

Dopo l’operazione militare speciale della Casa Bianca in Venezuela, Maurizio Landini è sceso in strada e, al presidio della CGIL convocato a Roma il 5 gennaio, ha denunciato la cattura di un “presidente eletto dal popolo”, cosa che – ha aggiunto il segretario del principale sindacato italiano – “in democrazia non dovrebbe avvenire”. (cfr. qui)
Nelle stesse ore il direttore di Libero, Mario Sechi, ha vergato un entusiastico editoriale, salutando il “regime change in Venezuela” grazie alla cattura di “un delinquente internazionale che ha truccato le elezioni, affamato il popolo e incarcerato gli oppositori” e – già che c’era – ha anche benedetto le mire statunitensi sulla Groenlandia, visto il “problema di contenimento della Cina e della Russia nell’Artico” e l’impossibilità di demandare alla Danimarca (cui appartiene il territorio della Groenlandia) la “difesa delle coste del Nord America”.
Gli argomenti utilizzati dal segretario della CGIL e dal direttore di Libero sono perfettamente simmetrici e rimandano a quell’opposizione tra “verità inutili” e “menzogne utili” che Nicola Chiaromonte (chi era costui?) individuava come il sigillo della malafede ideologica, cioè delle credenze non effettivamente credute, ma utilizzate come puro strumento di potere, cioè in primo luogo di seduzione o intimidazione politica.
Le verità inutili sono quelle che risultano perdenti nella lotta per il potere (perché minoritarie, incomprese, difficili o censurate), mentre le menzogne utili sono quelle che, per così dire, funzionano: cioè persuadono, mobilitano e più spesso confortano pregiudizi inveterati e difficili da scalfire.
Nel pensiero di Chiaromonte, come in quello di Hannah Arendt, il totalitarismo non si limita a servirsi della menzogna, ma, ancora più radicalmente, nasce da essa. Non solo dalla volontà di sopraffazione e di dominio, ma in primo luogo da un ecosistema cognitivo e politico fondato sull’oblio della verità.
Per tornare a Landini e Sechi, entrambi non solo mentono, ma sanno perfettamente di mentire. Maduro, a differenza di quel che dice il segretario della CGIL, non era un presidente legittimamente eletto, né il Venezuela una democrazia. Il disegno di Trump non è affatto il regime change (l’ha anche dichiarato a chiare lettere, ma le “menzogne utili” postulano una sordità selettiva) e l’annessione della Groenlandia, che è già una piattaforma perfettamente integrata nel sistema di difesa NATO, non serve affatto a neutralizzare attacchi russi e cinesi, come sostiene il direttore di Libero.
Per entrambi, però, queste menzogne utili sono utili a giustificare due imposture ideologicamente necessarie e non derogabili, in un caso anacronisticamente anti-imperialista e, nell’altro, corriva con la dottrina della potenza americana come nuova frontiera morale dell’Occidente. Landini sa benissimo che Maduro era un poco di buono e Sechi sa benissimo che Trump è un predatore, ma sanno entrambi che queste verità non sono compatibili con le esigenze delle rispettive fazioni.
Nel tempo della malafede conta diffondere false verità, ma ancora di più accreditare la malafede stessa, anche la più scoperta, come fonte di legittimità e crisma di potenza, cosicché la verità stessa (la verità dei fatti, con la minuscola) cessi di essere un limite pratico per l’esercizio del potere e diventi un’oziosa obiezione teorica degli sconfitti e degli esclusi della storia.
Che oggi sono, nel caso di specie, quelli che non stanno né con Landini né con Sechi (e né con Maduro né con Trump).

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Purtroppo non sono i soli. E se volessimo redigere una graduatoria – esercizio peraltro accademico – in testa ci metterei una nutrita schiera di politici, la cui responsabilità è ben maggiore di quella dei due soggetti citati nell’ottimo ed emblematico articolo. Tutti indistintamente appartenenti alla categoria dei pifferai più o meno magici, comunque deleteri.
In effetti sembra il classico gioco a chi strilla più forte la panzana più grossa, figlio di una rigida interpretazione degli umori del proprio contado (lettori, elettori, ect) ma che non permette di comprendere la realtà, piuttosto la sua negazione attraverso il vociare insulso.