


Cinquant’anni trascorsi a dirigere lo stile nelle industrie tessili, traducendo l’intuizione dei grandi nomi della moda in prodotti realizzabili e vendibili. Dalle collaborazioni con Valentino, Capucci, Ralph Lauren e Benetton ai Peanuts e al successo di Vivien Kubbos, un racconto personale spiega come il gusto diventi mestiere quando incontra tecnica, industria e mercato.
Dopo due anni di articoli settimanali sullo stile, ho pensato che fosse arrivato il momento di spiegare quale autorevolezza mi consenta di parlarne, privo come sono di un titolo accademico specifico da esibire come patente.
La risposta è piuttosto semplice: per circa cinquant’anni il mio mestiere è stato quello di “responsabile dello stile” in alcune delle principali industrie tessili del settore casa.
Tessuti da arredamento, biancheria da letto, bagno e cucina sono stati per lunghi anni oggetto della mia responsabilità. Qualcuno potrebbe chiedersi se, trattandosi soprattutto di prodotti destinati alla casa, una donna non avrebbe avuto una sensibilità più incline a occuparsene. Posso rispondere che, proprio per quella ragione, ho sempre voluto al mio fianco, come stretta collaboratrice, un’assistente donna.
Il mio lavoro consisteva nella scelta dei tessuti, dei colori, dei disegni, del tipo di confezione e delle finiture ornamentali. Oggi la digitalizzazione ha reso molte di quelle operazioni enormemente più semplici. “Ai miei tempi”, invece, per realizzare le stampe ci si affidava ai disegnatori tessili e, per i colori, al mitico Pantone.
Seguiva poi un lungo lavoro di campionatura, fino ad arrivare al prototipo da sottoporre al marketing e ai commerciali per deciderne la messa in produzione. Era un momento sempre fortemente dialettico: l’evoluzione dello stile veniva inevitabilmente guardata con qualche timore da chi, alla fine, doveva garantire che il prodotto fosse venduto nelle quantità previste dal budget.
Perché questo era il punto: nell’industria lo stile non è soltanto gusto. Un’idea può essere bellissima, ma deve diventare un prodotto tecnicamente realizzabile, riproducibile in serie, economicamente sostenibile e, alla fine, vendibile.
Per fare bene quel mestiere occorrevano quindi sangue freddo, fiducia nelle proprie idee e capacità di convincere gli altri; ma anche l’attitudine a incassare le critiche senza reagire o abbattersi. Se ti piace la bicicletta, devi pedalare.
Il fatto di essere durato così a lungo in quella posizione, pur cambiando diverse aziende, mi fa supporre che, insomma, sia stato abbastanza capace.
Se dovessi indicare gli elementi indispensabili del mestiere, direi: una conoscenza approfondita delle tecnologie tessili; una cultura che comprenda la storia della moda e del costume; una certa attitudine naturale; e naturalmente l’esperienza, che si costruisce soltanto lavorando. Il tutto sotto il cappello della passione e della curiosità intellettuale.
Altri avranno percorso strade diverse. Questa è stata la mia.
Alla fine degli anni Sessanta avvenne poi una novità importante: stilisti e grandi sarti cominciarono a concedere l’uso della propria griffe per contraddistinguere prodotti molto lontani dal loro tradizionale campo d’azione.
Nella mia funzione fui incaricato di tenere i rapporti con gli stilisti che avevano concesso l’uso del marchio e anche di aiutarli a trasferire il proprio linguaggio estetico su prodotti estranei alle loro consuetudini. Bisognava affrontare problemi molto concreti: la tipologia dei tessuti, le tecniche di stampa, le confezioni e soprattutto le dimensioni dei diversi capi.
Nel corso degli anni ebbi così modo di collaborare strettamente con alcuni dei maggiori nomi della moda. Li cito, più o meno nell’ordine in cui li incontrai professionalmente a partire dal 1970: Bruno Piattelli, Pino Lancetti, Valentino, Irene Galitzine, Laura Biagiotti, Roberto Capucci, Emanuel Ungaro e Mariuccia Mandelli, cioè Krizia.
Quando mi sottoponevano le loro idee commettevano quasi tutti lo stesso errore concettuale: concepivano un lenzuolo come un foulard, dimenticando che, una volta rifatto il letto, solo il risvolto rimane visibile fuori dalla coperta. L’avvento dei piumoni e soprattutto dei copripiumini avrebbe poi, in buona parte, risolto il problema.
Era un esempio perfetto della differenza fra stile e stile applicato: lo stilista immaginava l’oggetto, mentre il mio compito era anche pensare a come quell’oggetto sarebbe stato realmente usato. L’idea estetica doveva fare i conti con la funzione.
Negli Stati Uniti ebbi poi occasione di realizzare prodotti per Ralph Lauren, Calvin Klein, Donna Karan e Tommy Hilfiger. Era un’altra scuola e un altro mercato, ma il problema rimaneva sostanzialmente lo stesso: aiutare a tradurre l’identità di una griffe in un prodotto industriale senza banalizzarla e rispettando le peculiarità stilistiche del singolo brand.
Molto stimolante era anche il rapporto con la grande distribuzione, soprattutto con UPIM. Con la buyer di allora mantengo ancora oggi rapporti di cordialissima amicizia, nonostante siamo entrambi fuori dal lavoro da anni.
Nel lavoro, però, era terribile e pretenziosa e per accontentarla dovetti fare più di una volta i salti mortali. Ricordo un episodio in particolare. Un suo fornitore indiano fece saltare la consegna di un prodotto già inserito in una manifestazione autunnale. Era la fine di luglio e lei mi impose praticamente di rifare tutto da zero: il prodotto doveva essere nelle filiali di tutta Italia in ottobre.
E naturalmente al prezzo di quello indiano!
Queste erano le situazioni in cui lo stile smetteva di essere una bella parola e diventava mestiere: bisognava trovare rapidamente tessuto, disegno, colori, confezione e sistema produttivo, rispettando contemporaneamente tempi e costi.
Ebbi anche rapporti con la United Feature Syndicate di San Francisco, che gestiva i diritti dei celebri Peanuts di Charles M. Schulz: Charlie Brown, Snoopy e tutti gli altri personaggi.
Da quei disegni venivano ricavati diversi prodotti tessili. Il problema era tutt’altro che banale. Le vignette di Schulz erano nate per essere riprodotte nelle dimensioni di un giornale; quando venivano enormemente ingrandite per stamparle su un tessuto, il tratto rivelava inevitabilmente irregolarità e incertezze che nelle dimensioni originali erano invisibili. Bisognava quindi intervenire con grande cautela, correggere i disegni senza tradirne lo spirito e rinviarli a San Francisco per l’approvazione.
Alla fine degli anni Settanta, al Salone del Libro di Francoforte, eravamo in cerca di spunti, insieme al mio capo azienda, che era anche un amico. Ci capitò tra le mani un piccolo libro di disegni per bambini di un’illustratrice australiana, Vivien Kubbos. Raffigurava una bambina e i suoi amici immersi in un mondo campagnolo, con atmosfere e costumi anglosassoni di fine Ottocento.
Comprammo i diritti. Fu uno dei maggiori successi commerciali della mia vita professionale.
Tra i vari prodotti realizzammo dei barattoli cilindrici di metallo serigrafato con quelle immagini, contenenti strofinacci stampati con gli stessi soggetti. Quello che poteva sembrare un prodotto domestico insignificante diventò un piccolo oggetto da regalo. In quattro anni ne vendemmo più di un milione.
L’ultima collaborazione importante fu con Benetton, per una collezione di biancheria destinata a culle e lettini, sotto la supervisione di Giuliana Benetton.
Non la incontrai mai personalmente. Quando mi recavo nella sede di Ponzano Veneto per sottoporre i prototipi all’approvazione, i suoi collaboratori me la descrivevano come una donna severissima, estremamente esigente. Anche senza incontrarla, dunque, la sua presenza si avvertiva perfettamente.
Fine del racconto.
Spero di aver spiegato perché, dopo due anni di articoli sull’argomento, penso proprio che qualcosa, in fatto di stile, dovrei saperla.

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Grazie Stefano. Quanta nostalgia di quel mondo in cui si amavano le cose fatte bene. Nadia
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