

Ferrari entra nell’elettrico e scatena la rivolta dei puristi. Ma dietro le critiche alla Luce c’è anche il solito riflesso conservatore: il Cavallino ha già infranto altri tabù, e il mercato del lusso potrebbe trasformare questa scelta in un’operazione perfettamente calcolata.
La mia smodata passione per l’automobile risale alla prima infanzia.
Lo dichiaro perché sono stato da subito contrario all’avvento dell’auto elettrica, come ho avuto modo di esporre in vari articoli su questa testata.
Lo sono non per la tecnologia in sé, ma per l’insipiente foga ideologica, i tempi strettissimi imposti senza alcuna attenzione per le infrastrutture e l’ancor più folle scelta iniziale dell’elettrico come unica sostituzione dei motori endotermici.
Detto questo, sono qui a commentare le reazioni, tutte negative, dopo la presentazione avvenuta ieri a Roma della prima Ferrari elettrica chiamata, con poca fantasia, Luce.
A partire dall’ex presidente Ferrari Luca di Montezemolo, che si augura sia tolto alla vettura il marchio Ferrari, fino a un politico come Carlo Calenda, che presso il Cavallino Rampante ha lavorato anche lui, i giudizi sono sprezzanti in modo esaustivo per l’idea di una Ferrari elettrica, ma anche per il suo aspetto rivelato dalla presentazione; c’è chi l’ha paragonata persino alla Multipla!
Anche sui social si è scatenata la bagarre di commenti negativi senza appello, spinti, more solito dato il contesto, fino all’offesa triviale.
A fronte di questa valanga di improperi, provo a ragionare con calma, rammentando alcuni fatti e tentando di spiegarne altri.
Partiamo da una considerazione incontrovertibile: l’auto elettrica sarà parte integrante della motorizzazione del futuro. Non sarà l’unica, ma certo non sparirà, piaccia o non piaccia ai nostalgici delle marmitte rombanti.
E veniamo ora alla scelta di Maranello di esordire nell’elettrico abolendo un tabù. Non è certo il primo, se nel 2023 ha lanciato la Purosangue, prima Ferrari a quattro porte, in sostanza un SUV, che Enzo Ferrari, geloso conservatore della sportività del marchio, non avrebbe mai costruito.
Tanto per dire, ne vengono prodotte tra le 2 e le 3000 all’anno, a un prezzo medio intorno ai 500.000 euro.
A proposito del cocciuto conservatorismo del “Drake”, va ricordato che quando le inglesi Cooper e Lotus a motore posteriore iniziarono a dominare la Formula 1 già dal 1958, solo nel 1961 l’ingegnere Carlo Chiti, con la collaborazione di un giovanissimo Mauro Forghieri, poté progettare la mitica 156 “Sharknose” F1, che laureò Phil Hill campione del mondo.
Fino ad allora si ricordava la frase di Ferrari: “Non ho mai visto un cavallo che spinge un carretto”.
Era anche nota l’avversione dell’Ingegnere per gli accessori, secondo lui inutili, come l’aria condizionata, che mangiava cavalli al dodici cilindri. È nota infatti un’altra sua affermazione: “Nelle auto tutto quello che non c’è non si rompe”.
Ma torniamo alla Luce, che è nata su impulso dell’AD Benedetto Vigna, fisico e con lunga esperienza nel settore elettronico di altissimo livello.
L’auto è nata dalla collaborazione con Jony Ive, noto per il design di iPhone, iPad e Apple Watch, e il suo partner Marc Newson, che hanno curato soprattutto gli interni, mentre la linea esterna è stata frutto di collaborazione stretta col Centro Stile Ferrari, supervisionato come sempre dal capo del design di Maranello, Flavio Manzoni.
Ne è nato un prodotto stilisticamente fuori dagli schemi del Cavallino Rampante.
Alla dirigenza va riconosciuto il merito di saper osare.
Personalmente trovo poco interessante proprio l’abitacolo, che ricalca gli stilemi ormai arcinoti dei due designer ex Apple, fortemente voluti da John Elkann, mentre l’esterno ha una sua piacevole innovazione con quel guscio di vetro incastonato in una scocca di alluminio.
Non entro nelle caratteristiche tecniche, perché non c’è giornale che non le abbia pubblicate e commentate con enfasi.
Credo che molto del livore emerso sia in parte rivolto ai disastri compiuti in questi anni da Elkann e dai suoi soci Peugeot in Stellantis, alienando campioni italiani della tecnologia come Magneti Marelli e Comau.
Ovviamente c’è anche lo stupore e l’avversione al nuovo di chi non si arrende al mondo che cambia.
A costoro va ricordato che Luce si inserisce in un settore dove si faranno follie per avere il numero di telaio più basso della prima elettrica Ferrari.
Credo che Elkann e Vigna, al comando di un’azienda che da anni è nei primi posti della top ten dei marchi più noti, sappiano benissimo che Luce è puro marketing. Del resto stanno puntando a trasformare Ferrari in un marchio del lusso che abbraccia abbigliamento, accessori e cosmesi.
Per i puri, le auto Ferrari d’antan in listino sono molte e, a voler essere onesti fino in fondo, ricordo che ogni tanto ne abbiamo viste di brutte o con motori mosci, penalizzati dalle leggi USA, principale mercato di esportazione ancora oggi.
Il mercato deciderà. La scelta 100% elettrica stava portando Porsche alla bancarotta; la Ferrari ha comunicato che l’elettrico sarà il 20%, l’ibrido il 40% e il termico il 40%. Mi sembra una scelta saggia.
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Per la precisione: una Multipla passata sotto un compressore. E nessuna critica e nessun insulto saranno mai sufficienti: il primo difetto è quello di essere elettrica, il secondo di essere orrenda, il terzo un nome che in confronto la Corazzata Kotiomkin è un intero mese di stitichezza (e d’altra parte per poterla chiamare che so, Lampo, Fulmine, Tuono, Temporale, Tempesta, avrebbero dovuto costruire una Ferrari e non una Multipla passata sotto un compressore). Il quarto di essere un simile obbrobrio chiamandosi Ferrari.