


La condanna di Mauro Moretti per la strage di Viareggio solleva una questione che va oltre il singolo processo: l’uso del sistema penale come strumento di compensazione simbolica del dolore collettivo. In una vicenda segnata da trentadue vittime e da una tragedia indicibile, la figura apicale delle Ferrovie è diventata il punto necessario su cui scaricare l’esigenza pubblica di punizione.
Di fronte a un incidente ferroviario disastroso come quello avvenuto alla stazione di Viareggio il 29 giugno 2009 — trentadue morti, mostruosamente carbonizzati dall’esplosione, e oltre cento feriti — l’imputazione e la condanna coatta della figura di vertice delle ferrovie nazionali, in un Paese in cui al sistema penale è impropriamente assegnato il compito di trasformare l’indignazione in sentenza, sono diventate una domanda inderogabile.
Una domanda alla cui soddisfazione i giudici penali di merito e di Cassazione non hanno potuto sottrarsi, per non dare l’impressione che qualcuno fosse risparmiato, perché troppo potente, dalla giusta punizione per così tante vittime innocenti.
Temo che solo così possa razionalmente spiegarsi la condanna che ha portato ieri l’ex amministratore delegato di FSI, Mauro Moretti, nel carcere di Orvieto, a scontare una pena di cinque anni per disastro ferroviario colposo.
Tutte le altre spiegazioni sono meno credibili e anche meno benevole nei confronti di quanti, in questa lunghissima vicenda giudiziaria, hanno deciso che il capo delle ferrovie italiane dovesse essere condannato, pur avendo rispettato le disposizioni che era tenuto a osservare e a imporre nella governance aziendale, anche delle imprese controllate, in materia di controllo sui trasporti merci.
Gli è stato rimproverato di non avere compreso la loro potenziale insufficienza e quindi di non avere fatto in modo che le società controllate dalla capogruppo FSI le interpretassero ed eventualmente le “forzassero”, per renderle adeguate alle esigenze di sicurezza.
L’incidente fu infatti causato dal deragliamento, per il cedimento di un assile, di un carro cisterna di una società tedesca, noleggiato da una società del gruppo FS. Per quell’incidente sono stati processati e condannati i responsabili sia dell’impresa tedesca proprietaria del carro deragliato, sia dell’impresa che aveva provveduto alla sua manutenzione.
Le norme europee sull’interoperabilità ferroviaria esigono di considerare regolarmente omologati i carri ferroviari certificati in un altro Stato membro e impediscono controlli o trattenimenti alla frontiera.
A Moretti è stato contestato di non avere provveduto a integrare la complessiva architettura del sistema di gestione del rischio ferroviario e di essere dunque venuto meno ai propri obblighi di diligenza, non avendo imposto standard e controlli diversi e più rigorosi di quelli richiesti dalla normativa applicabile sui carri circolanti sulla rete ferroviaria italiana.
È dunque tutt’altro che peregrino affermare — come hanno sostenuto l’avvocata Ambra Giovene, legale di Moretti, e l’ex presidente dell’Unione delle Camere penali, l’avvocato Giandomenico Caiazza — che Moretti è stato condannato per non avere disapplicato o violato una direttiva europea e le conseguenti norme italiane sull’interoperabilità ferroviaria.
Che Moretti non solo dovesse essere inderogabilmente condannato, ma dovesse varcare anche le porte della galera — perché la sua punizione fosse certificata dalle sbarre di una cella — è abbastanza evidente dall’applicazione minima delle attenuanti generiche, con la diminuzione della pena di un nono e non di un terzo. Una riduzione più ampia gli avrebbe consentito di scendere sotto la soglia dei quattro anni e quindi di chiedere l’affidamento ai servizi sociali.
All’ex amministratore delegato delle ferrovie italiane non hanno giovato una fredda superbia e una frase — definì la tragedia “uno spiacevole incidente”, come la foratura di uno pneumatico — che di certo non ha migliorato la sua immagine pubblica e ha comprensibilmente esacerbato il rancore dei familiari delle vittime. Nondimeno, a perderlo in questa vicenda non sono stati comportamenti soggettivi, ma un’oggettiva e incontrastata dilatazione della giurisdizione penale molto oltre i suoi limiti costituzionali.
Non esiste ormai materia di sensibile e grave allarme sociale in cui sui giudici chiamati a decidere della colpevolezza di un imputato non pesi l’onere di non deludere le aspettative dell’opinione pubblica, di non offendere il dolore delle vittime e di risarcire una ferita della società con un atto esemplare di giustizia, che però ha ben poco a che fare con quella specifica giustizia che i giudici penali dovrebbero amministrare.
Di questa deriva è certamente responsabile la magistratura italiana e, in particolare, quella requirente, che ormai rivendica il cosiddetto “controllo di legalità” come una forma di rappresentanza dei diritti del popolo più neutrale e disinteressata di quella della politica.
Una parte decisiva della responsabilità spetta però a una cultura diffusa praticamente in tutti i settori dell’opinione pubblica, per cui la giustizia penale, proprio per il fatto di essere la più cruenta e afflittiva, è anche quella più esemplare e quindi più adeguata a tracciare e presidiare il confine tra il bene e il male e a “fare pulizia” nella società. Ma la funzione politico-liturgica della condanna e della pena è esattamente agli antipodi di una giustizia giusta e di un sistema penale liberale.
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E la condanna è stata confermata in ben tre gradi di giudizio, segno che il giustizialismo è ormai il metro di ogni inchiesta. Un po\’ per assecondare una vasta opinione pubblica, un po\’ per affermare il proprio potere incontrastato e avallato da un referendum??
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