

Una NATO più europea non indebolisce l’Alleanza: la rende sostenibile. È il passaggio obbligato perché l’UE possa riformarsi, assumere responsabilità strategica e trasformare l’autonomia europea da formula retorica in capacità reale.
Il prossimo Vertice NATO di Ankara non sarà un passaggio diplomatico ordinario. Sarà il primo vero banco di prova della capacità dell’Alleanza di trasformare gli impegni politici assunti all’Aia in un adattamento strategico eseguibile: forze credibili, capacità industriale, rinnovata responsabilità europea, sostegno strutturale all’Ucraina e una postura coerente sui fianchi est e sud.
La formula che sta iniziando a circolare — “NATO 3.0” — non va trattata come uno slogan. Descrive una trasformazione più profonda: una presenza europea più strutturata, continua e responsabile all’interno della NATO, sul piano politico, militare, industriale ed economico.
In altri termini: l’europeizzazione della NATO.
Questo non significa sciogliere o depotenziare l’Alleanza Atlantica. Non significa sostituire l’Alleanza con una difesa europea astratta e, ad oggi, non realizzabile.
Esprime, al contrario, la necessità di rendere la NATO più sostenibile, più equilibrata e meno esposta alle oscillazioni della politica interna statunitense. Significa fare dell’Europa non più il terminale passivo della garanzia americana, ma un pilastro credibile, capace di produrre sicurezza, deterrenza, capacità e direzione strategica.
Questo punto, per me, non nasce oggi.
Nell’aprile 2024, nel quadro del webinar OPEWI dedicato alla presenza militare americana in Europa — “America in Europe / US Troops in Europe (1950–2050)” — proposi già una prospettiva strategica di lungo periodo per europeizzare progressivamente la NATO: aumento sostanziale degli investimenti europei, assunzione crescente di responsabilità nelle strutture di comando, mantenimento del supporto americano nei settori in cui Washington resta ancora indispensabile, a partire da logistica strategica, intelligence e deterrenza nucleare.
Successivamente, ho ripreso e sviluppato questa impostazione in diversi lavori:
• nell’articolo scritto a quattro mani e pubblicato su The Defence News, “Steering Through Uncertainty: How the European Union is Navigating Global Strategic Complexity with the Shifting Dynamics of the Middle East, the Ukraine Conflict and the U.S. Electoral Handover”;
• in molti articoli pubblicati nella rubrica “Prospettive geopolitiche e sfere di influenza” qui su InOltre;
• nel capitolo “Between Military Alliances and Strategic Autonomy: Europe’s Dilemma in a Shifting Global Order”, pubblicato da Emerald nel volume Geopolitical Challenges to the Global Influence of Western Society. A New World Order;
• nelle sedi di confronto pubblico più ampio, come la video-intervista con Francesca Lancini per “Domande Rivoluzionarie”, sul suo meraviglioso Soul Digger (www.francescalancini.com), e in diversi Space su X, sempre su InOltre.
Richiamare questi lavori, per me, non è un esercizio autoreferenziale.
È un problema di tracciabilità intellettuale e di qualità del dibattito pubblico. Faccio parte di un’estesa comunità internazionale di analisti strategici, di geopolitica e di relazioni internazionali, che ha anticipato, studiato e spiegato queste dinamiche prima che entrassero nel lessico politico corrente, a livello globale, continentale e nazionale.
Eppure, troppo spesso, lo spazio informativo nostrano resta occupato da commentatori generalisti, sedicenti esperti di geopolitica e di relazioni internazionali, o da figure note più per l’esposizione mediatica che per la precisione analitica.
Il summit NATO di Ankara 2026 dovrebbe dunque essere letto anche come un test del dibattito pubblico e politico italiano.
Vogliamo continuare a discutere di sicurezza europea con categorie da talk show, oppure intendiamo finalmente aprire spazio a competenze affermate, anche a livello internazionale, che conoscono i processi della NATO, le dinamiche politico-militari europee e i limiti reali della cosiddetta autonomia strategica?
Il punto politico è chiaro. L’attuale amministrazione americana ha reso evidente ciò che molti preferivano non vedere: se la garanzia americana diventa condizionale, intermittente o viene utilizzata come strumento di pressione, l’Europa deve costruire una propria massa critica all’interno della NATO.
Non contro Washington, ma per impedire che l’Alleanza venga svuotata dall’interno proprio da chi ne resta l’attore dominante.
L’europeizzazione della NATO — la NATO 3.0 — è dunque anche una risposta agli effetti distruttivi di una postura americana in politica estera sempre più transazionale, mercantilista, coercitiva ed esclusivamente bilaterale.
È il modo più realistico per contenere la volatilità strategica statunitense senza compromettere il legame transatlantico, ponendo, ancora una volta, l’inquilino della Casa Bianca di fronte al dilemma strategico ricorrente: Make America Great Again o, piuttosto, Make America Alone and for the long term?
È una soluzione di equilibrio: rafforzare l’Europa all’interno della NATO per salvare il patto atlantico attraverso l’ennesimo adattamento strategico, proteggere l’Europa e rendere, in prospettiva, l’autonomia strategica dell’Unione Europea raggiungibile. Dunque qualcosa di più di una bellissima formula retorica. Con buona pace della presidente della Commissione europea.
Il 5% del PIL non è, di per sé, una strategia. Può diventare un moltiplicatore di sicurezza oppure un gigantesco esercizio contabile — come appare al momento — anche grazie alle “creative” performance comunicative del Segretario generale Mark Rutte, molto sbilanciate verso la piaggeria nei confronti del maggiorente di Washington.
Dipenderà piuttosto da come sarà tradotto in capacità operative, prontezza, disponibilità di munizionamento, difesa aerea, mobilità militare, infrastrutture, comando e controllo, industria della difesa, resilienza civile, cyber, spazio e supporto all’Ucraina.
La scadenza politica reale è il 2029. Entro quella data, la “riformanda” o “riformata” Unione Europea dovrà dimostrare se è in grado di passare dall’aspirazione all’autonomia strategica alla precondizione di quest’ultima: la sicurezza continentale.
Per farlo servono processi politici più rapidi, anche attraverso l’adozione delle decisioni a maggioranza qualificata in ambito UE.
Servono, inoltre, processi di pianificazione strategica caratterizzati dall’integrazione delle componenti fondamentali dell’analisi strategica: situazionale, comparativa e prospettica.
Senza questi fattori abilitanti, l’agognata autonomia strategica resta sterile retorica politica e burocratica. Con una NATO fortemente caratterizzata dalla presenza potente ed efficace degli Alleati europei — e del Canada — può invece diventare una traiettoria credibile.
Questo dovrebbe interessare soprattutto le forze liberali, europeiste e riformatrici italiane. Perché il tema non è solo “difesa”. È la sovranità democratica, la capacità industriale, la credibilità internazionale, la protezione delle società aperte e il ruolo dell’Italia nella sicurezza europea.
La NATO 3.0 non nasce dal nulla. È la rappresentazione operativa di un’intuizione già formulata: rafforzare l’Europa all’interno della NATO per rendere l’Alleanza più credibile, meno vulnerabile ai cicli politici statunitensi e più coerente con la sicurezza del continente europeo.
Ad Ankara si vedrà se gli Alleati europei sono pronti a compiere questo salto.
Ma qualcuno, in Italia e fuori dall’Italia, non potrà dire che non fosse stato previsto.
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