1928 a Milano e Alberto Gani nato il 20/4/1934 a Milano.

Giuseppe Gani e Speranza Zaccar si sposarono a Milano Il 1° ottobre 1925.
Famiglia piccolo borghese di Milano come tante, con un tocco di esotismo per le origini greco-cipriote.
Famiglia piccolo borghese, ma ebrea.
Dalla loro unione nacquero tre figli, Regina, Ester ed Alberto.
Dal 1934 abitarono in corso Vercelli 9.
Dopo l’emanazione delle leggi razziali nel 1938, la vita della famiglia Gani cambiò, per sempre.
I figli furono emarginati da scuola. Regina che frequentava il corrispondente delle attuali scuole medie presso il liceo Manzoni di Milano venne espulsa dall’istituto con altri 64 studenti.
Immagino: la sensazione surreale di vuoto, di assenza di significato, delle ragazze espulse, staccate dalle proprie amiche, incapaci di riconoscere le proprie amiche nella loro indifferenza.
<<Me la (Regina”) ricordo molto bene: era castana, piccolina, come ero io allora, un po’ tondetta, con gli occhi chiari, di carattere dolce. Il fratellino, invece, aveva gli occhi scuri. I ragazzi Gani erano belli tutti e tre. La famiglia era molto normale, fra l’altro abbastanza laica, cioè non particolarmente osservante, come del resto la mia famiglia. Ad esempio, non si osservava la kasherut, per cui ci sono cibi che si possono mangiare ed altri che per gli ebrei osservanti sono proibiti.>> (la compagna di classe Edoarda Flack).
Dagli archivi di polizia, risulta che la famiglia Gani fu costretta ad inoltrare domanda per poter rimanere in Italia (1939) e, avendo alle dipendenze una donna di servizio, per poter conservare personale di servizio “ariano” (1939 e 1941). Tuttavia, l’applicazione progressiva delle leggi razziali finì con l’elidere il loro ormai passato benessere meneghino e, tra 1942 ed il 1943, Giuseppe decise di far sfollare la famiglia in provincia, a Seregno, probabilmente con il duplice scopo di sfuggire ai bombardamenti alleati sulla città e alla caccia all’ebreo scatenata dai tedeschi e dai collaborazionisti fascisti della repubblica sociale.
Attenzionati dalla polizia fascista, cambiarono ricovero più volte e Giuseppe, in qualche modo, trovava il modo di ritornare in città per sbarcare il lunario.
Penso a Giuseppe che ogni giorno, sfidava la paura e la sorte di essere scoperto, muovendosi per sostenere economicamente la famiglia: i protocolli mentali da seguire, i dubbi, il cuore in gola, il sollievo nel tornare.
Penso a Speranza, che onorando il proprio nome, doveva sforzarsi per colorare di normalità le giornate da fuggiaschi dei propri figli.
Tra l’inverno 1943 e la primavera 1944, la famiglia cambiò per l’ultima volta nascondiglio separandosi: la madre con i tre figli presso la famiglia del contadino antifascista Luigi Casati alla Ca’ Bianca, edificio di fronte all’ospedale cittadino, costituito da una cascina a due cortili chiusi, dimora popolare e di antifascisti; mentre Giuseppe trovò riparo in via Volta presso una delle figlie sposate dello stesso Casati.
<<Ospitavamo la famiglia Gani. A casa mia c’era la mamma, le due figlie e un figlio. La nostra casa era una casa povera, si mangiava lo stesso. C’era la mamma, il papà, i fratelli, due sorelle, la mamma Gani, i tre bambini Gani, – due sorelle e il maschio. Mangiavamo minestra e verdure. A un certo punto i Gani non hanno più niente e noi sempre a dargli da mangiare. Sempre, sempre. Mi ricordo il papà di Regina. Il papà non abitava con loro, abitava dalla Ambrogina in un’altra via, perché non ci stavamo. La casa era piccola. Mi ricordo Regina, era una bella donna, una bella ragazza. Tutti belli erano, ma buoni, buoni, buoni… Mi ricordo tutto bene, una tavolata, anche loro mangiavano con noi.
Studiavano. Noi si lavorava, chi ci aveva voglia di studiare? Mio padre voleva bene da morire a questa povera gente. Odiava i fascisti. I fascisti noi non li potevamo vedere.>>
(Fernanda Casati figlia di Luigi)
Nel mentre lo Stato Fascista si era appropriato di ogni bene della famiglia.
Nell’agosto 1944, un mattino, un drappello di fascisti italiani accompagnati da un tedesco irruppe nell’abitazione dei Casati alla Ca’ Bianca ed arrestò Speranza, Regina, Ester ed Alberto.
<<Sono arrivati i fascisti. Poi sono arrivati i tedeschi, loro come li hanno visti si sono messi a gridare e a piangere perché lo sapevano che li portavano via. Cercavamo di nasconderli, sotto i letti, in qualche posto>>. (Fernanda Casati figlia di Luigi)
Avverto, lo sgomento, il senso di perdizione verso l’inferno e, forse, anche l’umana reazione di pensare, vedremo che accadrà.
Di sicuro la delazione di un cittadino seregnese fu all’origine della spedizione.
Penso all’anima di ghiaccio di chi li denunciò. Si pose mai il problema di quello che fece? O ne fu addirittura felice?
Giuseppe riuscì in un primo tempo a sfuggire alle ricerche ma prima di notte fu anch’egli catturato presso le boscaglie della località detta del “Dosso”.
Provo ad immaginarmi la sua fuga, ammantata di assurda speranza: sopravvivere per ritrovarli e liberarli. Il 20 agosto i cinque componenti della famiglia Gani entrarono nelle celle di San Vittore a Milano.
Uniti nella disperazione, ma mi consola che il trovarsi tutti assieme limitasse la loro disperazione.
Il 7 settembre vennero trasferiti nel campo di raccolta di Bolzano-Gries.
Il 24 ottobre, sul convoglio n° 18 siglato RSHA (la sigla dell’istituzione delle SS deputata all’esecuzione dello sterminio in tutta Europa), partirono da Bolzano-Gries alla volta di Auschwitz.
C’era un solo bambino su quel treno, Alberto Gani, di dieci anni. Con la sua innocenza e i suoi calzoni corti.
Per quattro giorni viaggiarono stipati come bestie e martoriati dalla sete.
Il 28 ottobre era ancora notte quando il convoglio s’incanalò sul binario che entrava nel lager di Auschwitz.
In una scena da incubo, fra guardie che urlavano, donne che piangevano, uomini che imploravano e i cani che abbaiavano, i prigionieri vennero fatti scendere; il dottor Mengele o uno dei suoi collaboratori li aspettavano per la selezione. Giuseppe, Speranza e il piccolo Alberto vennero inviati immediatamente alle camere a gas.
Ester e Regina furono fra le 59 persone che superarono la selezione, come rivelano i documenti tedeschi conservati nell’archivio del museo di Auschwitz.
Furono destinate al lavoro da schiave o a qualche postribolo nazista. Finirono poi nel lager di Bergen Belsen, dove venivano concentrate soprattutto le donne, e dall’11 febbraio 1945, data dell’ultimo avvistamento da parte di un testimone, non se ne seppe più nulla.
Chissà cosa provarono in quei giorni di assoluta reificazione, chissà se le due ragazze, avessero vissuto almeno qualche illusorio momento di speranza di sopravvivere.
Ogni volta che ci passo non posso fare a meno di pensarci.
Penso ad Alberto, 10 anni e a suo padre, il suo dolore, lo stesso che potrei provare io nelle sue condizioni d’impotenza e inutilità nel non poter proteggere il senso stesso della propria esistenza. Penso a chi denunciò, mosso dal denaro o dalla noia o dall’odio, chissà.
<<Si vede che li curavano. Li curavano sì. Perché a me hanno detto “Ohi della Ca’ Bianca! Lo sai che quelli che hanno gli ebrei vanno a finire male”. Mi hanno minacciato anche me, i fascisti, mentre andavo in campagna a portare da mangiare a mio padre. Mi hanno fermato bruscamente e mi hanno detto “Te fermati, fa vedere cosa hai nella borsa”. Avevo dentro un po’ di stufato con la polenta fredda, gliela portavo a mio papà, perché lui non veniva a casa a mezzogiorno. Poi la sera sono venuti i fascisti e ci hanno portati via. Anche a noi. Ci hanno portato nelle sue camere. Noi eravamo in cinque, allora tutti là nelle camere ad aspettare che veniva una risposta del papà Gani, che era riuscito a fuggire. I fascisti sono rimasti gli stessi. Ce ne è proprio uno qui vicino a me di casa. Anche dopo la guerra una volta che mi ha visto m’ha sputato per terra: “Oh per quelli là, chi sono quelli là, hanno fatto bene a prenderli>>. (Fernanda Casati figlia di Luigi)
Ne ho parlato con i miei suoceri, i quali mi raccontano che da bambini i genitori tra i vari rimproveri usavano anche quello di ” fa nò el giudè”.
Fonti
“Dalla Brianza ai lager del III Reich” – di Pietro Arienti – Editore Bellavite – Missaglia 2012 https://www.liceoclassicomanzoni.edu.it/old/iniziative-progetti-liceo-manzoni/progetti-letteratura-storia/archivio-memoria/giorno-memoria-2004/ https://brianzacentrale.blogspot.com/2019/01/seregno-storia-della-famiglia-gani.html https://www.brianzapopolare.it/sezioni/storia/gani/20030501_ga_ca_bianca.htm
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