


L’antifascismo nasce come fondamento storico e morale della democrazia italiana, ma oggi rischia di diventare un marchio identitario, buono per fiere editoriali, biografie social e campagne politiche. Da Pasolini a Sciascia fino a Eco, il pezzo denuncia la trasformazione di una memoria viva in un simulacro: non più spazio critico contro ogni autoritarismo, ma ariete ideologico per distribuire patenti di legittimità e colpire chi non si allinea al coro.
Quando le parole smettono di essere custodi di una memoria storica e si trasformano in meri involucri commerciali, si realizza un fenomeno di “derivazione semiotica”: quel processo in cui il senso profondo delle cose si perde, la riflessione svanisce e il linguaggio capitola dinanzi a un rimando ricorsivo e circolare.
Il segno grafico o l’enunciato si staccano dalla realtà storica per fluttuare in un circuito puramente autoreferenziale, utile soltanto ad alimentare la polarizzazione e il radicalismo di giornata. Oggi, questo destino di svuotamento, o di totale assenza di idee, sembra aver colpito la parola “antifascismo”.
Da nobile fondamento storico della nostra architettura democratica, il termine è stato ridotto a un enunciato privo di contenuti complessi, a un “patentino” da fiera letteraria o a un contrassegno da esibire orgogliosamente nella biografia dei propri profili social. Non si richiede più un’adesione critica o una consapevolezza dei fatti storici, ma una pura e semplice sottomissione fideistica all’etichetta.
L’antifascismo è diventato uno dei prodotti più spendibili del marketing culturale contemporaneo: lo strumento perfetto per pubblicizzare un libro, lanciare un candidato alle elezioni o, più banalmente, per potersi sentire parte di un’élite autorizzata, l’aristocrazia dei “giusti”.
In questa bizzarra mutazione, la parola ha smesso di unire e ha iniziato a colpire. Viene utilizzata come un vero e proprio ariete ideologico per sgretolare il pensiero libero, marchiando d’ufficio come eretico o complice chiunque osi declinare la realtà al di fuori dello spartito fissato dal mainstream.
Questo cortocircuito culturale era stato ampiamente profetizzato dalle intelligenze più acute del nostro Novecento, le quali avevano compreso come la retorica dell’antifascismo di maniera potesse tramutarsi nell’esatto opposto della libertà.
Pier Paolo Pasolini, con la sua spietata chiaroveggenza, denunciava già negli anni Settanta l’avvento di un “antifascismo archeologico”, un comodo feticcio polemico agitato da una borghesia progressista incapace di vedere il vero totalitarismo conformista e consumistico che stava distruggendo la società. Per Pasolini, quell’antifascismo fuori tempo massimo era una maschera di distrazione di massa.
Sulla stessa linea di rigore intellettuale si muoveva Leonardo Sciascia, che non esitò a denunciare i professionisti dell’antifascismo parlamentare e di facciata, avvertendo che nulla è più temibile dell’intolleranza quando si veste degli abiti della virtù. Sciascia vedeva nel conformismo della professione di fede obbligatoria lo stesso germe di prevaricazione contro l’individuo che aveva caratterizzato il Ventennio.
Anche Umberto Eco, nella sua celebre disamina sul “fascismo eterno”, o “Ur-Fascismo”, ricordava che il pericolo totalitario si annida proprio nella semplificazione del linguaggio, nel rifiuto del ragionamento analitico e nella creazione di categorie binarie che impediscono di cogliere le sfumature del reale.
Resta da chiedersi se una società che rinuncia alla dialettica profonda per rifugiarsi nell’evocazione rituale e circolare dei suoi traumi possa ancora rivendicare un controllo sul proprio futuro. Di fronte a un linguaggio ridotto a prontuario di anatemi, patenti e censure, sorge il dubbio se si stia davvero proteggendo lo spazio della libertà o se, al contrario, non si stia silenziosamente legittimando un nuovo modello di conformismo, la cui unica regola è l’allineamento al coro.
La risposta, probabilmente, risiede nella capacità di ciascuno di sottrarsi alla semplificazione del mercato dei giusti, restituendo alle parole il peso del loro spessore storico. O forse, più semplicemente, nella scelta di ricominciare a pensare dinanzi al silenzio dei simulacri.
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