


Nella seconda parte del ritratto di Nathan Greppi, il caso Anna Foa diventa ancora più evidente. Presentata come voce coraggiosa e coscienza critica dell’ebraismo italiano, Foa appare invece pienamente inserita in un circuito mediatico e culturale che premia chi trasforma Israele nell’imputato permanente della storia. Un conformismo che paga in visibilità, presenze televisive, legittimazione editoriale e riconoscimenti pubblici.
Un’altra accusa che la sinistra propal rivolge sovente allo Stato Ebraico e che la Foa ha ripetuto acriticamente è quella di apartheid. Intervistata nel maggio 2025 su “L’Unità”, è arrivata a dire che forse Israele non è mai stata una democrazia, e che “non ha mai avuto un atteggiamento paritario nei confronti dei suoi cittadini ebrei e dei cittadini palestinesi”.
Pur sottolineando giustamente il fatto che la condizione degli arabi con cittadinanza israeliana è diversa da quella dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, la Foa non ha tenuto conto del fatto che gli arabi israeliani hanno sempre avuto il diritto di voto e di avere i propri rappresentanti eletti nella Knesset, il parlamento israeliano. Così come esistono giudici arabi nella Corte Suprema d’Israele e docenti arabi negli atenei israeliani.
La tesi dell’apartheid è stata smentita persino da due nipoti di Nelson Mandela, Zamaswazi “Swati” Dlamini-Mandela e Zaziwe Dlamini-Manaway. Recatesi in visita in Israele e a Gaza tra settembre e ottobre 2025, in un’intervista al sito “Jewish News” hanno detto: “L’apartheid era una separazione razziale imposta dal governo. Quello che abbiamo visto in Israele e a Gaza è molto diverso. Non c’è paragone. Abbiamo visto comunità ebraiche e arabe vivere, lavorare, sposarsi fianco a fianco. L’equiparazione delle due storie le travisa entrambe”.
Pur riconoscendo la crescita dell’antisemitismo dopo il 7 ottobre, la Foa lo ha spesso minimizzato o attribuitone la colpa al governo israeliano. Lo ha fatto dopo la strage antisemita di Bondi Beach, in Australia, quando in un’intervista al quotidiano “Il Dubbio” ha accusato Netanyahu di aver sollecitato l’antisemitismo, assolvendo di fatto le politiche filopalestinesi del governo australiano di Antony Albanese.
Talvolta ha anche detto delle vere e proprie falsità. Nel dicembre 2025, interpellata da “L’Unità” ha definito il DDL Delrio contro l’antisemitismo “Qualcosa di assolutamente pazzesco. Praticamente si isola Israele, lo si rende intoccabile. Non è consentito fare critiche alle politiche del suo Governo, espresse in manifestazioni, espresse in libri, espresse sui giornali, perché in qualche modo qualunque critica viene definita come antisemita e quindi ricade sotto una serie di norme e di leggi che rendono questa critica punibile”.
Peccato che la definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) sull’antisemitismo che ha ispirato quel disegno di legge non dica affatto che sia vietato criticare Israele. Essa, nello specifico, indica tra le pratiche da condannare quella di “negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico”.
In pratica, non dice affatto che non si possa criticare Israele, ma che questa critica non deve sconfinare nel negarne il diritto all’esistenza. Oltretutto, già nel 2020 la definizione IHRA era stata adottata dal Consiglio dei ministri ai tempi del secondo governo Conte.
In un articolo su “La Stampa” del settembre 2025, la storica è arrivata anche a mettere in atto un vero e proprio revisionismo storico, equiparando le espulsioni degli ebrei nell’Europa del Medioevo alle evacuazioni dei civili a Gaza. A queste tesi ha risposto per le rime su “Il Riformista” Alessandra Veronese, già docente di storia medievale presso l’Università di Pisa.
Secondo la Foa, “le cacciate degli ebrei medievali, in fondo, non erano sempre accompagnate dalla minaccia di morte imminente. Potevano andare altrove, rifarsi una vita”, ha scritto la Veronese. “Certo: poco importa che venisse loro tolto tutto, come nel 1290 in Inghilterra, nel 1306 in Francia, nel 1492 in Spagna e nel 1497 in Portogallo”.
Ha aggiunto che “Foa scorda di menzionare le ricorrenti persecuzioni che quasi sempre precedettero quelle espulsioni, oppure le stragi a cui non necessariamente fece seguito un’espulsione. In Renania, nel 1096, durante la cosiddetta Crociata dei pezzenti; nel regno d’Inghilterra, a partire dai pogrom di fine XII secolo; in Spagna nel 1391, con migliaia di morti e altrettante conversioni forzate. Persecuzioni ed espulsioni che avvenivano solo a causa della diversa fede religiosa. Gli ebrei d’Europa non ammazzavano i cristiani, e certamente non costituivano una minaccia esistenziale per la popolazione”.
Sebbene venga dipinta a più riprese come una voce “coraggiosa” o addirittura come la “coscienza critica” dell’ebraismo italiano, è un dato di fatto che esporsi pubblicamente al fianco dei propal ha portato ad Anna Foa soprattutto privilegi.
Quando si occupava della storia degli ebrei italiani era nota principalmente agli addetti ai lavori, mentre l’essersi riciclata come “esperta” di Medio Oriente l’ha resa un ospite fissa dei salotti televisivi e dei giornali di sinistra, con suggello dato dalla vittoria del primo Premio Strega per la saggistica.
Se si mettono a confronto le sue posizioni precedenti al 2024 con quelle più recenti, e ciò che questo cambio di casacca le ha fruttato, è chiaro che questo le ha portato soprattutto privilegi. Viene spacciata per impegno civile e fuori dal coro quella che, a dire il vero, sembra soprattutto un’operazione di marketing.
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