


Pedro Sánchez continua a presentarsi come coscienza morale della sinistra europea, ma la sua leadership appare sempre più fondata sulla sopravvivenza. Tra fragilità parlamentare, scandali, diplomazia performativa e consenso interno in calo, il sanchismo diventa il sintomo di una crisi più ampia del progressismo occidentale.
La figura di Pedro Sánchez continua a occupare uno spazio centrale nell’immaginario politico della sinistra europea contemporanea. Per una parte consistente del progressismo continentale, Sánchez rappresenta ancora il simbolo del contro-trumpismo europeo, dell’europeismo liberale, della politica dei diritti e della resistenza democratica alle destre nazional-conservatrici.
È il leader che sfida Netanyahu, che dialoga con Pechino senza rompere con Bruxelles, che si presenta come argine alla radicalizzazione della politica europea e che tenta continuamente di costruire la propria immagine internazionale come quella di uno statista globale più che di un semplice capo di governo nazionale.
Eppure, osservando la traiettoria politica spagnola degli ultimi anni, emerge una realtà molto diversa. Dietro la costruzione simbolica di Sánchez si intravede sempre più chiaramente una leadership fondata non sull’egemonia politica, ma sulla sopravvivenza permanente.
Sánchez governa una Spagna politicamente frammentata, territorialmente instabile, parlamentariamente fragile e attraversata da scandali, tensioni interne e progressivo deterioramento del consenso socialista nelle realtà locali e regionali.
La sua leadership non si basa sulla forza strutturale del PSOE, ma sulla capacità di galleggiare dentro una geometria parlamentare precaria, tenuta insieme da alleanze opportunistiche e da un uso estremamente sofisticato della comunicazione politica.
È qui che emerge il vero nodo politico del “sanchismo”: la trasformazione della politica internazionale in strumento compensativo di legittimazione personale. Più Sánchez si indebolisce dentro la Spagna, più cerca centralità fuori dalla Spagna.
Più il suo consenso interno si deteriora, più cresce la sua esposizione diplomatica e mediatica internazionale. Gaza, Trump, la Cina, Netanyahu, l’europeismo morale, il progressismo globale: tutto viene progressivamente incorporato dentro una costruzione narrativa che tenta di attribuire a Sánchez una statura geopolitica sproporzionata rispetto alla sua reale forza politica.
Il leader morale europeo e la crisi del consenso interno
Negli ultimi anni il PSOE ha progressivamente perso terreno in una lunga serie di elezioni regionali e amministrative. La destra spagnola continua ad avanzare territorialmente, mentre Sánchez resta al potere soprattutto grazie alla capacità di costruire maggioranze parlamentari fragili e composite, spesso dipendenti da partiti regionalisti, indipendentisti o identitari.
La stabilità del governo spagnolo appare ormai sempre più artificiale e continuamente sottoposta a tensioni negoziali permanenti.
La fotografia più chiara di questa fragilità emerge da un dato politico impressionante: Sánchez non riesce ad approvare una vera legge di bilancio da anni. Per un governo che pretende di presentarsi come architrave della stabilità europea e della modernizzazione progressista, si tratta di un’anomalia enorme.
La Spagna viene raccontata come modello di crescita, resilienza e dinamismo economico, ma dietro la narrazione macroeconomica restano enormi fragilità strutturali: dipendenza dal turismo, produttività stagnante, precarizzazione del lavoro, debito elevato e forte vulnerabilità fiscale.
Nonostante l’evidenza dei fatti, Sánchez continua a comportarsi come un leader pienamente legittimato e politicamente egemone. Emblematica, in questo senso, la sua recente dichiarazione contro l’ipotesi di elezioni anticipate:
“Alcuni colleghi mi chiedono ovviamente di indire elezioni anticipate perché sanno che avrò la maggioranza parlamentare sia al governo che al Congresso, il che mi permetterà di governare con molta più facilità, e lo capisco. Ma non posso indire elezioni per interessi di partito; devo indire elezioni per l’interesse generale dei cittadini”.
Una frase che mostra perfettamente la dimensione quasi autoreferenziale raggiunta ormai dal discorso politico di Sánchez. Non esiste alcuna evidenza politica reale che suggerisca una sua forza elettorale travolgente. Anzi, il quadro territoriale racconta esattamente il contrario.
Eppure il presidente spagnolo continua a presentarsi come leader inevitabile, quasi storicamente necessario, trasformando la permanenza al potere in una forma di legittimazione morale.
Questa dinamica diventa ancora più problematica nel momento in cui il PSOE viene investito da scandali e vicende giudiziarie che incrinano pesantemente la narrazione etica costruita attorno alla leadership socialista.
Le recenti perquisizioni della polizia nella sede del PSOE hanno prodotto un danno simbolico enorme proprio perché colpiscono un partito che ha costruito gran parte della propria comunicazione pubblica sulla superiorità morale rispetto alle destre europee.
Anche il ritorno mediatico delle ombre attorno alla figura di José Luis Rodríguez Zapatero risulta profondamente significativo. Zapatero aveva costruito la propria immagine pubblica attraverso una retorica quasi ascetica del socialismo europeo, riassunta perfettamente nella celebre frase:
“Ser socialista es tener normalmente muy poco y estar dispuesto a dar mucho”.
Eppure oggi anche quella stagione politica appare progressivamente avvolta da accuse, ombre patrimoniali, relazioni opache e simboli di arricchimento personale che contribuiscono a demolire l’immagine moralizzata costruita per anni dalla sinistra socialista spagnola.
Un leader senza capitale politico non è più un leader
La dimensione internazionale rappresenta probabilmente l’aspetto più interessante, e più fragile, della leadership di Sánchez. Negli ultimi anni il presidente spagnolo ha tentato di costruire una vera diplomazia performativa fondata sulla sovraesposizione simbolica: Palestina, diritti civili, anti-trumpismo, europeismo progressista, apertura strategica alla Cina, critica a Israele e posture moralizzanti rivolte all’opinione pubblica globale.
Il problema è che la diplomazia performativa funziona davvero soltanto quando chi la esercita possiede già un forte capitale politico interno, strategico o simbolico. Trump può praticarla perché rappresenta la prima potenza mondiale. Macron può farlo perché guida una potenza nucleare dotata di autonomia strategica. Erdo?an dispone di forza coercitiva, centralizzazione del potere e rilevanza geopolitica regionale.
Sánchez, invece, tenta continuamente di costruire una statura internazionale sproporzionata rispetto alla propria reale solidità politica. La sua diplomazia performativa non nasce dalla forza interna, ma dalla fragilità interna. È una diplomazia compensativa.
Qui emergono tutte le contraddizioni della sua postura morale internazionale. Sánchez ha costruito una forte retorica anti-israeliana e pro-palestinese, arrivando a presentarsi come una delle coscienze morali dell’Europa sulla questione di Gaza.
Tuttavia, dietro questa narrazione pubblica, la Spagna continua a mantenere relazioni economiche e militari pienamente inserite dentro le infrastrutture strategiche occidentali. Gli scambi militari non si interrompono realmente, il sistema NATO continua a funzionare regolarmente, gli equilibri logistici con gli Stati Uniti vengono preservati e la stessa Spagna continua a muoversi dentro reti industriali europee profondamente interconnesse con la produzione militare israeliana.
Emblematica, in questo senso, è stata anche la gestione della vicenda legata alla Flotilla filopalestinese. Sánchez ha benedetto diplomaticamente la “missione” navale, eppure, quando alcuni attivisti e flottiglieri sono stati duramente caricati e picchiati dalla polizia basca, il governo spagnolo ha mantenuto un silenzio estremamente prudente.
Una prudenza che difficilmente può essere separata dagli equilibri parlamentari interni: la sopravvivenza politica di Sánchez dipende infatti anche dai voti del nazionalismo basco.
Ancora una volta, la politica internazionale simbolica del sanchismo si è scontrata con la realtà molto più concreta della sopravvivenza parlamentare. Dietro la retorica morale universale riemerge continuamente il pragmatismo opportunistico di una leadership che sembra utilizzare la diplomazia e i diritti soprattutto come strumenti di costruzione narrativa personale.
La stessa apertura spagnola verso la Cina rivela una dinamica analoga. Sánchez prova continuamente a presentarsi come interlocutore privilegiato di Pechino dentro un’Europa attraversata da crescenti tensioni strategiche con il mondo cinese.
In questo modo la Spagna tenta di diventare uno dei principali punti di penetrazione politica cinese nell’Europa occidentale e mediterranea. Ma anche qui emerge una contraddizione evidente: Sánchez si presenta contemporaneamente come pilastro dell’europeismo democratico, dell’atlantismo morale e della resistenza al trumpismo, salvo poi aprire spazi strategici sempre più ampi alla penetrazione politica ed economica cinese dentro l’UE.
La crisi della sinistra simbolica europea
Il vero punto, però, è probabilmente più profondo della semplice parabola personale di Pedro Sánchez. Il presidente spagnolo non rappresenta il futuro della sinistra europea. Rappresenta la sua crisi.
Sánchez è diventato il simbolo di una sinistra occidentale che ha progressivamente smarrito il rapporto con il radicamento sociale, territoriale e materiale, sostituendolo con posture morali, simboliche e internazionali.
Una sinistra che comunica molto meglio di quanto governi e che cerca legittimazione fuori dai propri confini perché fatica sempre più a conservarla dentro i propri Paesi.
La centralità mediatica internazionale di Sánchez cresce mentre il PSOE perde elezioni regionali, mentre il governo sopravvive appeso a coalizioni fragilissime e mentre aumentano scandali, tensioni territoriali e paralisi parlamentari.
È una leadership costruita sulla sovraesposizione simbolica e sulla personalizzazione estrema della politica.
Anche la diplomazia performativa del sanchismo rivela ormai tutti i propri limiti. Perché la diplomazia performativa richiede capitale politico, forza strategica e consenso interno. Sánchez prova invece a utilizzare la politica internazionale come moltiplicatore artificiale della propria leadership.
Gaza, Trump, Netanyahu, la Cina e l’europeismo morale diventano strumenti di sopravvivenza narrativa più che espressioni di una reale centralità geopolitica spagnola.
La stessa ambivalenza verso Israele racconta perfettamente questa crisi. Sánchez costruisce una forte retorica pubblica filo-palestinese e anti-israeliana, salvo poi mantenere pienamente operative le infrastrutture strategiche occidentali dentro cui la Spagna continua a muoversi.
Persino il silenzio del governo dopo le violenze della polizia basca contro alcuni flottiglieri filopalestinesi mostra come la sopravvivenza parlamentare continui a prevalere sulla coerenza morale ostentata pubblicamente.
Per questo Sánchez piace così tanto a una parte della sinistra europea contemporanea: perché incarna una politica costruita più sulla narrazione che sulla forza, più sulla comunicazione che sull’egemonia reale, più sulla legittimazione mediatica internazionale che sul consenso nazionale concreto.
In questo frangente il simbolo si trasforma in sintomo. Sánchez non rappresenta il modello vincente della nuova sinistra europea. Rappresenta il tentativo sempre più faticoso di nascondere, attraverso la comunicazione internazionale e la moralizzazione permanente della politica, il progressivo indebolimento strutturale del progressismo occidentale.
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