


Un ex creativo della moda racconta, partendo da una domanda ricevuta al bar, il mistero della creatività: non solo tecnica, apprendistato e disciplina, ma anche talento, gusto, intuizione e capacità di anticipare il desiderio collettivo. Tra ricordi familiari, artigianato, moda, Hegel e Vico, emerge l’idea che lo stile nasca dall’incontro fra sensibilità personale e dinamiche sociali, fra innovazione e ritorno del passato, lasciando però intatto quel nucleo misterioso che nessuna esperienza riesce davvero a spiegare.
Recentemente un amico, ex manager di alto livello con cui divido qualche mattinata seduto al bar da pensionato, mi ha chiesto da dove nasca la creatività, conoscendo il lavoro che ho svolto per un cinquantennio.
Sul momento non gli ho saputo rispondere perché, in verità, non mi ero mai soffermato su questo argomento. Gli ho promesso però di pensarci e, all’incontro successivo, ho soddisfatto la sua curiosità.
Vi racconto cosa gli ho detto dopo qualche giorno di riflessione, basata su domande rivolte a me stesso e sulla ricapitolazione dei molti ricordi di una carriera lunga e varia.
Premetto che in famiglia l’attività era nel tessile e, di conseguenza, nella moda; fin da bambino ho respirato quell’aria. Finito il liceo, mi iscrissi però a Ingegneria, perché le automobili erano la mia grande passione. Per varie ragioni, non ultima una certa pigrizia, abbandonai quel sogno, risucchiato dalle lusinghe, anche economiche, di mio padre.
Va anche detto che “ai miei tempi” non esistevano molte scuole di creatività nel campo della moda. Vigeva il regime dell’apprendistato, come accadeva per imparare a fare il sarto o il soffiatore di vetro di Murano.
Nell’isola della laguna, l’apprendista, fin da ragazzino, porgeva gli attrezzi al maestro mentre questi modellava la massa incandescente. Per molti anni non faceva altro. Poi, un giorno, gli venivano consegnati la canna da soffio, il puntello, la borsella, i taglianti, la bardella e lo scagno. Nessuno aveva bisogno di spiegargli altro: quasi per incanto era pronto a realizzare opere d’arte in vetro.
Perché la cosa più difficile da insegnare non è la tecnica, ma la fantasia, il gusto, il senso delle forme e delle proporzioni, l’accostamento dei colori, l’estro, l’intuizione, la capacità di innovare. La tecnica può essere trasmessa; la sensibilità no. Si può insegnare come usare uno strumento, ma non quando fermarsi, quando osare e quando togliere invece di aggiungere. È lì che nasce lo stile personale. Il resto si impara con il tempo, come suonare uno strumento o cucinare un buon risotto alla milanese.
Ma c’è un elemento ulteriore, strettamente personale, imponderabile e imprevedibile: il talento, cioè la capacità innata di fare una determinata cosa meglio e prima degli altri. Tuttavia il talento, da solo, non basta. Senza disciplina, senza esercizio e senza fatica rimane soltanto una possibilità. È il lavoro quotidiano che lo trasforma in un risultato.
La tecnica è un ferro del mestiere: la puoi acquisire in una scuola o durante un apprendistato. Ma Giotto, per superare Cimabue, ci ha messo del suo.
Nel mio piccolissimo ho avuto due genitori molto eleganti e chic, oltre che severi in fatto di abbigliamento. A me piaceva imitare mio padre nel vestire, mentre mio fratello minore era del tutto disinteressato all’argomento. Ne deduco che la mia adesione a certi cliché appartenesse già alla mia personalità.
Su queste basi, quando la moda è diventata il mio campo di lavoro, ho costruito la mia capacità di inventare prodotti usando come alfabeto i materiali, i colori, le decorazioni e le fogge. Ma un alfabeto non è ancora un linguaggio. Le lettere devono diventare parole e le parole raccontare una storia.
Con l’aiuto della fantasia si riesce a vedere con gli occhi della mente una cosa già fatta e finita, prima ancora di cominciare. Serve poi la curiosità, che ti tiene sempre in allarme e ti fa vedere quello che gli altri non vedono; l’intuito, che abbrevia i tempi delle decisioni; e la passione, che ti fa ricominciare ogni volta, perché quello che hai appena realizzato non ti soddisfa mai fino in fondo ed è diverso da come lo avevi immaginato.
Il creativo, in fondo, non inventa soltanto per sé stesso. Cerca di intuire ciò che le persone desidereranno domani, quando ancora oggi non sanno di volerlo. È questa capacità di anticipare il gusto collettivo che distingue un esercizio di fantasia da una vera innovazione.
Ma qual è il processo che determina il passaggio dall’idea, che spesso nasce nel singolo, allo stile, che invece è un fenomeno collettivo e di rilevanza sociale?
A questo contribuiscono due fattori sostanziali e poco noti. Il primo è che il mondo della moda è un club piuttosto esclusivo, dove tutti si conoscono, si parlano, ma soprattutto si osservano, si influenzano e si copiano.
Il secondo è più sottile. Attiene a una dinamica quasi inevitabile: come nella dialettica hegeliana, ogni stile genera il proprio contrario. Dopo molto colore nasce il desiderio del bianco, del nero e del grigio; dopo tanti fiori arrivano le geometrie; dopo le minigonne tornano le gonne lunghe. È il continuo alternarsi degli opposti a tenere viva la moda.
Ma la moda conosce anche un’altra dinamica, che richiama la teoria dei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico. Nulla scompare davvero: periodicamente ritornano fogge, colori, tessuti e dettagli del passato, reinterpretati secondo il gusto del presente. È ciò che oggi definiamo vintage. Non è semplice nostalgia, né una pedissequa ripetizione di ciò che è stato, ma il desiderio di riscoprire uno stile, rileggerlo con occhi nuovi e renderlo nuovamente contemporaneo. Anche il passato, specie se dimenticato, può diventare una forma di innovazione.
Questo, in sintesi, ho spiegato al mio amico, che non mi è sembrato del tutto convinto e, probabilmente, aveva ragione. Perché la creatività si può osservare, raccontare, perfino analizzare, ma nella realtà continua a sfuggire a ogni definizione.
Resta il fascino e l’alone di mistero che il creativo, in ogni campo, crea anche involontariamente intorno a sé: un quid che nemmeno una vita di esperienza riesce a spiegare.

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