

Spesso la narrazione propal accusa Israele di praticare politiche razziste nei confronti dei palestinesi, che verrebbero trattati come cittadini di serie B, analogamente ai neri nel Sudafrica dell’apartheid. Tuttavia, coloro che promuovono questa narrazione raramente si soffermano su come i palestinesi vengano trattati nelle nazioni confinanti.
In Libano, in particolare, i circa 230.000 palestinesi (secondo un censimento UNRWA) che sin dal 1948 vivono con lo status di rifugiati, sono privati di diversi diritti. Secondo una ricerca pubblicata dall’Università di Roskilde in Danimarca, pur essendo nati e cresciuti nel Paese dei cedri non possono ottenere la cittadinanza libanese. È loro proibito l’accesso a oltre venti professioni e non hanno diritto alla sanità pubblica. Persino per effettuare restauri o riparazioni nelle proprie abitazioni devono ottenere un permesso, il che non è affatto scontato.
Poiché vengono giuridicamente identificati come stranieri, nonostante vivano in Libano da più generazioni, non hanno il diritto di acquistare terreni al di fuori dei campi profughi. Per uscire dal Paese devono ottenere un visto di uscita, e non possono rientrarvi senza un visto d’ingresso. Ogni volta che entrano o escono dai campi, sono tenuti a mostrare documenti d’identità.
Secondo un report dell’UNRWA relativo al 2023, l’85 per cento dei palestinesi residenti in Libano viveva sotto la soglia di povertà, in aumento rispetto al 65 per cento del 2015. La discriminazione si manifesta anche nell’istruzione: la maggior parte dei palestinesi non ha accesso alle scuole pubbliche libanesi, motivo per cui circa il 70% frequenta scuole gestite dall’UNRWA. Solo il 17% può permettersi istituti privati.
Eppure questa realtà raramente viene messa in luce in Occidente. E quando accade, spesso è per addossarne la responsabilità a Israele, “colpevole” di non accettare il cosiddetto diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi — che però comporterebbe la trasformazione dello Stato ebraico in uno Stato a maggioranza araba. Una certa narrazione terzomondista, infatti, denuncia le discriminazioni verso i Paesi del Sud globale solo se perpetrate dagli occidentali. Se invece sono arabi a discriminare altri arabi, allora la questione sembra non meritare la stessa attenzione.
In un editoriale pubblicato nel 2017 su Ynetnews, l’opinionista israeliano Ben-Dror Yemini osservava che “anche se Israele ci provasse — e non lo farebbe — non riuscirebbe a imporre un decimo dell’oppressione e delle uccisioni subite dai palestinesi per mano del Libano o delle forze di Hezbollah in Siria. Perché il Libano ha adottato una politica ufficiale di apartheid. I palestinesi non hanno il diritto di utilizzare i servizi sanitari del Paese, non possono possedere proprietà e sono banditi da una lunga lista di professioni. […] L’ex Gran Mufti del Libano, lo sceicco Mohammed Rashid Qabbani, ha definito i palestinesi “spazzatura indesiderata”, e i libanesi stanno completando la costruzione di un muro di separazione attorno al campo profughi di Ain al-Hilweh”.
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conosco perfettamente la situazione libanese e posso confermare punto per punto. Questo però conferma anche che i palestinesi non li vuole nessuno, perchè hanno dimostrato nel tempo che ovunque vadano sono fonte di gravi problemi per le società ospitanti. E’ nella storia, non sono opinioni. I libanesi semplicemente sanno che cosa succederebbe se li lasciassero liberi di fare, è già successo e succederebbe ancora.
Analogamente, mentre tutti ricordano la prima Sabra e Chatila (e ancora dopo più di quarant’anni viene periodicamente tirata in ballo) in cui, indirettamente, c’entrava Israele, della seconda, in cui Israele non c’entra neanche di striscio, non si ricorda nessuno. Mi permetto, ancora una volta, di autocitarmi:
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2014/01/12/sabra-e-chatila/
Vi si parla anche della questione dei profughi palestinesi.