


La fucilazione di Nidal Hasan in diretta streaming riporta il supplizio pubblico dentro lo spazio domestico. Si assiste così alla trasformazione della pena in spettacolo e dello spettatore in consumatore isolato. La morte esibita diventa così una pedagogia della violenza e una metafora del potere che sostituisce la mediazione democratica con l’intimidazione.
L’oscenità non è più quella del nascosto, del rimosso, dell’oscuro, ma quella del visibile, del fin troppo visibile, del più visibile del visibile. È l’oscenità di ciò che non ha più segreti, di ciò che è interamente solubile nell’informazione e nella comunicazione.
Jean Baudrillard
L’annuncio da parte del segretario della Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, della messa in onda in diretta streaming della fucilazione dell’ex militare Nidal Hasan, macchiatosi di un grave atto di terrorismo che ha portato alla morte di 13 commilitoni e al ferimento di altri 32, fucilazione prevista per il prossimo 3 dicembre 2026 a Fort Hood, costituisce una cesura politica e giuridica senza precedenti.
Al contempo rappresenta il rovesciamento di quell’analisi che, sul piano filosofico, Michel Foucault aveva descritto nel passaggio storico dai supplizi corporali antichi, dove scorreva pubblicamente il sangue, alla modernità disciplinare e alla burocrazia della pena espiata lontano dalle piazze.
Se per secoli il supplizio pubblico è stato il teatro in cui la sovranità monarchica esibiva la propria forza illimitata attraverso il corpo martirizzato del reo, la modernità democratica aveva esiliato la morte nei recinti del carcere, sottraendola allo sguardo dei cittadini.
La scelta di trasmettere l’esecuzione in streaming opera una regressione antropologica: il ritorno del supplizio nell’era digitale, dove lo schermo domestico sostituisce il patibolo di pietra, trasformando la morte violenta in un’esperienza di consumo di massa, comodamente fruibile dal divano di casa e svuotata di ogni residuo di pietas e di etica.
Siamo di fronte a una mutazione qualitativa profonda tra la fruizione delle esecuzioni e delle pene corporali dei secoli scorsi, fruizione pubblica vissuta in una piazza affollata, dove il contagio emotivo delle masse generava una condivisione tribale del rito, e la moderna fruizione solitaria di fronte allo schermo del personal computer, come ha pianificato l’amministrazione di Donald Trump.
Nel primo caso, la collettività partecipa a un evento corale in cui la presenza fisica dell’altro agisce sia da amplificatore della crudeltà sia da potenziale freno empatico; nella solitudine domestica, invece, l’individuo si rapporta allo schermo in un regime di totale isolamento sensoriale e morale.
Dietro il PC, protetti dal velo dell’intimità domestica, svanisce il senso della responsabilità collettiva e del limite etico: lo spettatore sperimenta un voyeurismo puro, privo di mediazioni sociali, in cui la pornografia della morte violenta viene consumata come un prodotto digitale personalizzato che si infiltra come un virus nella coscienza di chi guarda.
Questa privatizzazione del macabro non riduce l’impatto della barbarie, ma la interiorizza in modo subdolo, anestetizzando la coscienza individuale e trasformando la solitudine del cittadino non in uno spazio di riflessione critica o esaltazione sanguinaria, ma nel terminale cieco di una spettacolarizzazione totale che riduce la giustizia a intrattenimento domestico.
Questa spettacolarizzazione della barbarie si salda perfettamente con la celebre analisi di Jean Baudrillard sulla simulazione e sul “consumo del segno”. Per Baudrillard, nei media contemporanei la realtà viene inghiottita dall’iperrealtà, dove l’evento tragico perde il suo spessore corporeo e morale per trasformarsi in puro simulacro, in un flusso segnico privo di un referente reale.
La fucilazione in diretta non mostra la morte, ma produce il suo equivalente simulato: l’orrore viene estetizzato, mercificato e reso intercambiabile con qualsiasi altro contenuto d’intrattenimento, magari anticipato e seguito da spazi pubblicitari.
In questo scenario, l’evento richiama anche le analisi di René Girard sul meccanismo del capro espiatorio e sulla violenza fondativa. La comunità mediatizzata, anziché liberarsi della propria ferocia attraverso il riconoscimento della legge, la interiorizza e la celebra attraverso il voyeurismo digitale, trasformando lo spettatore in un complice acritico, privo di argini empatici.
Siamo in presenza di uno Stato che esibisce la soppressione fisica come spettacolo e inesorabilmente svela la propria natura nuda, svestendosi dei panni del contratto sociale democratico per riaffermarsi come potenza sovrana assoluta, legittimata unicamente dalla forza.
La pena di morte, in questo contesto teatrale, mediatico e iperreale, smette di essere una misura estrema di giustizia per mutare in un veleno sottile inoculato nel corpo della società civile.
Come teorizzato da Norberto Bobbio riguardo alla democrazia e ai suoi poteri invisibili e degenerativi, la spettacolarizzazione dell’arbitrio e della violenza punitiva corrode dall’interno gli anticorpi etici dell’ordinamento democratico, come una malattia subdola che sembra circoscritta, ma poi si prende tutto l’organismo.
La ferocia istituzionalizzata ed esibita non funge da deterrente razionale, bensì opera una pedagogia rovesciata: legittima la violenza come sintassi normale dei rapporti sociali, sdoganando l’idea che la distruzione dell’avversario o del nemico sia l’unica risposta legittima al conflitto.
Ridurre questo evento a un tragico unicum circoscritto alla gravità dei crimini commessi a Fort Hood da Nidal Hasan significherebbe ignorare i sintomi di una patologia sistemica molto più profonda.
Questa regia mediatica certifica e svela il metodo strutturale con cui l’attuale amministrazione statunitense normalizza lo stato d’eccezione, trasformandolo da misura temporanea e difensiva a condizione permanente di governo e a metodo.
Il superamento sistemico delle garanzie costituzionali e dei diritti umanitari non avviene più nel buio delle camere di consiglio o nel segreto dei reparti di massima sicurezza, tra le pieghe dell’intelligence, ma viene fieramente esibito alla luce abbagliante dei riflettori digitali.
L’intero apparato della fucilazione in streaming si erge così a perfetta, mostruosa metafora dell’idea di potere che anima questa amministrazione. È un potere che disprezza la mediazione istituzionale e la fatica del consenso razionale, preferendo imporsi come puro intrattenimento coercitivo e celebrazione emotiva dell’arbitrio per validare il potere.
La politica stessa viene concepita e agita come un reality show spietato, dove la leadership si misura nella capacità di infliggere danni visibili e dove l’esecutivo si trasforma in un “broadcaster” onnipotente che eroga terrore a domicilio.
Lo spettatore isolato davanti al PC rappresenta esattamente il cittadino ideale per questa architettura autoritaria: un individuo atomizzato, privato di legami solidali, ridotto a consumatore passivo di uno spettacolo sovrano di fronte al quale è impossibile ogni reazione collettiva.
Si tratta di una dimostrazione muscolare che riduce l’essere umano a semplice detentore di una “nuda vita”, sacrificabile sull’altare della ragion di Stato e della spettacolarizzazione.
In questa prospettiva, lo Stato che fa della morte violenta un proprio attributo fondante compie un salto ontologico all’indietro, richiamando il Leviatano di Thomas Hobbes nella sua accezione più cupa e oppressiva.
Il potere politico rinuncia a legittimarsi attraverso la tutela della vita e la garanzia della pace civile stabilita da leggi condivise, per fondare invece la propria autorità sulla paura e sulla capacità di infliggere la morte in modo spettacolare. La violenza cessa di essere un residuo prepolitico da superare e diventa l’essenza stessa della sovranità esibita.
Si arriva così al compimento di una nuova estetica del potere in cui la violenza non solo perde ogni stigma morale, ma viene elevata a metodo di governo degno di essere esibito, celebrato e brandito con orgoglio.
Diventa una prassi politica ostentata con arroganza, la cui esibizione mediatica assolve a una precisa e insidiosa funzione di intimidazione metaforica.
Lo streaming della fucilazione non è volto a informare o a fare giustizia, ma a lanciare un avvertimento pervasivo: la macchina della distruzione totale è attiva, visibile e sintonizzata su ogni schermo.
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L\’America è ritornata alla Frontiera. È come un villaggio del Far West dove i prepotenti e i fuorilegge hanno preso il potere. Speriamo che esista ancora qualche sceriffo in grado di riportare l\’ordine. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
In passato, in realtà, prima ancora che esibizione del potere assoluto l’esecuzione pubblica era uno spettacolo regalato alla plebe, che accorreva in massa fin dall’alba, se non addirittura dalla notte, per assicurarsi un posto in prima fila. E tuttora se non sbaglio i familiari della vittima sono autorizzati a presenziare all’esecuzione del responsabile.