


La crisi americana non nasce dalla perdita di potenza, ma dall’incapacità crescente di trasformarla in influenza stabile. Tra unilateralismo, sfiducia degli alleati e frammentazione dell’ordine globale, Washington resta forte, ma sempre meno capace di guidare il sistema.
Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare, tecnologica, finanziaria e diplomatica del sistema multipolare internazionale. Dispongono ancora di una rete di alleanze e di capacità militari globali senza eguali, di un ecosistema tecnologico avanzato e in continua evoluzione, di un peso finanziario dominante e di una straordinaria capacità di proiezione della potenza economica. La capacità di proiezione dell’influenza strategica è però in evidente e inarrestabile declino.
Eppure, proprio qui si colloca il paradosso strategico dell’attuale competizione globale: l’America non la sta perdendo perché non ha più potere, bensì perché appare sempre meno capace di trasformare la superiorità multidominio in un’efficace applicazione degli strumenti fondamentali di potere (politico, militare, economico, tecnologico, sociale e informativo) per conseguire gli effetti strategici desiderati, al fine di realizzare una stabile influenza globale, attraverso la legittimità politica, la fiducia diplomatica e la leadership sistemica.
La competizione strategica non si vince soltanto con la superiorità militare, il controllo tecnologico, le sanzioni economiche o i dazi, la deterrenza strategica o la capacità di pressione economica. Si vince indirizzando politicamente l’ambiente internazionale, costruendo coalizioni, preservando la fiducia degli alleati, influenzando le istituzioni, definendo standard, producendo consenso e offrendo agli altri attori un orizzonte strategico favorevole e credibile.
È su questo terreno, più politico che militare, più diplomatico che coercitivo, più sistemico che tattico, che gli Stati Uniti hanno progressivamente perso l’iniziativa. Il “memorandum of understanding” firmato con la Repubblica islamica dell’Iran (quantomeno singolare per contenuti), il “Board of Peace” per la soluzione della questione palestinese, la richiesta, almeno mercantilista (se non coercitiva), di un incremento delle spese per la difesa in ambito NATO (privilegiando il comparto industriale statunitense) sono fatti indiscutibili.
Le relazioni personali con i leader del mondo occidentale si sono deteriorate sino a giungere a un livello inaccettabile di insulti e di turpiloquio.
La leadership americana del secondo dopoguerra non si è fondata soltanto sulla forza. Si è strutturata sulla capacità di coniugare potenza militare, apertura economica, architetture istituzionali, garanzie di sicurezza, valori liberaldemocratici, innovazione tecnologica e produzione di beni pubblici a livello globale.
Washington non era soltanto il centro del potere occidentale. Era il principale organizzatore (con i suoi pregi e i suoi difetti) dell’ordine internazionale.
Questa equazione si è incrinata
Negli ultimi anni, la postura di politica estera e di relazioni internazionali degli Stati Uniti è apparsa sempre più incerta, transazionale, mercantilista, discontinua e spesso incoerente. Organizzazioni internazionali, accordi multilaterali, istituzioni globali, regimi commerciali, strumenti di sviluppo e perfino alleanze consolidate vengono trattati come vincoli alla sovranità nazionale più che come moltiplicatori della propria influenza strategica.
Il risultato è una perdita progressiva di credibilità
Il punto non è che la Cina, la Russia o altri attori abbiano improvvisamente costruito un modello globale più attraente, più legittimo o più efficace. Il punto è diverso: i concorrenti degli Stati Uniti non devono necessariamente superare Washington in ogni ambito. Devono soltanto sfruttare lo scarto crescente tra le capacità e la coerenza nelle decisioni strategiche americane.
La potenza degli Stati Uniti rimane. La capacità di conversione in atti politici è in declino
Questo fenomeno è particolarmente visibile nel rapporto tra gli Stati Uniti e il multilateralismo. Le istituzioni internazionali non sono semplici arene diplomatiche neutre. Sono un terreno strategico. Definiscono regole, standard, accesso, legittimità, priorità di sviluppo, risposte alle crisi e vantaggio reputazionale. Chi presidia queste istituzioni non si limita a svolgere procedure burocratiche: plasma l’ambiente strategico.
Quando gli Stati Uniti si ritirano, delegittimano, sottofinanziano o bypassano le istituzioni che essi stessi hanno contribuito a costruire, creano un vuoto. E quel vuoto viene colmato da altri: potenze rivali, attori intermedi, coalizioni regionali, piattaforme alternative, formati flessibili, nuove geometrie diplomatiche.
In questo senso, il disimpegno americano dal terreno multilaterale non rafforza automaticamente la sovranità degli Stati Uniti. Al contrario, riduce la loro capacità di orientare il sistema.
La competizione contemporanea non riguarda soltanto il controllo di territori, rotte marittime, tecnologie o risorse critiche. È una competizione sull’ordine globale.
Chi definisce le regole?
Chi stabilisce gli standard?
Chi interpreta la legittimità?
Chi organizza le coalizioni?
Chi offre garanzie credibili?
Chi appare prevedibile?
Chi viene percepito come necessario?
Per decenni, la risposta a molte di queste domande era stata: gli Stati Uniti. Oggi, quella risposta è meno automatica.
Il problema non è soltanto la politica estera americana in senso stretto. È la trasformazione della volatilità interna in una vulnerabilità strategica. Gli alleati e i partner non valutano soltanto le capacità militari o economiche di Washington. Valutano anche la continuità degli impegni, l’affidabilità delle decisioni, la tenuta istituzionale, la prevedibilità delle scelte e la possibilità che una garanzia data oggi venga ribaltata dopo la prossima elezione.
Per molti governi, la domanda non è più soltanto: “Che cosa dicono oggi gli Stati Uniti?”. La domanda è diventata: “Lo penseranno ancora domani?”. Chiedere alla Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana.
Questo dubbio strategico ha un costo. Non comporta necessariamente rotture immediate, ma genera prudenza, distanza, diversificazione e coperture. Gli alleati continuano a cooperare con gli Stati Uniti perché hanno bisogno della deterrenza, dell’intelligence, della tecnologia, dei mercati e delle garanzie di sicurezza americane.
Ma la collaborazione non implica automaticamente fiducia. Un partner può cooperare tatticamente e, al contempo, coprirsi strategicamente. Tutto questo è valido e avrà un senso sino al prossimo Summit della NATO di Ankara, del 7-8 luglio 2026.
È qui che si inserisce un altro fenomeno politico assolutamente rilevante: la crescita del minilateralismo.
Cioè la formazione di coalizioni ristrette, flessibili e orientate a obiettivi specifici. In questi momenti di fluidità e complessità strategica, dove l’ordine globale è stato completamente disarticolato e il nuovo ordine mondiale non si sta ancora formando, non va liquidata come un errore.
Può essere utile. In un ambiente geopolitico e strategico internazionale frammentato, piccoli gruppi di Stati affini o con interessi nazionali convergenti possono agire più rapidamente delle grandi istituzioni multilaterali. Possono promuovere una cooperazione concreta in settori quali la sicurezza marittima, le tecnologie critiche, le catene di approvvigionamento, l’industria della difesa, l’energia, le infrastrutture e la deterrenza regionale.
Tuttavia, il minilateralismo è anche un sintomo. Mostra che gli Stati si aspettano sempre meno dalle architetture multilaterali universali e sempre più dalle coalizioni selettive. Può essere una risposta pragmatica alla paralisi istituzionale, ma può anche accelerare la frammentazione definitiva del sistema multilaterale verso una polarizzazione cristallizzata, in cui la stabilità è garantita dalla proiezione di potenza.
Ancor di più, risulta cruciale. È una via di mezzo tra l’isolamento internazionale e l’appartenenza a grandi formazioni multinazionali.
Per gli Stati Uniti, ciò genera un paradosso. Washington può ancora organizzare coalizioni efficaci con alleati e partner stretti, ma la capacità di costruire piccoli club non equivale a quella di guidare un ordine internazionale. I formati minilaterali possono generare capacità, ma non necessariamente consenso globale. Possono rafforzare la deterrenza, ma anche alimentare la percezione di una politica dei blocchi. Possono risolvere problemi specifici, ma indebolire l’idea di un ordine comune.
La frammentazione competitiva
Il rischio strategico è che gli Stati Uniti passino progressivamente dalla costruzione di un nuovo ordine globale alla gestione di club. Storicamente, la forza della leadership americana consisteva nel collegare alleanze, istituzioni, mercati, sviluppo, sicurezza e norme in un’ampia architettura internazionale. Se questa architettura viene sostituita da coalizioni selettive e transazionali, la leadership americana diventa più ristretta, meno universale e più facilmente contestabile.
La stessa logica può essere sfruttata anche da altri. Cina, Russia e potenze intermedie possono promuovere piattaforme alternative, meccanismi paralleli, coalizioni regionali e narrazioni di contestazione dell’ordine occidentale. Molti attori del Sud globale possono partecipare ad alcune iniziative guidate dagli Stati Uniti, mantenere relazioni economiche con la Cina, dialogare con piattaforme non occidentali e preservare margini di autonomia politica.
Anche la dimensione geoeconomica conferma questa tendenza. Dazi, sanzioni, controlli sulle esportazioni, restrizioni agli investimenti e politiche industriali possono costituire strumenti legittimi della competizione strategica. Il problema non è la loro esistenza. Il problema è la loro orchestrazione.
Quando questi strumenti vengono percepiti come unilaterali, imprevedibili, transazionali o coercitivi, generano ansia sistemica anche tra partner e alleati che condividono molte delle preoccupazioni americane sulla Cina, sulla Russia, sulla dipendenza tecnologica o sulla vulnerabilità delle catene di fornitura.
Una coalizione può accettare la pressione se questa è inserita in una strategia comune credibile. La rifiuta quando appare come un’imposizione unilaterale. L’insensata operazione militare condotta insieme a Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, senza alcuna consultazione preventiva con gli Alleati, ha creato un vulnus probabilmente irreparabile.
Gli Stati Uniti perdono terreno nella comunicazione strategica e nella guerra informativa
La competizione strategica è anche caratterizzata da operazioni di influenza sia cognitive sia politiche. Nello scenario geopolitico, economico e antropico attuale, la realtà si sviluppa in tutti i domini umani e tecnologici e viene influenzata dall’uso simultaneo di diversi strumenti di potere. Lo scontro cognitivo si svolge sull’interpretazione degli eventi, sulla legittimità delle decisioni, sulla credibilità dei modelli e sulle visioni e immagini di futuro che ogni attore può presentare.
Washington continua a parlare di libertà, sovranità, democrazia e regole, ma la sua diplomazia sembra diventare sempre più selettiva, punitiva, mercantilista (deal-driven) o autoreferenziale, rendendo la leadership americana meno persuasiva.
Io credo che il dilemma strategico sia se il modello americano sia ancora abbastanza convincente da organizzare l’azione collettiva del mondo libero occidentale. Molti Stati non vogliono scegliere in modo definitivo tra Washington e Pechino, tra Occidente e potenze alternative, tra alleanza e autonomia. Cercano spazio di manovra, accesso ai mercati, infrastrutture, tecnologia, sicurezza energetica, connettività digitale, rispetto diplomatico e flessibilità politica.
Se gli Stati Uniti esercitano pressione senza prevedibilità, allineamento senza sufficiente rispetto politico o partnership senza una rassicurazione strategica stabile, spingono questi attori verso strategie multivettoriali. L’hedging non è più un comportamento marginale. È una caratteristica strutturale del sistema internazionale.
Le conseguenze sono profonde.
Gli Stati Uniti restano militarmente formidabili, ma la loro influenza politica è in declino e non più credibile. Restano tecnologicamente avanzati, ma la competizione per gli standard globali si intensifica. Restano centrali nella finanza internazionale, ma altri attori esplorano modalità per ridurre l’esposizione alla leva finanziaria statunitense. Restano il perno di molte alleanze, ma gli alleati investono sempre più in ridondanza, autonomia e diversificazione.
La superiorità militare americana non potrà compensare indefinitamente la sottoperformance diplomatica. In un ambiente strategico a spettro completo, multidominio e sempre più cognitivo, la forza militare è necessaria ma insufficiente. Gli effetti decisivi derivano dall’integrazione di diplomazia, economia, tecnologia, informazione, istituzioni, sviluppo, resilienza e legittimità. È questa integrazione che oggi appare indebolita.
La conclusione è necessaria: gli Stati Uniti non hanno perso la loro potenza. Hanno perso la disciplina strategica e la credibilità politica necessarie per trasformare quella potenza in un’influenza duratura. Hanno progressivamente degradato l’architettura dell’influenza che rendeva la loro potenza strategicamente efficace.
Il recupero non richiederebbe soltanto un cambiamento di linguaggio. Richiederebbe un vero reset strategico: ricostruire la fiducia con gli alleati, rientrare nelle istituzioni come costruttori di regole e non come attori di rottura, allineare gli strumenti geoeconomici a una strategia di coalizione, ristabilire la coerenza tra principi e comportamenti e trattare l’impegno multilaterale non come un limite alla sovranità, ma come un moltiplicatore della potenza nazionale.
Fino a quando ciò non avverrà, la potenza americana resterà immensa. Ma il suo impatto strategico continuerà a diminuire. È il momento in cui l’Unione Europea dovrebbe sentirsi per la prima volta sola, ma con tutti gli Stati membri assolutamente coesi.
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Quadro complessivo sostanzialmente condivisibile in tutto. Mi limito ad una considerazione sintetica e che come tale non può essere del tutto esaustiva dinanzi ad uno scenario globale di assoluta articolazione e complessità.
A cosa serve la potenza se non è usata in modo intelligente? La potenza fine a sé stessa – non solo quella militare – finisce per essere auto-distruttiva ed è questo il pericolo crescente per gli USA nelle mani di Trump e della sua amministrazione. Autodistruzione = perdita, forse irreversibile, di fiducia e credibilità.
E se si volesse limitare almeno per un attimo il discorso alla potenza militare, l’andamento della guerra contro l’Iran ha evidenziato una deleteria sottovalutazione americana dell’avversario, laddove la tecnologia, per quanto avanzatissima, non è stata in grado da sola di portare gli USA alla vittoria. Viceversa, il risultato è stato una critica erosione di scorte di armi tecnologicamente avanzatissime, rivelatesi però inadeguate a fronteggiare una minaccia relativamente meno sofisticata e più economica. Altro segnale di grave carenza di analisi dei fattori pertinenti in una pianificazione operativa. E sono del convinto parere che questo sia stato uno dei motivi per cui Trump ha iniziato il balletto delle minacce e dei passi indietro nei confronti del regime iraniano.
Mini-lateralismo, e se prendesse corpo crescente sotto forma di coalizioni senza gli USA? Sino ad adesso l’amministrazione americana è stata magistralmente capace di minare alle fondamenta le alleanze storiche: AUSCANZUKUS, NATO, ASEAN, relazioni coi Paesi del Golfo per citarne solo alcune.
Sono infine totalmente d’accordo che per l’Europa questo debba essere uno sprone (doccia fredda) per iniziare a lavorare una volta per tutte a creare la propria autonomia strategica, processo peraltro denso di problemi e criticità ovvero assolutamente non facile, ma necessario.